“E’ troppo tardi per lo sviluppo sostenibile”

(Pubblicato anche sul blog Effetto Cassandra di Ugo Bardi)

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Sono passati quasi cinquant’anni da quando è uscito il primo Rapporto sui Limiti dello sviluppo. Se si va a vedere che cosa da allora è stato fatto per invertire la nota rotta del Business As Usual (che secondo quel rapporto ci avrebbe portato sul baratro), che cosa si potrebbe dire?

Si potrebbe dire che la “consapevolezza” verso certi temi e problemi è aumentata. Per esempio oggi nei paesi ricchi c’è molta più attenzione sul tema dei rifiuti rispetto ad allora.

Si potrebbe ricordare di battaglie che sono state vinte, come quella di impedire la diffusione di gas che minacciano di creare il buco nell’ozono.

Si potrebbero elencare tutte le buone pratiche che sono state attivate; tutte le associazioni, gli enti, le istituzioni che sono state create a tutela dell’ambiente e che quotidianamente fanno qualcosa di utile.

Molto è stato fatto, ma sufficiente ad invertire il BAU? Come mai allora la sensazione che non stia cambiando nulla? Si può avere l’impressione che l’umanità non riesca in fondo a compiere sforzi davvero “significativi” per cambiare i suoi comportamenti a livello globale.

Ma chiediamoci, cosa significa invertire la tendenza al BAU? Secondo il pensiero dominante significa rendere sostenibile lo sviluppo (1). In altri termini, rendere pulita la crescita, renderla “green”. Ma si può veramente? Non è lecito, arrivati a questo punto, porsi la questione se tutto ciò non sia un errore o un abbaglio?

Il punto è: si possono cambiare i connotati all’economia? Ricordiamo dapprima in che cosa consiste la crescita economica. E’ semplice: ogni anno il Prodotto Interno Lordo di un paese deve aumentare in maniera esponenziale (si cade facilmente nella trappola di immaginarsi una crescita lineare, perché la nostra mente è programmata più arcaicamente).

Questo implica che due elementi devono crescere a loro volta: la produzione (offerta) e il consumo (domanda).

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E’ come la doppia elica del DNA che sale.

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Bene. C’è un modo di rendere sostenibile questo processo?

Vi è un filone del pensiero economico che se non altro si è sforzato in tal senso, a partire dagli anni ‘70 con Georgescu-Roegen e poi Herman Daly. Avevano compreso che una crescita infinita delle componenti fisiche era impossibile secondo le leggi della fisica. Veniva ripresa così l’idea dei neoclassici secondo cui il sistema avrebbe inevitabilmente raggiunto uno “stato stazionario” (Steady-State economy).
La soluzione a questo, da buoni economisti, non poteva essere quella di rifiutare il concetto stesso di crescita – e dunque di economia! – bensì di “arrangiare” la crescita in qualche altro modo.
Un’economia ecologica poteva fondarsi allora sulla crescita delle componenti non-fisiche, in quanto rietnute non soggette a vincoli materiali.

(era in quel periodo che cominciava l’era dei computer con la finanziarizzazione dell’economia
che l’ha accompagnata. La “conoscenza” diveniva quel serbatoio che avrebbe fatto decollare ancora l’economia e così è stato. Tuttavia la conoscenza era ed è ben lungi dall’essere svincolata dal legame con la Terra poichè è pur sempre una forma di “lavoro” e dunque richiede energia. Ecco sorgere un’ulteriore presupposto che la comunità scientifica tarda ad ammettere: il sistema economico richiede in primo luogo energia per essere mantenuto e crescere implica un ammontare esponenziale di energia)

L’economia “ecologica” oggi ha preso il nome di economia circolare. La consapevolezza che non è possibile prendere dal mondo e poi gettare via in eterno i materiali ha creato il “mostro verde” di un’economia circolare in cui i rifiuti diventano risorse al fine di alimentare la crescita.

La sfida qui non si gioca solo dal lato del consumo (che il consumatore impari a riciclare meglio), ma nel migliorare a monte le catene di produzione. Così è possibile che gli infiniti oggetti e merci di cui è composta la nostra vita vengano creati già in modo tale che nel loro fine-vita possano essere recuperati senza troppe perdite (2). Razionalizzare i processi; renderli efficienti al massimo; queste sono le soluzioni che vengono proposte per rendere “green” la crescita.

Ma come non vedere che il sistema economico è concepito per accelerare i tempi di consumo dell’oggetto al fine di generare sempre nuovo valore (aumentare il PIL)? Come non vedere che affinché il sistema viva è necessario che gli oggetti muoiano e rinascano continuamente?

 

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L’economia circolare si vuole fare furba nel cercare di “ibernarli” e dargli immediatamente nuova vita.

Stiamo mettendo la polvere sotto al tappeto. Una cosa sembra chiara: non è possibile uno sviluppo che sia sostenibile. Non c’è modo di generare una crescita del PIL senza scatenare processi distruttivi per il pianeta.

Ad essere più precisi bisognerebbe dire che non è possibile uno sviluppo economico sostenibile, perché forse è concepibile che una società possa svilupparsi in maniera etica e giusta in altri modi. La faccenda allora riguarderebbe l’inerzia e la poca creatività che ha l’umanità nel trovare soluzioni ai suoi problemi.

Ugo Bardi ha scritto a settembre dopo l’incontro del Club di Roma avvenuto a Firenze, con mia grande sorpresa, che “non dobbiamo contrastare il collasso bensì assecondarlo”. Tutta questa retorica dello sviluppo sostenibile invece consiste nel crearci un “mito” che tutto va bene e che ce la faremo a mantenere questa stessa società solo che più pulita, più green, più ricca, più più più.

Che la società stia collassando significa che è anche e soprattutto il sistema economico che sta collassando e sostenere lo sviluppo sostenibile significa appunto cercare di rallentarne l’inevitabile crollo.

Questo non significa che bisogna rassegnarsi, ma che piuttosto bisogna rimboccarsi le maniche in direzioni nuove. Quali? Se l’economia non è concepita per durare (poiché l’obsolescenza programmata è la sua legge) dobbiamo invece puntare sul creare strutture capaci di durare e di sopravvivere, in altre parole reti e organizzazioni modulari e veramente resilienti (4).

