La mente di fronte alle catastrofi (2) quanto siamo resilienti?

(Pubblicato anche sul blog Effetto Cassandra di Ugo Bardi http://ugobardi.blogspot.it/)

In questo post propongo un’esercizio mentale volto ad anticipare un evento negativo, qualcosa di simile a quegli “esercizi spirituali” che facevano alcuni medievali, come la “meditatio mortis”.

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Prendiamo l’ipotesi dell’arrivo di una meteora sulla terra, ipotesi che è stata cavalcata dalla filmografia catastrofista (basti pensare ad Armageddon).

 

Per quanto ne so – basandomi sulla “Storia della Terra” di McDougall – un’evento del genere è qualcosa che necessariamente prima o poi riaccade, per via delle leggi della probabilità. Qui non mi interessa quando e se accadrà qualcosa del genere, bensì prendere questo esempio come la “madre” di tutte le catastrofi annunciate.

Supponiamo che un’organizzazione spaziale tipo la NASA avverta la popolazione che fra un mese si abbatterà sulla Terra un’asteroide di dimensioni sufficientemente grandi da spazzare via metà della popolazione mondiale e che farebbe collassare l’intero network finanziario-commerciale su cui si basa la vita umana. Qualcosa come migliaia e migliaia di volte la potenza della più potente bomba atomica che sia capace di produrre, per esempio, il bravo Kim jong-un.

Supponiamo che tutti gli enti governativi decidano che l’allerta è reale e avvertano la popolazione. Che cosa accadrebbe?

Nel film sopra citato gli esperti di turno valutano che l’unica chance per l’umanità è spaccare in due la meteora in modo da deviarla. La responsabilità nel film finisce per ricadere su quel gruppetto di astronauti che si incaricherà della missione.

Supponiamo che però non si possa far esplodere la meteora perchè è già troppo tardi… La popolazione viene avvisata che l’impatto è certo. La mente delle persone subito capisce e anticipa (la mente ha funzione di “anticipare”; si veda il post) che “sarà la catastrofe”. A una parte dell’umanità toccherebbe la sorte peggiore, senza che si possa sapere a chi… Ci troveremmo ad affrontare tutti insieme, senza distinzioni di razze e privilegi sociali, lo stesso pericolo.

Le persone come reagiranno? Panico totale o collaborazione?

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La mente come si comporterà? Come un cavallo imbizzarrito o sarà sufficientemente calma per affrontare la situazione? In questi momenti sarebbe meglio aver coltivato la “consapevolezza” come un buddista o la frenesia come un’occidentale?

Può essere che dopo un periodo iniziale di panico si cominci a cercare insieme delle soluzioni. La soluzione migliore che viene trovata è di calcolare il momento esatto in cui vi sarà l’impatto così da capire in che luogo avverrà e dunque… evacuare l’intera popolazione mondiale nel punto opposto della Terra! (ribadisco che questa “ipotesi” non ha alcun valore reale; è solo a titolo di esperimento mentale). In tal modo forse sarà possibile salvarsi quasi tutti.

La gente si arrende all’evidenza e comincia a entrare nell’ordine delle idee che non c’è alternativa. Ecco il punto che mi interessa: avviene un’immenso cambiamento per tutti e bisogna metterlo in atto. Bisogna trasferirsi dall’altra parte del globo e abbandonare tutto ciò che si aveva e faceva.

Improvvisamente non esiste più nessuna vita quotidiana con le sue piccole gioie e timori, con i suoi ritmi e regolarità, aspettative, responsabilità, progetti, ecc. Cambia l’intero campo dei valori individuali e collettivi. La mente viene invasa da immagini e pensieri nuovi che cacciano sullo sfondo la maggior parte di quelli che era solita rappresentarsi. Ora c’è un solo obiettivo: salvarsi e aiutare anche i propri familiari e tutto diviene funzionale a questo scopo. Paradossalmente per qualcuno la vita potrebbe anche riacquistare un “senso” – ha senso oggi la vita? – poichè ne risperimenta il valore (la mente anticipa che si potrebbe perdere la vita).

TORNIAMO ALLA “REALTA'”…

La nostra situazione attuale riguardo ai cambiamenti climatici, mi domando, è poi molto diversa? L’unica differenza è che i dati che abbiamo a riguardo non possono darci certezze su cosa accadrà. Ma continuando a spalmare le conseguenze più gravi di questo “evento” nei decenni a venire – come se non fossimo mai realmente nell’occhio del ciclone, ma sempre “Demain” lo saremo, come per il film omonimo francese – di fatto finiamo con non concretizzare mai alcun comportamento collettivo (ma nemmeno individuale) adeguato.

Il problema è che adesso c’è una vita concreta che devo mandare avanti, con tutti i suoi doveri, ed è assai difficile pensare che il futuro è adesso. “Che cosa dovremmo fare?” si chiedono in molti, con senso di impotenza. L’immenso problema è che la nostra stessa quotidianità è implicata nel problema. Non è che il Global Worming sia una fatalità che giunge all’umanità da un’altro pianeta, come una meteora appunto: siamo tutti noi a contribuire alla quotidiana immissione di gas serra con i nostri comportamenti.

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Il sistema, dicono alcuni, è lock-in: è bloccato. Operare dei cambiamenti nel sistema è incredibilmente arduo, poichè bisogna modificare le “regole del gioco”, quelle strutture di retroazione che lo mantengono in essere. Cosa fare? Come farlo?