“E’ troppo tardi per lo sviluppo sostenibile. Dobbiamo mettere più enfasi sulla resilienza del sistema” (Dennis Meadows a Pisa nel 2006)

Bisogna chiedersi non “Come possiamo tenere il piedi l’economia?” ma “Che cosa sopravviverà al crollo dell’economia?”: questa a me sembra la domanda e la sfida, entusiasmante e drammatica al tempo, che si dovrebbero porre oggi gli ambientalisti (4).
NOTE

(1) I “goal” che si pone il manifesto del sustainable development (prima immagine) sono molti e su tanti di questi è difficile non essere d’accordo. La questione che sollevo in quest post è se non sia proprio l’idea(le) della crescita che ci impedirà di raggiungere tutto ciò.
(2) Emanuele Bompan ha scritto un libretto semplice in cui spiega “che cos’è l’economia circolare?”.
(3) Penso in particolare ai tre lavori di Pablo Servigne e Raphael Stevens: Comment tout peut s’effondrer?; Nurrir l’Europe en temps de crises; Petit manual de resilience local

(4) Anche senza essere magari al corrente del tema del picco del petrolio, molti Comuni italiani, soprattutto al Sud, si stanno organizzando in “comunità di Autoproduzione” dell’energia elettrica rinnovabile in sistemi, mi par di capire, anche off-grid; fonte: Legambiente, comunirinnovabili.it

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Communitas

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Non abbiamo solo un problema di “gestione delle risorse”. Talvolta sembra che la scienza – quella che si occupa di questo problema – ci offra le sue soluzioni solo sul versante tecnico e tratta la società come se fosse un grande meccanismo che può venire pilotato “dall’alto”.

Sul versante delle scienze umane invece non c’è traccia della problematica relativa all’esaurimento delle risorse o del picco del petrolio o dei cambiamenti climatici. Fondamentalmente il motivo è che per le discipline umanistiche non ha senso focalizzarsi su soluzioni tecniche senza andare a risolvere alla radice “il problema dell’uomo” (che si può sintetizzare in questo modo: perché gli uomini non riesce a convivere in pace?)

Dunque due binari che viaggiano su direzione diverse e raramente si incontrano.

E’ il problema dell’organizzazione della conoscenza nella nostra società, ovvero per compartimenti stagni e iper specialistica. Ci troviamo ad avere geni incredibili che studiano la radiazione cosmica di fondo ma che per via della chiusura di ogni linguaggio scientifico su sé stesso (noi biologi ne sappiamo di più sul mondo di voi fisici) a volte non riescono neanche a rinoscere che abbiamo un problema qui sulla Terra di cambiamenti climatici.

E ognuno và avanti avendo fiducia che nonostante tutto la società è guidata da una mano invisibile che armonizza da sé tutti i problemi.

In un dipartimento di Filosofia nessuno ha mai citato Limits to growth e probabilmente è così anche negli altri, quasi come se i fondi per la ricerca venissero direttamente da una società petrolifera la quale ha indetto un tabù su questi temi.

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Non vi è interesse per queste cose, quasi fossero di pertinenza di altri. Non spetta a noi occuparcene, sembra che la responsabilità venga in tal modo scaricata altrove, come l’indifferenziato di casa.

Dall’altro lato gli scienziati non vedono ciò che non li “interessa” e ciò che non passa attraverso i loro schermi e le loro analisi quantitative. Non vedono il “problema umano” dietro a quello dell’esaurimento delle risorse e si concentrano solo su quei mezzi e strumenti che potrebbero permettere all’uomo di migliorare l’efficienza nello sfruttamento oppure nella creazione di nuove tecnologie.

Ognuno si occupa dei problemi cui “l’università” ha stabilito che si debba occupare. Non c’è “comunicazione” fra i diversi livelli, e sebbene come dice Ugo, “stiamo imparando più cose sul controllo e sulla comunicazione relativa alla gestione delle risorse”, manca quella fra le scienze stesse e fra i diversi linguaggi (non esiste solo il linguaggio scientifico) (1)

Si parla tanto di Comunità, ma proprio perché non c’è. Come ha detto Edgar Morin, forse una società umana autentica non è ancora mai esistita. Non esisterà mai? In ogni caso è qualcosa che va creato dall’umanità.

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In molti non saranno d’accordo poiché si soffermano sui progressi che ha compiuto il genere umano. Ma gli “ottimisti” troppo facilmente dimenticano il “negativo”, l’altra faccia della medaglia. In effetti è possibile un’analisi che mostri come vi sia stato al tempo stesso un progresso ineguale, asimmetrico, della società. Per certi versi siamo migliorati, per altri peggiorati?

Si prenda l’affermazione di un filosofo discusso come Martin Heidegger: lo sviluppo morale dell’uomo è stato troppo lento rispetto allo sviluppo tecnico. Conseguenza: “ormai soltanto un dio ci può salvare” poiché non siamo in grado di controllare la megamacchina che abbiamo creato, anzi è lei ad “imporsi” su di noi.

Cosa implica tale lento sviluppo morale? Sto cercando di dire che fino a che una società non diviene comunità – e ci rendiamo conto che ciò è estremamente arduo per una società planetaria – non può esservi modo di risolvere i problemi che genera all’interno o all’esterno (inquinamento, global warming, ecc)

Che cosa non è comunità? Le diseguaglianze e l’individualismo che generano.

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Quando le risorse sono distribuite in maniera ineguale (e le differenze abissali nella distribuzione della ricchezza non solo altro che lo specchio di tale fenomeno) non può esserci comunità perché questa esiste solo dove si mette-in-comune qualcosa. Roberto Esposito sostiene che questo qualcosa sia quel “munus” che è scritto già nell’origine latina della parola comunità e che dobbiamo ritrovare.

Quando Jared Daimond nel suo libro Collasso dice che tutte le civiltà del passato sono crollate per la diseguaglianza fra èlite e governati è solo un’altro modo di dire che manca comunità, che non c’è il sentimento di comune fra gli uomini. (2)

NOTE

(1) Come aveva detto Wittgenstein nelle Ricerche Filosofiche. Tale linguaggio scientifico anzi rischia spesso di finire subordinato alle logiche economiche e di potere nell’università; si veda in J.F. Lyotard – La condizione post-moderna a proposito degli enunciati denotativi.

(2) Ma si può pensare, molto ottimisticamente, che una comunità autentica non abbia nemmeno bisogno di essere governata, perché un governo presuppone dei “sudditi”, dei governati che in qualche misura non possono mai sentirsi liberi avendo delegato per contratto sociale ad uno Stato di decidere per loro.

 

La “Politica” può cambiare le cose o fa parte del problema?

(Ripubblico qui un’articolo che avevo scritto su Effetto Cassandra)

Nel loro grande e ultimo aggiornamento – I nuovi limiti dello sviluppo, 2004; – del loro primo lavoro D. e D. Meadows e Jorgen Randers affermano: “l’umanità può rispondere in tre modi ai segnali che indicano come l’uso delle risorse e l’emissione di inquinanti siano cresciuti oltre i limiti sostenibili. Un modo è non riconoscere, occultare o confondere i segnali”; “un secondo modo di rispondere è alleviare le pressioni derivanti dai limiti ricorrendo ad artifici tecnici o economici”; “il terzo modo è volgersi alle cause sottostanti, fare un passo indietro e riconoscere che il sistema socioeconomico umano, così com’è organizzato oggi, non è governabile, ha superato i limiti e va verso il collasso; dopo di che, cercare di cambiare la struttura del sistema” (pag.282-284).  

Ora, poichè secondo gli autori “tutto quello che possiamo fare è intervenire sui flussi produttivi da cui dipendono le attività umane riportandoli a livelli sostenibili attraverso scelte, tecnologia e organizzazioni umane…” (pag.35), cosa può voler dire cambiare la struttura se è l'”economia-politica” la struttura del sistema?

Fra le scelte necessarie che l’umanità dovrebbe compiere vi è, come noto, una autoriduzione della popolazione: si dovrà raggiungere una stabilità fra natalità e mortalità, poichè la popolazione è uno dei due “motori della crescita esponenziale nella società umana” (insieme al “capitale produttivo”; pag.50) e tende a crescere a tassi iperesponenziali.

Se cambiare la struttura significa regolare il sistema economico, bisognerà fare i conti con “l’anello di crescita del capitale” il quale ha fatto si che “l’industria crescesse maggiormente della popolazione” generando crisi da sovraproduzione e bassa domanda. Inoltre, bisognerà fare i conti col fatto che “le forme attuali di crescita perpetuano la povertà e ampliano il divario fra ricchi e poveri” (pag.66).

La questione che si pone perciò è: è possibile modificare il sistema economico evitando che vi siano accumulazioni di capitale (monopoli) e disuguaglianze?

Vi sono “fattori che regolano la crescita e che possono contenere il sistema entro confini accettabili” (pag.54)? Si tratta appunto di capire se vi siano feeback negativi (nel senso utilizzato in LTG 2004) entro un’economia monetaria, in grado di riequilibrarla e se questa possa assumere una forma diversa dal capitalismo neoliberista attuale. Poichè “sono all’opera due strutture generali […] che per ragioni sistemiche danno al privilegiato potere e risorse per accrescere il loro privilegio” e che “tendono ad essere endemici in ogni società se questa non introduce coscientemente strutture di compensazione per contrastare le disuguaglianze” (pag.69).

Quali potrebbero essere queste strutture di compensazione? Si tratta di interventi politici come “imposte progressive sul reddito”, ecc. Ma siamo sicuri che questo cambierebbe la struttura del sistema? Chiediamo dunque: è possibile cambiare il sistema economico mantenendo inalterata quella “struttura politica” che gli fa da sfondo? Qual è questa struttura? La questione è assai spinosa perché pone il problema di “chi e come” può cambiare una struttura.

La nostra cultura risponde all’unanimità che solamente tramite mutamenti di carattere politico è possibile cambiare le strutture della nostra società. Ma se fosse persino la Politica una struttura, o meglio, un sistema? In che senso?

La cosa non dovrebbe stupire se si risale all’accezione con cui si denominava nel XVIII secolo: Economia politica classica. Ebbene si: l’economia è una forma di politica e non è disgiungibile da essa (dopo Torleb Veblen, fra i più recenti Jean Baudrillard è quello che l’ha mostrato meglio), perciò l’idea che l’economia sia qualcosa di regolabile dalla politica è un’idea ingenua ma assai difficile da rigettare, poichè la dimensione politica è il fondamento della nostra cultura (in particolare mantenere la divisione fra la sfera privata degli elettori e quella pubblica dei decisori) e di ciò che ci vantiamo di chiamare democrazia.

Si tratta di dimostrare che la creazione della ricchezza non può aver luogo senza un correlativo aumento della popolazione. Un’affermazione certamente scandalosa. Vi sono condizioni alla base che sono:

1- un continuo aumento dei flussi estrattivi: energia a basso costo e materie prime

2- un aumento costante della produzione industriale

3- aumento costante della domanda di beni e servizi e dunque dei consumi

Ora, la popolazione deve crescere per alimentare i consumi o può aumentare il PIL procapite mantenendo stabile la popolazione? Qui infatti, come dicono in LTG “la bassa crescita della popolazione comporta un maggiore PIL procapite” invece, al contrario, nei paesi poveri l'”aumento di popolazione genera più povertà e ancora aumento di popolazione” (pag.66).

[fonte: “Ambiente, Risorse, Sviluppo Sostenibile; di Selenia Arigliano]

A livello globale non esistono “diverse” economie bensì una medesima economia globalizzata. Ora, non è un caso che la Cina sia entrata nel WTO sin dal 2001 e che da allora sia diventata l’autentico motore della crescita mondiale, infatti è più o meno da allora che le economie occidentali hanno incominciato a rallentare. E la Cina non è esattamente un paese piccolo.