Ciò che non è abbastanza chiaro ai più è che ognuno di noi ha la sua parte di responsabilità in questa storia. Additiamo la responsabilità maggiore alle multinazionali, ai politici e al “sistema”. Non possiamo accettare di farne parte anche noi. Eppure, non siamo tutti “costretti” a giocare a questo gioco perverso guidato dalle corporations?

Ciò che intendevo evidenziare è come tutti gli equilibri e le dinamiche cambiano quando un pericolo è evidente. Non c’è più alcun “sistema lock-in” di fronte a mobilitazioni simili, di colpo tutta la forza coercitiva che sembrava imporci, quasi dall’esterno, di partecipare secondo le norme stabilite alla vita sociale – viene meno.

Il sistema è bloccato solo perchè noi lo vogliamo. E’ davvero ridicolo pensare che i politici faranno qualcosa.

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Non ci potrà essere nessun “cambiamento sistemico guidato dal risveglio morale” (R. Heinberg) fino a che continuiamo a fare le stesse cose e come le facciamo prima. Se non facciamo diventare il cambiamento climatico “il nostro lavoro” che cosa credete che cambierà? Qui sta il vero blocco e modificarlo significa diventare resilienti, cioè in grado di affrontare il cambiamento.

 

 

 

 

 

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La Mente di fronte alle catastrofi

(Pubblicato anche su Effetto Cassandra di Ugo Bardi: http://ugobardi.blogspot.it/)

Per chi conosce il problema dei “limiti dello sviluppo” può sembrare sorprendente rileggere oggi l’ultima parte di “Verso un ecologia della mente” di Gregory Bateson. Questo grande padre del pensiero sistemico aveva già chiaro il destino che attende la nostra civiltà.

Se io sono nel giusto, allora il nostro atteggiamento mentale rispetto a ciò che siamo e a ciò che sono gli altri deve venire ristrutturato. Non si tratta di uno scherzo e non so quanto tempo abbiamo prima della fine. (G. Bateson, pag. 503; grassetto mio)

Questo veniva detto nel gennaio 1970, dunque prima che fosse pubblicato il primo rapporto sui Limiti dello sviluppo (1972). Ora, sono passati quasi 50 anni da questi avvertimenti e ci troviamo, noi contemporanei, a vivere proprio “quel” momento che sembrava non arrivare mai. Siamo “on the cusp of collapse” direbbe David Korowicz.

Tuttavia – rilevo – la nostra specie non sembra affatto in grado di reagire di fronte ad un pericolo annunciato, probabilmente il più grave della storia umana. Intendo dire tutti: dallo scienziato al filosofo, dall’operaio all’agricoltore. Come mai dunque? Sebbene la questione sia stata assai discussa (anche su questo blog) qui mi interrogo su altre motivazioni.

MENTE

La mente “mente” dicono i buddisti. Il pensiero è un’anticipazione della realtà, una sua rappresentazione, dicono gli occidentali.

Il pensiero è una pre-occupazione – sia esso scientifico, filosofico o artistico – viene “prima” del “contatto” vero e proprio con la realtà e nel quale la coscienza si spegne, per così dire. O si pensa o si è tutt’uno con la realtà. Questo non significa che non si debba mai pensare, ma che bisogna comprendere che il pensiero è una simbolizzazione della realtà.

Sfortunatamente siamo malati di troppo pensiero e non siamo quasi mai in contatto col mondo. Siamo “con” i nostri pensieri, ma i pensieri non sono il mondo. La realtà è non-verbale, direbbero ancora una volta i buddisti.

CATASTROFI

Tutti i cosiddetti “catastrofisti”, mi sembra, si trovano d’accordo su un punto: che vi sarà un “tipping point”, un punto di svolta dopo del quale accadrà certamente un grosso cambiamento, ma non c’è accordo su che cosa accadrà. Le opinioni variano dagli estremi di un “catastrofismo ottimista” sino all’apocalisse e all’estinzione umana a breve termine (detta NTHE in inglese).

ANTROPOCENTRISMO

Quando si parla di “antropocentrismo” ci si può spingere fino a riferirsi a ciò che accumuna tutti gli uomini di questo pianeta, non solamente una cultura specifica (con le dovute eccezioni). Secondo questa idea siamo tutti affetti da una forma di egocentrismo che ci porta, inconsapevolmente o meno, a ritenerci più importanti degli altri esseri.

“Ogni essere vivente è imperialista” diceva Bertrand Russell. Non solo noi ma tutti gli esseri. Per ogni specie si potrebbe cambiare il suffisso “antropo” e lasciare “centrismo”. Sembra inscritto in tutti gli esseri viventi quello di sentirsi al centro dell’universo, ma l’uomo è la forma autocosciente di questo delirio, come già diceva Nietzsche. Non molto tempo è passato da quando pensavamo che Dio avesse creato per noi piante, animali e tutto il resto.