Dall’altra parte se non fosse per l’India non vi sarebbe un’adeguato “output” a consumare una fetta della produzione mondiale. Questi due paesi sono quelli che dobbiamo ringraziare quando elogiamo la crescita (e quando deridiamo il “made in China”; i governi mondiali hanno ben pensato di chiudere un’occhio nei confronti della odiosa ideologia comunista, trattandosi di affari..). Qui sotto, in azzurro “the rest of the world” comprende Cina e India, mentre notiamo come i paesi OCSE in blu scuro e tutti gli altri colori tendano al declino in termini di consumi energetici:

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[fonte: Gail Tverberg, Our Finite World]

Se consideriamo che la popolazione dei paesi sviluppati cresce ad una media dello 0,4% è evidente che ci pensa il resto del mondo a compensare questa situazione (Asia in media 0,9% e paesi poveri oltre 2% annuo). E’ per questo che gli investitori occidentali si rivolgono ai mercati emergenti, poichè là trovano quella spinta alla crescita della popolazione e del capitale produttivo che si è ormai esaurita in Occidente. Quando toccheranno anche loro i “limiti dello sviluppo”? A quel punto vedremo anche là diminuire i tassi di crescita della popolazione.

Conclusione

Non sembra verosimile che la sfera politica possa generare feedback negativi tali da cambiare o equilibrare la struttura del sistema invertendo la tendenza al BAU delle nostre società. Ragion per cui attendersi dei cambiamenti su larga scala (come la COP21) dai politici non ha alcun senso poiché la “classe politica” mantiene tutti gli interessi nel perpetuare questo sistema e mostrerà sempre resistenze al cambiamento.

Se la Politica è un sistema, accoppiato all’economia, vediamo che andare a modificarne la struttura sembrerebbe qualcosa di una misura tale da non essere nemmeno compresa. Come cambiare la politica senza una rivoluzione politica a sua volta? Tale è la nostra forma mentis.

And so, what’s next?

La mente di fronte alle catastrofi (2) quanto siamo resilienti?

(Pubblicato anche sul blog Effetto Cassandra di Ugo Bardi http://ugobardi.blogspot.it/)

In questo post propongo un’esercizio mentale volto ad anticipare un evento negativo, qualcosa di simile a quegli “esercizi spirituali” che facevano alcuni medievali, come la “meditatio mortis”.

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Prendiamo l’ipotesi dell’arrivo di una meteora sulla terra, ipotesi che è stata cavalcata dalla filmografia catastrofista (basti pensare ad Armageddon).

 

Per quanto ne so – basandomi sulla “Storia della Terra” di McDougall – un’evento del genere è qualcosa che necessariamente prima o poi riaccade, per via delle leggi della probabilità. Qui non mi interessa quando e se accadrà qualcosa del genere, bensì prendere questo esempio come la “madre” di tutte le catastrofi annunciate.

Supponiamo che un’organizzazione spaziale tipo la NASA avverta la popolazione che fra un mese si abbatterà sulla Terra un’asteroide di dimensioni sufficientemente grandi da spazzare via metà della popolazione mondiale e che farebbe collassare l’intero network finanziario-commerciale su cui si basa la vita umana. Qualcosa come migliaia e migliaia di volte la potenza della più potente bomba atomica che sia capace di produrre, per esempio, il bravo Kim jong-un.

Supponiamo che tutti gli enti governativi decidano che l’allerta è reale e avvertano la popolazione. Che cosa accadrebbe?

Nel film sopra citato gli esperti di turno valutano che l’unica chance per l’umanità è spaccare in due la meteora in modo da deviarla. La responsabilità nel film finisce per ricadere su quel gruppetto di astronauti che si incaricherà della missione.

Supponiamo che però non si possa far esplodere la meteora perchè è già troppo tardi… La popolazione viene avvisata che l’impatto è certo. La mente delle persone subito capisce e anticipa (la mente ha funzione di “anticipare”; si veda il post) che “sarà la catastrofe”. A una parte dell’umanità toccherebbe la sorte peggiore, senza che si possa sapere a chi… Ci troveremmo ad affrontare tutti insieme, senza distinzioni di razze e privilegi sociali, lo stesso pericolo.

Le persone come reagiranno? Panico totale o collaborazione?

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La mente come si comporterà? Come un cavallo imbizzarrito o sarà sufficientemente calma per affrontare la situazione? In questi momenti sarebbe meglio aver coltivato la “consapevolezza” come un buddista o la frenesia come un’occidentale?

Può essere che dopo un periodo iniziale di panico si cominci a cercare insieme delle soluzioni. La soluzione migliore che viene trovata è di calcolare il momento esatto in cui vi sarà l’impatto così da capire in che luogo avverrà e dunque… evacuare l’intera popolazione mondiale nel punto opposto della Terra! (ribadisco che questa “ipotesi” non ha alcun valore reale; è solo a titolo di esperimento mentale). In tal modo forse sarà possibile salvarsi quasi tutti.

La gente si arrende all’evidenza e comincia a entrare nell’ordine delle idee che non c’è alternativa. Ecco il punto che mi interessa: avviene un’immenso cambiamento per tutti e bisogna metterlo in atto. Bisogna trasferirsi dall’altra parte del globo e abbandonare tutto ciò che si aveva e faceva.

Improvvisamente non esiste più nessuna vita quotidiana con le sue piccole gioie e timori, con i suoi ritmi e regolarità, aspettative, responsabilità, progetti, ecc. Cambia l’intero campo dei valori individuali e collettivi. La mente viene invasa da immagini e pensieri nuovi che cacciano sullo sfondo la maggior parte di quelli che era solita rappresentarsi. Ora c’è un solo obiettivo: salvarsi e aiutare anche i propri familiari e tutto diviene funzionale a questo scopo. Paradossalmente per qualcuno la vita potrebbe anche riacquistare un “senso” – ha senso oggi la vita? – poichè ne risperimenta il valore (la mente anticipa che si potrebbe perdere la vita).

TORNIAMO ALLA “REALTA'”…

La nostra situazione attuale riguardo ai cambiamenti climatici, mi domando, è poi molto diversa? L’unica differenza è che i dati che abbiamo a riguardo non possono darci certezze su cosa accadrà. Ma continuando a spalmare le conseguenze più gravi di questo “evento” nei decenni a venire – come se non fossimo mai realmente nell’occhio del ciclone, ma sempre “Demain” lo saremo, come per il film omonimo francese – di fatto finiamo con non concretizzare mai alcun comportamento collettivo (ma nemmeno individuale) adeguato.

Il problema è che adesso c’è una vita concreta che devo mandare avanti, con tutti i suoi doveri, ed è assai difficile pensare che il futuro è adesso. “Che cosa dovremmo fare?” si chiedono in molti, con senso di impotenza. L’immenso problema è che la nostra stessa quotidianità è implicata nel problema. Non è che il Global Worming sia una fatalità che giunge all’umanità da un’altro pianeta, come una meteora appunto: siamo tutti noi a contribuire alla quotidiana immissione di gas serra con i nostri comportamenti.

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Il sistema, dicono alcuni, è lock-in: è bloccato. Operare dei cambiamenti nel sistema è incredibilmente arduo, poichè bisogna modificare le “regole del gioco”, quelle strutture di retroazione che lo mantengono in essere. Cosa fare? Come farlo?

Ciò che non è abbastanza chiaro ai più è che ognuno di noi ha la sua parte di responsabilità in questa storia. Additiamo la responsabilità maggiore alle multinazionali, ai politici e al “sistema”. Non possiamo accettare di farne parte anche noi. Eppure, non siamo tutti “costretti” a giocare a questo gioco perverso guidato dalle corporations?

Ciò che intendevo evidenziare è come tutti gli equilibri e le dinamiche cambiano quando un pericolo è evidente. Non c’è più alcun “sistema lock-in” di fronte a mobilitazioni simili, di colpo tutta la forza coercitiva che sembrava imporci, quasi dall’esterno, di partecipare secondo le norme stabilite alla vita sociale – viene meno.

Il sistema è bloccato solo perchè noi lo vogliamo. E’ davvero ridicolo pensare che i politici faranno qualcosa.

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Non ci potrà essere nessun “cambiamento sistemico guidato dal risveglio morale” (R. Heinberg) fino a che continuiamo a fare le stesse cose e come le facciamo prima. Se non facciamo diventare il cambiamento climatico “il nostro lavoro” che cosa credete che cambierà? Qui sta il vero blocco e modificarlo significa diventare resilienti, cioè in grado di affrontare il cambiamento.

 

 

 

 

 

La Mente di fronte alle catastrofi

(Pubblicato anche su Effetto Cassandra di Ugo Bardi: http://ugobardi.blogspot.it/)

Per chi conosce il problema dei “limiti dello sviluppo” può sembrare sorprendente rileggere oggi l’ultima parte di “Verso un ecologia della mente” di Gregory Bateson. Questo grande padre del pensiero sistemico aveva già chiaro il destino che attende la nostra civiltà.

Se io sono nel giusto, allora il nostro atteggiamento mentale rispetto a ciò che siamo e a ciò che sono gli altri deve venire ristrutturato. Non si tratta di uno scherzo e non so quanto tempo abbiamo prima della fine. (G. Bateson, pag. 503; grassetto mio)

Questo veniva detto nel gennaio 1970, dunque prima che fosse pubblicato il primo rapporto sui Limiti dello sviluppo (1972). Ora, sono passati quasi 50 anni da questi avvertimenti e ci troviamo, noi contemporanei, a vivere proprio “quel” momento che sembrava non arrivare mai. Siamo “on the cusp of collapse” direbbe David Korowicz.

Tuttavia – rilevo – la nostra specie non sembra affatto in grado di reagire di fronte ad un pericolo annunciato, probabilmente il più grave della storia umana. Intendo dire tutti: dallo scienziato al filosofo, dall’operaio all’agricoltore. Come mai dunque? Sebbene la questione sia stata assai discussa (anche su questo blog) qui mi interrogo su altre motivazioni.

MENTE

La mente “mente” dicono i buddisti. Il pensiero è un’anticipazione della realtà, una sua rappresentazione, dicono gli occidentali.

Il pensiero è una pre-occupazione – sia esso scientifico, filosofico o artistico – viene “prima” del “contatto” vero e proprio con la realtà e nel quale la coscienza si spegne, per così dire. O si pensa o si è tutt’uno con la realtà. Questo non significa che non si debba mai pensare, ma che bisogna comprendere che il pensiero è una simbolizzazione della realtà.

Sfortunatamente siamo malati di troppo pensiero e non siamo quasi mai in contatto col mondo. Siamo “con” i nostri pensieri, ma i pensieri non sono il mondo. La realtà è non-verbale, direbbero ancora una volta i buddisti.

CATASTROFI

Tutti i cosiddetti “catastrofisti”, mi sembra, si trovano d’accordo su un punto: che vi sarà un “tipping point”, un punto di svolta dopo del quale accadrà certamente un grosso cambiamento, ma non c’è accordo su che cosa accadrà. Le opinioni variano dagli estremi di un “catastrofismo ottimista” sino all’apocalisse e all’estinzione umana a breve termine (detta NTHE in inglese).

ANTROPOCENTRISMO

Quando si parla di “antropocentrismo” ci si può spingere fino a riferirsi a ciò che accumuna tutti gli uomini di questo pianeta, non solamente una cultura specifica (con le dovute eccezioni). Secondo questa idea siamo tutti affetti da una forma di egocentrismo che ci porta, inconsapevolmente o meno, a ritenerci più importanti degli altri esseri.

“Ogni essere vivente è imperialista” diceva Bertrand Russell. Non solo noi ma tutti gli esseri. Per ogni specie si potrebbe cambiare il suffisso “antropo” e lasciare “centrismo”. Sembra inscritto in tutti gli esseri viventi quello di sentirsi al centro dell’universo, ma l’uomo è la forma autocosciente di questo delirio, come già diceva Nietzsche. Non molto tempo è passato da quando pensavamo che Dio avesse creato per noi piante, animali e tutto il resto.