Se mettete Dio all’esterno e lo ponete di fronte alla sua creazione, e avete l’idea di essere stati creati a sua immagine e somiglianza, voi vi vedrete logicamente e naturalmente come fuori contro le cose che vi circondano. E nel momento in cui vi arrogherete tutta la mente, tutto il mondo circostante vi apparirà senza mente e quindi senza diritto a considerazione morale o etica (op.cit.,p. 503)

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LA PARTE E IL TUTTO

Sebbene però la “natura” – termine con cui in modo bizzarro etichettiamo tutto ciò che noi non siamo – abbia una logica nella sua ciclica “distruzione” e creazione (nel senso che le catene alimentari sono crudeli ma “funzionali” all’armonia dell’insieme) noi invece sembriamo agire in maniera del tutto disfunzionale, sia dal punto di vista della nostra specie che dal punto di vista del pianeta. Ci distruggiamo a vicenda e distruggiamo il pianeta – pianeta di cui facciamo parte. Ecco, ciò che intendo dire si riduce a questa affermazione, che và indagata in profondità.

 […] se un organismo o un’aggregato di organismi stabilisce di agire avendo di mira la propria sopravvivenza allora il suo “progresso” finisce per distruggere l’ambiente […] in effetti avrà distrutto se stesso. (op.cit., p. 491)

Quando diciamo che noi siamo parte della natura in realtà lo diciamo solo a parole ma non “a fatti”. Siamo consapevoli di derivare dalle scimmie? Solo a parole. Di più: siamo consapevoli di derivare dai batteri? No. Il pensiero evolutivo ci ha abituato a questa consapevolezza, ma è qualcosa che abbiamo digerito senza masticarlo veramente. Lo abbiamo accettato come vero e ovvio ma senza pensare davvero alle sue conseguenze.

Non deriviamo però solamente da qualcos’altro, noi siamo quell’altro che pur facciamo fatica a riconoscere. Siamo letteralmente costituiti di parti di mondo, compresa la componente inerte (minerali), in ogni nostra parte.

E’ questa la radice di tutti i nostri problemi, un grande ritardo “culturale” se volete, un grandioso disadattamento della specie, una incapacità di accettare la propria origine. E’ la hybris dell’homo sapiens sapiens.

Nessuno sa quanto tempo ci resti, nel sistema attuale, prima che si abbatta su di noi qualche disastro, più grave della distruzione di un gruppo di nazioni. Il compito più importante oggi è forse di imparare a pensare nella nuova maniera. (op.cit., p. 503)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una religione chiamata Economia

 

 

Fa parte delle narrazioni collettive l’idea che le religioni stiano lasciando il passo ad uno stadio umano più evoluto. La scienza e la tecnica si emancipano da ogni discorso mitico e religioso nella convinzione che a guidarle sia solo la razionalità. Il Dio Ragione ha soppiantato il vecchio Dio. Nietzsche, oltre un secolo fa, avvertiva che Dio è morto e che noi l’abbiamo ucciso. Oggi uno spettro si aggira per le nostre società: è il nichilismo che segue alla sua morte. In che cosa consiste? Secondo Nietzsche nella svalutazione di tutti i valori che fino ad ora sono stati sacri e sui quali è stata fondata la civiltà occidentale.

 «Ciò che racconto è la storia dei prossimi due secoli. Descrivo ciò che verrà, ciò che non potrà più venire diversamente: l’avvento del nihilismo. Questa storia può essere raccontata già oggi, poiché qui è all’opera la necessità stessa. Questo futuro parla già con cento segni, questo destino si annunzia dappertutto: tutte le orecchie sono già ritte per questa musica del futuro. Tutta la nostra cultura europea si muove già da gran tempo con una tensione torturante che cresce di decennio in decennio, come se si avviasse verso una catastrofe inquieta, violenta, precipitosa; come un fiume che vuole sfociare, che non si rammenta più, che ha paura di rammentare» (Nietzsche, Frammenti Postumi, 1887-1888)

Non è necessario che un Dio sia posto come trascendente per essere denominato come tale. Ciò che infatti troviamo oggi come conseguenza della secolarizzazione è un nuovo dio, immanente: l’Economia. Niente più “ascesi intramondana” e volontà di salvezza poichè Oikonomos, (in greco, la “cura della casa”), è divenuta l’unica preoccupazione. Questa esigenza è cresciuta già nei secoli che precedono la morte di Dio, fin dal Rinascimento, con l’ampliarsi del commercio mondiale, per divenire una macchina planetaria di approvvigionamento e distribuzione che prevede miliardi o addirittura trilioni di transazioni monetarie informatizzate al secondo.

Perché l’Economia è un Dio? Perchè essa ha preso il posto dei vecchi valori e perché la utilizziamo per colmare il vuoto lasciato dal nichilismo. Molto semplicemente, il nichilismo è giunto poichè un valore fondamentale è stato superato: l’aldilà. Oggi ci troviamo inconsciamente nella situazione di non reperire più un senso nell’esistenza poichè per due millenni (ma forse molto di più) abbiamo creduto che non vi fosse un senso in questa vita, e che quindi questa dovesse avere necessariamente una sua “copia originale” da un’altra parte, in un mondo trascendente. Da Platone al cattolicesimo, questa è una matrice fondamentale con cui dobbiamo fare i conti quando parliamo della nostra “cultura”.

Ciò che è straordinario è che non vogliamo “vedere” che cosa abbiamo prodotto! E’ per questo che ci affanniamo e corriamo da tutte le parti: non possiamo ancora accettare che non ci sia qualcosa dopo la morte! La nostra condizione storica ci obbliga piuttosto a capire che cosa significa un’esistenza mortale e finita. In fondo siamo convinti che non vi sia alcun senso e che dunque tanto vale “vivere al massimo”; arraffare ogni momento di questa effimera esistenza; non perdere nessuna opportunità perchè “ogni lasciata è perduta”.