Se mettete Dio all’esterno e lo ponete di fronte alla sua creazione, e avete l’idea di essere stati creati a sua immagine e somiglianza, voi vi vedrete logicamente e naturalmente come fuori contro le cose che vi circondano. E nel momento in cui vi arrogherete tutta la mente, tutto il mondo circostante vi apparirà senza mente e quindi senza diritto a considerazione morale o etica (op.cit.,p. 503)

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LA PARTE E IL TUTTO

Sebbene però la “natura” – termine con cui in modo bizzarro etichettiamo tutto ciò che noi non siamo – abbia una logica nella sua ciclica “distruzione” e creazione (nel senso che le catene alimentari sono crudeli ma “funzionali” all’armonia dell’insieme) noi invece sembriamo agire in maniera del tutto disfunzionale, sia dal punto di vista della nostra specie che dal punto di vista del pianeta. Ci distruggiamo a vicenda e distruggiamo il pianeta – pianeta di cui facciamo parte. Ecco, ciò che intendo dire si riduce a questa affermazione, che và indagata in profondità.

 […] se un organismo o un’aggregato di organismi stabilisce di agire avendo di mira la propria sopravvivenza allora il suo “progresso” finisce per distruggere l’ambiente […] in effetti avrà distrutto se stesso. (op.cit., p. 491)

Quando diciamo che noi siamo parte della natura in realtà lo diciamo solo a parole ma non “a fatti”. Siamo consapevoli di derivare dalle scimmie? Solo a parole. Di più: siamo consapevoli di derivare dai batteri? No. Il pensiero evolutivo ci ha abituato a questa consapevolezza, ma è qualcosa che abbiamo digerito senza masticarlo veramente. Lo abbiamo accettato come vero e ovvio ma senza pensare davvero alle sue conseguenze.

Non deriviamo però solamente da qualcos’altro, noi siamo quell’altro che pur facciamo fatica a riconoscere. Siamo letteralmente costituiti di parti di mondo, compresa la componente inerte (minerali), in ogni nostra parte.

E’ questa la radice di tutti i nostri problemi, un grande ritardo “culturale” se volete, un grandioso disadattamento della specie, una incapacità di accettare la propria origine. E’ la hybris dell’homo sapiens sapiens.

Nessuno sa quanto tempo ci resti, nel sistema attuale, prima che si abbatta su di noi qualche disastro, più grave della distruzione di un gruppo di nazioni. Il compito più importante oggi è forse di imparare a pensare nella nuova maniera. (op.cit., p. 503)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una religione chiamata Economia

 

 

Fa parte delle narrazioni collettive l’idea che le religioni stiano lasciando il passo ad uno stadio umano più evoluto. La scienza e la tecnica si emancipano da ogni discorso mitico e religioso nella convinzione che a guidarle sia solo la razionalità. Il Dio Ragione ha soppiantato il vecchio Dio. Nietzsche, oltre un secolo fa, avvertiva che Dio è morto e che noi l’abbiamo ucciso. Oggi uno spettro si aggira per le nostre società: è il nichilismo che segue alla sua morte. In che cosa consiste? Secondo Nietzsche nella svalutazione di tutti i valori che fino ad ora sono stati sacri e sui quali è stata fondata la civiltà occidentale.

 «Ciò che racconto è la storia dei prossimi due secoli. Descrivo ciò che verrà, ciò che non potrà più venire diversamente: l’avvento del nihilismo. Questa storia può essere raccontata già oggi, poiché qui è all’opera la necessità stessa. Questo futuro parla già con cento segni, questo destino si annunzia dappertutto: tutte le orecchie sono già ritte per questa musica del futuro. Tutta la nostra cultura europea si muove già da gran tempo con una tensione torturante che cresce di decennio in decennio, come se si avviasse verso una catastrofe inquieta, violenta, precipitosa; come un fiume che vuole sfociare, che non si rammenta più, che ha paura di rammentare» (Nietzsche, Frammenti Postumi, 1887-1888)

Non è necessario che un Dio sia posto come trascendente per essere denominato come tale. Ciò che infatti troviamo oggi come conseguenza della secolarizzazione è un nuovo dio, immanente: l’Economia. Niente più “ascesi intramondana” e volontà di salvezza poichè Oikonomos, (in greco, la “cura della casa”), è divenuta l’unica preoccupazione. Questa esigenza è cresciuta già nei secoli che precedono la morte di Dio, fin dal Rinascimento, con l’ampliarsi del commercio mondiale, per divenire una macchina planetaria di approvvigionamento e distribuzione che prevede miliardi o addirittura trilioni di transazioni monetarie informatizzate al secondo.

Perché l’Economia è un Dio? Perchè essa ha preso il posto dei vecchi valori e perché la utilizziamo per colmare il vuoto lasciato dal nichilismo. Molto semplicemente, il nichilismo è giunto poichè un valore fondamentale è stato superato: l’aldilà. Oggi ci troviamo inconsciamente nella situazione di non reperire più un senso nell’esistenza poichè per due millenni (ma forse molto di più) abbiamo creduto che non vi fosse un senso in questa vita, e che quindi questa dovesse avere necessariamente una sua “copia originale” da un’altra parte, in un mondo trascendente. Da Platone al cattolicesimo, questa è una matrice fondamentale con cui dobbiamo fare i conti quando parliamo della nostra “cultura”.

Ciò che è straordinario è che non vogliamo “vedere” che cosa abbiamo prodotto! E’ per questo che ci affanniamo e corriamo da tutte le parti: non possiamo ancora accettare che non ci sia qualcosa dopo la morte! La nostra condizione storica ci obbliga piuttosto a capire che cosa significa un’esistenza mortale e finita. In fondo siamo convinti che non vi sia alcun senso e che dunque tanto vale “vivere al massimo”; arraffare ogni momento di questa effimera esistenza; non perdere nessuna opportunità perchè “ogni lasciata è perduta”.

L’economia è questo “correre” in un girone infernale – una crescita infinita su un pianeta finito – svincolato da ogni limite che la ostacoli –  perchè se non c’è senso “tutto è permesso” (Dostojevski) e non ci saranno conseguenze. Nessun Dio giudicatore che ci aspetta per valutare meriti e peccati. Tuttavia, se non c’è alcun senso non varrebbe la pena di farla finita subito? Non sarebbe più lungimirante?