L’economia è questo “correre” in un girone infernale – una crescita infinita su un pianeta finito – svincolato da ogni limite che la ostacoli –  perchè se non c’è senso “tutto è permesso” (Dostojevski) e non ci saranno conseguenze. Nessun Dio giudicatore che ci aspetta per valutare meriti e peccati. Tuttavia, se non c’è alcun senso non varrebbe la pena di farla finita subito? Non sarebbe più lungimirante?

Primo, per i mortali non nascere è meglio di tutto;

ma nati, quanto prima varcare le soglie dell’Ade. (Esiodo)

L’economia opera come una gigantesca rimozione. E’ come se stessimo cercando di fabbricare il senso stesso tramite le nostre attività quotidiane. Infatti più siamo impegnati più la vita ci sembra avere senso. Quando siamo in movimento – come le merci – ci dimentichiamo di quel rumore cosmico di fondo, di quella mancanza che talvolta ci assilla domandando: ma che senso ha tutto questo?

 

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Per quanto le cose vadano male e c’è la crisi in pochi saranno disposti a dire che l’economia non è una buona cosa. Per questo ci crediamo ciecamente, non la mettiamo in discussione, proprio come una religione con il suo Dio. Invece del valore dell’aldilà, noi abbiamo il Dio-denaro che ci permette di fare qualunque cosa, o almeno così crediamo. Tutto consiste nel credere in qualcosa – per questo è difficile liberarsi del termine religione in senso lato.

Ma perchè l’economia non è una buona cosa? (ho già cominciato delle riflessioni qui) Perchè non è possibile creare ricchezza per tutti. La ricchezza è qualcosa che può appartenere solo ad alcuni. Io posso essere ricco solo se tu sei povero; la ricchezza è una relazione fra due termini: ci deve essere povertà perchè vi sia ricchezza.

Lo si vede bene per la faccenda delle disuguaglianze. Sebbene il divario fra ricchi e poveri continua a crescere da decenni, il tenore medio di vita dei poveri è aumentato. Vittoria del capitalismo? Si, infatti anche qui la nostra religione ci protegge da ogni eresia: dobbiamo riformare il sistema economico, ridistribuire la ricchezza, monitorare i grandi capitali, porre nuove leggi che limitino le multinazionali! Così salveremo il terzo mondo, dobbiamo promuovere lo sviluppo dell’Africa! Ecco allora giustificate le guerre per esportare la democrazia, la quale instaurerà un governo che garantirà le condizioni affinchè anche loro possano avere accesso alla ricchezza. 

 

E lo si vede perchè dove passa Economia c’è distruzione: di foreste, di mari, di specie viventi, di noi stessi e delle nostre infinite culture disseminate per il pianeta. Il realismo ormai imporrebbe di mettere l’Economia nel cestino della storia per provare a vedere se è possibile creare società in modi che non implicano lo scambio di risorse ed energia in una maniera così abietta.

Sarebbe ora di diventare blasfemi verso questa religione, ma si sa, il fenomeno della “folla” è arduo da superare, poichè è il meccanismo stesso della nostra evoluzione (secondo Renè Girard). Temiamo di perdere i nostri possessi e ci temiamo a vicenda; ci è difficile andar contro ciò che fanno gli altri. Ci è estremamente difficile rigettare ciò che ci fa vivere: Economia. Ma se ciò che oggi ci fa vivere fosse ciò che domani ci farà morire?

Permacultura, Transizione e Decrescita Felice ovvero: come prendere ciò che interessa e scartare il resto

David Holmgren è noto essere il co-fondatore della “Permacultura”, una filosofia e scienza di progettazione nata al fine di adattare l’uomo in maniera più ecologica con l’ambiente. Pur essendo nata negli anni ’70 essa è nota oggi più che altro come modo alternativo di coltivare, una specie di tecnica, sebbene chi dice “faccio l’orto in permacultura” fa mandare su tutte le furie gli agronomi (“non è una tecnica di coltivazione!”).

Serge Latouche invece è noto come padre della “decrescita felice”, un movimento che ha avuto un certo successo fra gli “ambientalisti” e gli “alternativi” (perdonate le grossolane etichettature) poichè incarna la necessità di una riduzione dei consumi, degli sprechi, dell’inquinamento. Sostiene che sia possibile essere felici con meno, in breve: che non sia necessario “crescere” per essere felici, ma è possibile “decrescere”.

Questi due personaggi sono accumunati da una sindrome che colpisce molti movimenti sociali: vengono portate avanti alcune idee fra le molte che vengono presentate dai loro fondatori e il resto viene scartato. E’ come se una sindrome, un filtro selezionatore agisse per selezionare alcune cose: quelle accettabili dalla maggioranza in un dato periodo storico. Ebbene, conoscendo quali sono ancora le tendenze della nostra specie in questa fase storica, non possiamo dubitare che verranno scartate le più importanti! Le idee realmente sovversive vengono rigorosamente filtrate e scongiurate poichè la loro attuazione non è possibile. Di quali idee parliamo? Di uscire dall’economia, di provocarne volontariamente la fine mediante la presa di responsabilità della propria esistenza!

Holmgren in diverse occasioni (fra cui questa) ha detto e scritto che “se solo il 10% della popolazione investisse in movimenti di economia locale e moneta locale, il sistema collasserebbe“. Ma la moneta locale non è una delle armi che il movimento della Transizione intende usare per creare un’alternativa all’economia e “transitarci” verso un mondo post-combustibili fossili? Si, sebbene non mi sembra fosse nelle intenzioni dei suoi ideatori quella di un collasso volontario e auspicabile del sistema economico! Lo è invece per Holmgren e anche per Latouche, il quale auspica – ma lo abbiamo dimenticato – ad una “uscita dall’economia” graduale, mediante una regionalizzazione delle economie, con ogni mezzo buono per ostacolare la tendenza alla globalizzazione vigente.

Latouche ha insistito molto sul fatto che “abbiamo un martello economico nella testa” e che “dobbiamo decostruire il nostro immaginario economico”. Non è stato ascoltato e i vari circoli MDF trovano un’identità solo per fare pratiche di laboratori al fine di “ridurre i consumi” e limitare la bolletta e il portafogli.

Ma perchè bisogna uscire dall’economia?

Per capirlo basta mettere a confronto due esigenze fra loro inconciliabili:

1-la prima è quella dell’economia, che necessita di crescere e consumare.

2-la seconda è quella dell’ambiente, che necessita di essere lasciato in equilibrio poichè ha una capacità di rigenerazione che non può essere troppo modificata.

Per questo l’ambientalista moderno, il Decrescista, il Transizionista, il Permacultore (e tutti coloro che hanno a cuore in qualche modo le sorti del pianeta) si trovano in grave conflitto con se stessi, ma senza saperlo!

Per salvare l’ambiente si richiede di limitarsi nei consumi, nelle estrazioni di materie prime, nell’aumento dei flussi energetici ma il sistema economico viaggia sul binario opposto: dal suo punto di vista non è possibile decrescere! Abbiamo davvero compreso cosa implica la crescita economica? (ne ho già parlato anche qui). Che tutti i parametri devono aumentare, come la quantità di barili di petrolio estratti ogni anno.

Global Petroleum and Other Liquids
2015 2016 2017 2018
a Weighted by oil consumption.
b Foreign currency per U.S. dollar.
Supply & Consumption (million barrels per day)
Non-OPEC Production 58.48 57.91 58.98 60.10
OPEC Production 38.23 39.24 39.44 40.11
OPEC Crude Oil Portion 31.67 32.69 32.53 32.96
Total World Production 96.72 97.15 98.42 100.21
OECD Commercial Inventory (end-of-year) 2970 2967 3013 3060
Total OPEC surplus crude oil production capacity 1.46 1.15 2.09 1.40
OECD Consumption 46.43 46.83 47.12 47.49
Non-OECD Consumption 48.99 50.16 51.29 52.53
Total World Consumption 95.42 96.99 98.41 100.02

Se il sistema nel complesso non cresce, collassa. Non ci sono alternative. E’ per questo che il mantra fondamentale di tutti i governi è “la crescita”, il nuovo Dio ma un Dio monoteista come il vecchio poichè non ammette rivali!

L’errore di molti sta nel pensare che sia possibile non-crescere o a-crescere come direbbe Latouche. Oggi è in voga l’idea che ci attenda una stagnazione secolare, ma la fisica obietta: l’economia è una struttura dissipativa, ovvero qualcosa che per esistere dissipa continuamente energia e che può essere mantenuta solo tramite flussi continui e crescenti (non intermittenti) di energia e materie prime.

Sempre più energia deve entrare nel sistema

Sempre più materiali devono essere estratti

Sempre più terra deve essere arata

Sempre più acqua deve essere utilizzata

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E infine, cosa più oscura ai più: sempre più popolazione deve esistere per alimentare questa folle corsa…

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Perché oscura? Perchè molti pensano che sarebbe possibile stabilizzare la popolazione. Ciò costituisce una parte importante di quelle teorie che ritengono sia possibile raggiungere una “Stady-State economy” o stato stazionario. Poichè già agli economisti classici era chiaro che la crescita non poteva essere infinita, e poichè non potevano ammettere che dovesse aver termine del tutto, concepirono una sorta di via di mezzo. Oggi la chiamiamo “stagnazione”. Si pensa che in questo modo sarebbe possibile regolare l’economia e magari, con una popolazione stabile, ottenere una ricchezza maggiormente distribuita. Niente di più illusorio, tuttavia, perché anche allora l’economia dovrà continuare a crescere! Ma come farlo con una popolazione stabile? Come potrà infatti aumentare la domanda di beni e servizi? I consumi devono sempre aumentare in un’economia, pena la recessione. Si potrebbe pensare di aumentare indefinitamente i consumi procapite? Bene, allora i redditi individuali – in particolare dei lavoratori dipendenti – dovranno costantemente aumentare, almeno di quanto aumenta l’inflazione, per sostenere gli acquisti. Ma da dove provengono i redditi dei lavoratori? Ebbene, provengono dai profitti che i produttori ricavano dalla forza-lavoro.

Evitando di ripetere qui una spiegazione data altrove, si capisce che se è in questo modo che avviene la creazione di denaro (oltre che mediante la creazione di moneta a debito, tramite le banche), non è possibile ridurre o stabilizzare la popolazione: essa deve crescere proprio come tutto il resto. Ne viene che l’economia si comporta come un palloncino, che si gonfia man mano, fino a scoppiare una volta raggiunti i “limiti della crescita”.