Primo, per i mortali non nascere è meglio di tutto;

ma nati, quanto prima varcare le soglie dell’Ade. (Esiodo)

L’economia opera come una gigantesca rimozione. E’ come se stessimo cercando di fabbricare il senso stesso tramite le nostre attività quotidiane. Infatti più siamo impegnati più la vita ci sembra avere senso. Quando siamo in movimento – come le merci – ci dimentichiamo di quel rumore cosmico di fondo, di quella mancanza che talvolta ci assilla domandando: ma che senso ha tutto questo?

 

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Per quanto le cose vadano male e c’è la crisi in pochi saranno disposti a dire che l’economia non è una buona cosa. Per questo ci crediamo ciecamente, non la mettiamo in discussione, proprio come una religione con il suo Dio. Invece del valore dell’aldilà, noi abbiamo il Dio-denaro che ci permette di fare qualunque cosa, o almeno così crediamo. Tutto consiste nel credere in qualcosa – per questo è difficile liberarsi del termine religione in senso lato.

Ma perchè l’economia non è una buona cosa? (ho già cominciato delle riflessioni qui) Perchè non è possibile creare ricchezza per tutti. La ricchezza è qualcosa che può appartenere solo ad alcuni. Io posso essere ricco solo se tu sei povero; la ricchezza è una relazione fra due termini: ci deve essere povertà perchè vi sia ricchezza.

Lo si vede bene per la faccenda delle disuguaglianze. Sebbene il divario fra ricchi e poveri continua a crescere da decenni, il tenore medio di vita dei poveri è aumentato. Vittoria del capitalismo? Si, infatti anche qui la nostra religione ci protegge da ogni eresia: dobbiamo riformare il sistema economico, ridistribuire la ricchezza, monitorare i grandi capitali, porre nuove leggi che limitino le multinazionali! Così salveremo il terzo mondo, dobbiamo promuovere lo sviluppo dell’Africa! Ecco allora giustificate le guerre per esportare la democrazia, la quale instaurerà un governo che garantirà le condizioni affinchè anche loro possano avere accesso alla ricchezza. 

 

E lo si vede perchè dove passa Economia c’è distruzione: di foreste, di mari, di specie viventi, di noi stessi e delle nostre infinite culture disseminate per il pianeta. Il realismo ormai imporrebbe di mettere l’Economia nel cestino della storia per provare a vedere se è possibile creare società in modi che non implicano lo scambio di risorse ed energia in una maniera così abietta.

Sarebbe ora di diventare blasfemi verso questa religione, ma si sa, il fenomeno della “folla” è arduo da superare, poichè è il meccanismo stesso della nostra evoluzione (secondo Renè Girard). Temiamo di perdere i nostri possessi e ci temiamo a vicenda; ci è difficile andar contro ciò che fanno gli altri. Ci è estremamente difficile rigettare ciò che ci fa vivere: Economia. Ma se ciò che oggi ci fa vivere fosse ciò che domani ci farà morire?

Permacultura, Transizione e Decrescita Felice ovvero: come prendere ciò che interessa e scartare il resto

David Holmgren è noto essere il co-fondatore della “Permacultura”, una filosofia e scienza di progettazione nata al fine di adattare l’uomo in maniera più ecologica con l’ambiente. Pur essendo nata negli anni ’70 essa è nota oggi più che altro come modo alternativo di coltivare, una specie di tecnica, sebbene chi dice “faccio l’orto in permacultura” fa mandare su tutte le furie gli agronomi (“non è una tecnica di coltivazione!”).

Serge Latouche invece è noto come padre della “decrescita felice”, un movimento che ha avuto un certo successo fra gli “ambientalisti” e gli “alternativi” (perdonate le grossolane etichettature) poichè incarna la necessità di una riduzione dei consumi, degli sprechi, dell’inquinamento. Sostiene che sia possibile essere felici con meno, in breve: che non sia necessario “crescere” per essere felici, ma è possibile “decrescere”.

Questi due personaggi sono accumunati da una sindrome che colpisce molti movimenti sociali: vengono portate avanti alcune idee fra le molte che vengono presentate dai loro fondatori e il resto viene scartato. E’ come se una sindrome, un filtro selezionatore agisse per selezionare alcune cose: quelle accettabili dalla maggioranza in un dato periodo storico. Ebbene, conoscendo quali sono ancora le tendenze della nostra specie in questa fase storica, non possiamo dubitare che verranno scartate le più importanti! Le idee realmente sovversive vengono rigorosamente filtrate e scongiurate poichè la loro attuazione non è possibile. Di quali idee parliamo? Di uscire dall’economia, di provocarne volontariamente la fine mediante la presa di responsabilità della propria esistenza!

Holmgren in diverse occasioni (fra cui questa) ha detto e scritto che “se solo il 10% della popolazione investisse in movimenti di economia locale e moneta locale, il sistema collasserebbe“. Ma la moneta locale non è una delle armi che il movimento della Transizione intende usare per creare un’alternativa all’economia e “transitarci” verso un mondo post-combustibili fossili? Si, sebbene non mi sembra fosse nelle intenzioni dei suoi ideatori quella di un collasso volontario e auspicabile del sistema economico! Lo è invece per Holmgren e anche per Latouche, il quale auspica – ma lo abbiamo dimenticato – ad una “uscita dall’economia” graduale, mediante una regionalizzazione delle economie, con ogni mezzo buono per ostacolare la tendenza alla globalizzazione vigente.

Latouche ha insistito molto sul fatto che “abbiamo un martello economico nella testa” e che “dobbiamo decostruire il nostro immaginario economico”. Non è stato ascoltato e i vari circoli MDF trovano un’identità solo per fare pratiche di laboratori al fine di “ridurre i consumi” e limitare la bolletta e il portafogli.

Ma perchè bisogna uscire dall’economia?

Per capirlo basta mettere a confronto due esigenze fra loro inconciliabili:

1-la prima è quella dell’economia, che necessita di crescere e consumare.

2-la seconda è quella dell’ambiente, che necessita di essere lasciato in equilibrio poichè ha una capacità di rigenerazione che non può essere troppo modificata.