Ecco perché, per quanto possa sembrare incredibile e scandaloso, vi sono stati uomini come Latouche e Holmgren col coraggio di parlare così contro il sistema da “volerne” la fine.

 

 

 

 

L’adattamento dell’uomo ai cambiamenti climatici nella storia

Consiglio di vedere la puntata del 27 luglio 2017 di Atlantide per chi vuole conoscere quali siano stati i mutamenti che hanno determinato gli spostamenti umani, anche durante quella “finestra temporale” post glaciazione che ha determinato la nascita della rivoluzione agricola. Straordinario documentario!

http://www.la7.it/atlantide/rivedila7/atlantide-28-07-2017-219156

Non è che “stiamo” rovinando la Terra. E’ già distrutta (Repubblica: Sesta estinzione di massa -50% popolazioni animali)

Qui sotto il link dell’articolo di Repubblica:
http://www.repubblica.it/ambiente/2017/07/10/news/sesta_estinzione_globale_lo_studio_popolazione_animale_decimata_in_100_anni_-170484864/?ref=RHPPBT-VA-I0-C4-P10-S1.4-F4

I ritmi della 6a estinzione delle specie continuano a galoppare… le popolazioni si sono ridotte già del 50%. Il WWF dichiarava nel Living Report 2016 che entro il 2020 arriveremo al 70%.

“il calo demografico è estremamente alto, anche nelle specie considerate a basso rischio”

L’articolo conclude con una nota positiva sulle possibilità dell’uomo di uscire da questa situazione minimizzando il nostro impatto. Si, peccato che l’economia viva solo della crescita, e questo comporta che i TASSI di prelievi che facciamo dal pianeta debbano ogni anno aumentare. E’ una legge inesorabile dell’economia moderna, forse di ogni economia.

Così, se  vogliamo mangiare carne – ma questo vale per tutto il resto degli alimenti – dobbiamo sapere che ci vogliono 10 calorie di lavoro/energia per produrre 1 caloria di carne (secondo Masanobu Fukuoka) e dunque che dobbiamo consumare più di quanto possiamo permetterci (in rosso nella foto).

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Perché non riusciamo a fare la Transizione: stagnazione o collasso economico? (conclusione)

(Pubblicato anche su Effetto Risorse di Ugo Bardi – http://ugobardi.blogspot.it/2017/05/perche-non-riusciamo-fare-la.html)

Nella seconda parte avevo detto che avviene uno spostamento della ricchezza dalla parte dei produttori poichè la creazione di profitto avviene come “differenza fra l’eccedenza del valore realizzato dalla produzione sul consumo” (cit., L. Gallino). Deve diminuire costantemente la frazione di capitale investita in forza lavoro affinchè si generi profitto da reinvestire per l’aumento della produzione. Questo processo di spostamento avviene sia “microscopicamente” all’interno dei paesi ricchi, sia “macroscopicamente” a livello globale fra paesi ricchi e paesi poveri. I ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. In tutti e due i casi, sebbene aumenti lentamente il benessere procapite, la quantità di ricchezza complessiva che finisce nelle tasche del ricco aumenta progressivamente, inesorabilmente.

Nella quarta parte si diceva che è la risorsa petrolio ad alimentare il feedback dello sviluppo economico. Esso genera economia in quanto una risorsa produce nuove possibilità di lavoro poichè l’energia che se ne ricava mette in moto le attività umane. L’energia (Joule) genera lavoro (“exergia”; vedi Ugo Bardi). Ciò che sostengo è che nel momento in cui lo sfruttamento della risorsa avviene entro un sistema di tipo capitalistico, il tipo di feedback positivo che sorge impedisce che intervengano feedback negativi che mantengano il sistema in equilibrio poichè l’economia che si sviluppa ha una struttura intrinsecamente inegualitaria.

Il mercato della domanda e dell’offerta corrisponde alla divisione dei capitali, ovvero alla divisione sociale fra possessori di profitti e lavoratori. Sarebbe possibile in linea di principio redistribuire la ricchezza (tassa sul capitale) ma questo diviene contradditorio in una società aperta e globalizzata fondata sulla libera iniziativa economica. Chi infatti porrà un tetto ai monopoli se non lo Stato? E’ proprio questo sovraorganismo che però viene a mancare in una società come la nostra, poichè pone limiti alla circolazione dei capitali.

E’ in voga l’idea che ci aspetta una “stagnazione secolare” ma può essere che le analisi economiche non abbiano considerato adeguatamente il ruolo di una risorsa così determinante come il petrolio, perché si rifiutano di vedere l’economia come qualcosa di vincolato dall’ecosistema.

Immagine ridisegnata; di Herman Daly, https://www.csbsju.edu/Documents/Clemens%20Lecture/lecture/Book99.pdf

Tuttavia, anche qualora entro un’economia ecologica e circolare l’ambiente non costituisse più un’esternalità del processo economico e i costi non fossero più addossati alla collettività, come impedire che il sistema si scinda nuovamente in produttori e consumatori, dato che è questa la modalità che permette la creazione del valore monetario?

Stagnazione secolare o collasso?

Most people assume that oil prices, and for that matter other energy prices, will rise as we reach limits. This isn’t really the way the system works; oil prices can be expected to fall too low, as we reach limits.

(La maggior parte della gente assume che i prezzi del petrolio, e di conseguenza quelli delle altre forme di energia, si alzeranno man mano che ci avviciniamo ai limiti. Questo non è però il modo in cui funziona il sistema; possiamo aspettarci che i prezzi crolleranno, quando raggiungiamo i limiti)

Gail Tverberg, Our Finite World, https://ourfiniteworld.com/2017/05/05/why-we-should-be-concerned-about-low-oil-prices/

Ci si aspetta che il sistema verrà affetto da grave recessione (definitiva?) nel momento in cui i costi della produzione del petrolio saranno troppo alti in rapporto al suo prezzo di vendita (non si sa quale sia il costo reale di un barile di petrolio per l’economia). E’ quello che sta accadendo, ci dice Gail Tverberg, alle industrie petrolifere, sebbene non stia avvenendo quel rialzo dei prezzi che ci si aspettava. Piuttosto la bassa domanda di energia sta provocando fallimenti a catena e tagli agli investimenti allo scopo di mantenere ancora una profittabilità (secondo i dati di Bloomberg e Alix partners gli investimenti dell’industria petrolifera sono aumentati del 13% dal 2010 al 2013 ma sono diminuiti del 19% dal 2014 al 2016; cit. in Globalizzazione addio?, a cura di Mario Deaglio, 2016 ).

L’aumento della capacità produttiva (economie di scala) è possibile se la produzione viene meccanizzata/automatizzata. Ciò comporta aumento della disoccupazione. Ora, se il sistema viene affetto da un’aumento dei costi all’origine le aziende si trovano a non poter generare quei surplus di profitto che solo consente di ripagare la forza lavoro. Si genera dunque una situazione di totale squilibrio per cui  la componente lavorativa della popolazione (l’output del sistema) non è più in grado di star dietro alla produzione con adeguati consumi (PIL) poichè i bassi redditi non glielo consentono. I bassi consumi provocano un’ulteriore effetto “anti-sistemico” nel settore produttivo sotto forma di riduzione del personale, licenziamenti, ecc.

Conclusione

La questione dell’energia per l’economia, per via dell’altissima connessione e interdipendenza delle diverse economie, riguarda il mondo nella sua totalità. Non vi sono “molte” economie bensì un sistema globalizzato. Ora, la situazione di crescita attuale è retta dall’economia cinese, sebbene tende a diminuire rispetto ai ritmi pre-2007. La Cina è il vero motore dell’economia mondiale, nonostante un PIL ancora inferiore a quello USA. Anche altre economie stanno “emergendo”, come l’India, ma la loro funzione è importante in questa fase più a livello di “motore dei consumi” che di produzione industriale.Risultati immagini per world energy consumption by nations

Immagine da Gail Tverberg – Our Finite World

Così, l’economia può essere in crisi in un’area (paesi dell’OCSE) ma la situazione restare equilibrata a livello mondiale per via della crescita delle produzioni e dei consumi nei paesi non-OCSE, che stanno “prendendo la staffa” ai primi. (La situazione nel suo complesso deve essere sempre necessariamente una situazione di crescita dei consumi, correlativamente a quella della produzione).

La questione del carbone è più importante di quello che sembra (si veda Gail Tverberg – An analysis of China coal supply and its impact on China’s future economic growth), poichè è il grande motore della crescita cinese (oltre il secondo combustile mondiale). I grafici seguenti sono presi dall’articolo di Gail Tverberg “China: Is peak coal part of its problems?” – Our Finite World.Figure 2. China's energy consumption by fuel, based on BP 2016 SRWE.

Immagine da Gail Tverberg – Our Finite World

Anche questa risorsa è soggetta ad un picco di produzione come le altre e sembra averlo raggiunto nel 2014.Figure 9. Areas where coal production has peaked, based on BP 2016 SRWE.

Non si tratta forse tanto di attendere il momento esatto in cui l’offerta di idrocarburi non potrà più star dietro alla domanda globale, poichè gli indicatori macroeconomici segnalano già una situazione di rischio sistemico. Gail Tverberg ritiene che l’economia mondiale potrebbe già nel 2017-2018 (2017-the-year-when-the-world-economy-starts-coming-apart – Our Finite World) trovarsi a non saper più come affrontare i problemi sistemici dovuti alla bassa domanda di energia e ai bassi salari, poichè i mezzi dei governi e delle banche centrali (soprattutto Quantitative Easing e abbassare i tassi di interesse) non possono sopperire a lungo a una situazione di criticità strutturale. In particolare è il problema del debito pubblico nell’Eurozona a preoccupare e l’Italia si trova nell’occhio del ciclone (al centro nella figura a inizio articolo, in rosso).

Perché non riusciamo a fare la Transizione? Il problema dell’economia (quarta parte)

Secondo Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma, era assurdo rifiutare in sè il concetto di crescita. Il problema è però se può esistere una crescita armoniosa e, ciò che ci interessa qui, se questo obiettivo sia raggiungibile entro il sistema economico. In questo articolo ritorno su come secondo Gail Tverberg (Our Finite World) il problema dei salari dei lavoratori (“non-elité workers“) influenza l’economia in veste di “output”.

Input e output del sistema economico

Nella seconda parte avevo sostenuto che l’input del sistema economico è costituito dai produttori, l’output dai consumatori, la forza-lavoro e che dalle dinamiche generate dal loro incontro emerge il sistema economico come lo conosciamo.