Per questo l’ambientalista moderno, il Decrescista, il Transizionista, il Permacultore (e tutti coloro che hanno a cuore in qualche modo le sorti del pianeta) si trovano in grave conflitto con se stessi, ma senza saperlo!

Per salvare l’ambiente si richiede di limitarsi nei consumi, nelle estrazioni di materie prime, nell’aumento dei flussi energetici ma il sistema economico viaggia sul binario opposto: dal suo punto di vista non è possibile decrescere! Abbiamo davvero compreso cosa implica la crescita economica? (ne ho già parlato anche qui). Che tutti i parametri devono aumentare, come la quantità di barili di petrolio estratti ogni anno.

Global Petroleum and Other Liquids
2015 2016 2017 2018
a Weighted by oil consumption.
b Foreign currency per U.S. dollar.
Supply & Consumption (million barrels per day)
Non-OPEC Production 58.48 57.91 58.98 60.10
OPEC Production 38.23 39.24 39.44 40.11
OPEC Crude Oil Portion 31.67 32.69 32.53 32.96
Total World Production 96.72 97.15 98.42 100.21
OECD Commercial Inventory (end-of-year) 2970 2967 3013 3060
Total OPEC surplus crude oil production capacity 1.46 1.15 2.09 1.40
OECD Consumption 46.43 46.83 47.12 47.49
Non-OECD Consumption 48.99 50.16 51.29 52.53
Total World Consumption 95.42 96.99 98.41 100.02

Se il sistema nel complesso non cresce, collassa. Non ci sono alternative. E’ per questo che il mantra fondamentale di tutti i governi è “la crescita”, il nuovo Dio ma un Dio monoteista come il vecchio poichè non ammette rivali!

L’errore di molti sta nel pensare che sia possibile non-crescere o a-crescere come direbbe Latouche. Oggi è in voga l’idea che ci attenda una stagnazione secolare, ma la fisica obietta: l’economia è una struttura dissipativa, ovvero qualcosa che per esistere dissipa continuamente energia e che può essere mantenuta solo tramite flussi continui e crescenti (non intermittenti) di energia e materie prime.

Sempre più energia deve entrare nel sistema

Sempre più materiali devono essere estratti

Sempre più terra deve essere arata

Sempre più acqua deve essere utilizzata

Risultati immagini per socio economic trend

E infine, cosa più oscura ai più: sempre più popolazione deve esistere per alimentare questa folle corsa…

Risultati immagini per aumento popolazione mondiale

Perché oscura? Perchè molti pensano che sarebbe possibile stabilizzare la popolazione. Ciò costituisce una parte importante di quelle teorie che ritengono sia possibile raggiungere una “Stady-State economy” o stato stazionario. Poichè già agli economisti classici era chiaro che la crescita non poteva essere infinita, e poichè non potevano ammettere che dovesse aver termine del tutto, concepirono una sorta di via di mezzo. Oggi la chiamiamo “stagnazione”. Si pensa che in questo modo sarebbe possibile regolare l’economia e magari, con una popolazione stabile, ottenere una ricchezza maggiormente distribuita. Niente di più illusorio, tuttavia, perché anche allora l’economia dovrà continuare a crescere! Ma come farlo con una popolazione stabile? Come potrà infatti aumentare la domanda di beni e servizi? I consumi devono sempre aumentare in un’economia, pena la recessione. Si potrebbe pensare di aumentare indefinitamente i consumi procapite? Bene, allora i redditi individuali – in particolare dei lavoratori dipendenti – dovranno costantemente aumentare, almeno di quanto aumenta l’inflazione, per sostenere gli acquisti. Ma da dove provengono i redditi dei lavoratori? Ebbene, provengono dai profitti che i produttori ricavano dalla forza-lavoro.

Evitando di ripetere qui una spiegazione data altrove, si capisce che se è in questo modo che avviene la creazione di denaro (oltre che mediante la creazione di moneta a debito, tramite le banche), non è possibile ridurre o stabilizzare la popolazione: essa deve crescere proprio come tutto il resto. Ne viene che l’economia si comporta come un palloncino, che si gonfia man mano, fino a scoppiare una volta raggiunti i “limiti della crescita”.

Ecco perché, per quanto possa sembrare incredibile e scandaloso, vi sono stati uomini come Latouche e Holmgren col coraggio di parlare così contro il sistema da “volerne” la fine.

 

 

 

 

L’adattamento dell’uomo ai cambiamenti climatici nella storia

Consiglio di vedere la puntata del 27 luglio 2017 di Atlantide per chi vuole conoscere quali siano stati i mutamenti che hanno determinato gli spostamenti umani, anche durante quella “finestra temporale” post glaciazione che ha determinato la nascita della rivoluzione agricola. Straordinario documentario!

http://www.la7.it/atlantide/rivedila7/atlantide-28-07-2017-219156

Non è che “stiamo” rovinando la Terra. E’ già distrutta (Repubblica: Sesta estinzione di massa -50% popolazioni animali)

Qui sotto il link dell’articolo di Repubblica:
http://www.repubblica.it/ambiente/2017/07/10/news/sesta_estinzione_globale_lo_studio_popolazione_animale_decimata_in_100_anni_-170484864/?ref=RHPPBT-VA-I0-C4-P10-S1.4-F4

I ritmi della 6a estinzione delle specie continuano a galoppare… le popolazioni si sono ridotte già del 50%. Il WWF dichiarava nel Living Report 2016 che entro il 2020 arriveremo al 70%.

“il calo demografico è estremamente alto, anche nelle specie considerate a basso rischio”

L’articolo conclude con una nota positiva sulle possibilità dell’uomo di uscire da questa situazione minimizzando il nostro impatto. Si, peccato che l’economia viva solo della crescita, e questo comporta che i TASSI di prelievi che facciamo dal pianeta debbano ogni anno aumentare. E’ una legge inesorabile dell’economia moderna, forse di ogni economia.

Così, se  vogliamo mangiare carne – ma questo vale per tutto il resto degli alimenti – dobbiamo sapere che ci vogliono 10 calorie di lavoro/energia per produrre 1 caloria di carne (secondo Masanobu Fukuoka) e dunque che dobbiamo consumare più di quanto possiamo permetterci (in rosso nella foto).

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