La divisione sociale fra possessori dei mezzi di produzione e forza-lavoro rimane valida poichè non è segnata in modo arbitrario all’interno del vasto campo economico. Si tratta dell’evidenza per cui è unicamente la categoria dei produttori-imprenditori a ricavare profitti dall’attività produttiva.

Ma se i profitti rimangono esclusivi di tale categoria da dove provengono i soldi per pagare i salari dei lavoratori? Una parte dei profitti derivanti dalla produzione andranno a ripagare la forza-lavoro che ha prodotto il bene. Al tempo stesso il lavoratore oltre che forza-lavoro diviene forza-consumo poichè il salario ottenuto che gli serve per procurarsi i mezzi di sussistenza verrà speso in quelle merce che ha contribuito a produrre.

(Dell’intero valore prodotto nell’arco della giornata lavorativa al lavoratore ne viene solamente una parte; la restante viene trattenuta dal produttore ed è questo a generare plus-valore cioè profitto. Può sembrare riduttivo pensare che gli introiti di una grande azienda si ricavino in questo modo ma è proprio per questo che il produttore appena può non esita a ridurre il personale o a automatizzare la produzione. E’ anche per questo che al datore di lavoro non conviene avere lavoratori part-time se può ricavare lo stesso numero di ore di lavoro da un minor numero di lavoratori a tempo pieno)

Ne viene che la domanda dei beni/prodotti può essere generata solo da coloro che lavorano, se ci accordiamo di riservare questo termine solo a coloro che sono ottengono il loro stipendio da altri e non possono ricavare dei profitti dalla loro attività lavorativa. Sono i lavoratori però che “chiudono il cerchio” (output) in quanto forza-lavoro e forza-consumo senza la quale la produzione industriale non avrebbe alcuno sbocco.

Schema della crescita fisica dell’economia

Dobbiamo ora integrare la tematica dell’energia e delle risorse entro la cornice macroeconomica. E’ quello che ha fatto Gail Tveberg.

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Questo schema mostra in maniera semplificata quali sembra che siano le principali linee di flusso che generano crescita economica. Non ha importanza qui considerare la storia economica. Lo schema descrive quella fase della storia umana in cui i combustibili fossili vengono utilizzati come energia primaria per generare attività economica (l’Antropocene). La crescita economica da questo punto di vista è un gigantesco feedback positivo alimentato dalla disponibilità e capacità delle risorse fossili di generare energia a basso costo nella prima fase del loro sfruttamento (mi riferirò al petrolio per semplificare ulteriormente).

La fase di “vacche grasse” (cit. Ugo Bardi)

Fino a che i costi di produzione del petrolio rimangono bassi, le aziende produttrici possono permettersi di venderlo ottenendo surplus (profitti) considerevoli. I settori agricolo e industriale sono i primi beneficiari in quanto richiedono flussi costanti di energia. E’ un periodo di espansione. Il mercato può beneficiare di una grande offerta di beni ed è questo probabilmente a creare le condizioni per un’ampia domanda. In questa fase la società è stimolata ad acquistare e a consumare. Ciò che è essenziale è che in questa fase i profitti derivanti dalla produzione sono così grandi da permettere:

a) un aumento della scala produttiva e nuovi investimenti (input);

b) un pagamento dei salari ai lavoratori sufficiente a garantirgli una quantità di moneta e potere d’acquisto che possa venir speso in consumi (output):

Se l’inflazione aumenta, diminuisce il potere d’acquisto della forza-lavoro (il consumatore) che non può più permettersi di alimentare i consumi, il che fa contrarre il settore produttivo che ne dipende.

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E’ nella fase in cui il costo dell’energia per la società è basso che i consumatori possono permettersi spese extra (grosse auto, immobili, ecc) e fare ricorso al credito. La spirale produzione-consumo si autoalimenta e l’economia cresce. Non si vedono ostacoli al procedere in questo modo.

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La fase di “vacche magre”

Tuttavia con il passare del tempo i costi di estrazione e produzione aumentano (è ciò che avviene nel caso di ogni risorsa finita). Ciò comporta conseguenze per il sistema economico, un circolo vizioso difficile da controbilanciare, poichè l’intera attività economica è adattata su un’unico tipo di risorse e non c’è un’alternativa possibile in tempi brevi (bassa resilienza). Nel momento in cui il prezzo di una risorsa così importante comincia a crescere questo influenza non solo le aziende che lo producono ma l’intera economia, che entra in recessione, a cominciare da quei settori che dipendono direttamente da un determinato prezzo del petrolio, finendo con l’influenzare a cascata anche gli altri.

Come l’aumento del prezzo del petrolio influenza l’economia? Avviene un aumento dei prezzi dei prodotti industriali poichè questi incorporano il prezzo del petrolio.

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Ora, è il settore della produzione industriale che determina la crescita o la recessione di un economia e da sola consuma la metà dell’energia mondiale disponibile (Bayar, Cilic, Effects of Oil and Natural Gas Prices on Industrial Production in the Eurozone Countries). Si tratta di una catena di aumento dei costi di produzione all’origine che genera aumento dei costi di vendita delle merci finali nel mercato. I benefici netti cominciano a diminuire (curva di Tainter).

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L’economia necessita di crescere il che significa flussi di energia e materia in continuo aumento al fine di generare una produzione/offerta di merci che sostenga la domanda che viene dalla società. Col tempo però il lavoratore-consumatore diviene sempre meno in grado di partecipare alla domanda poiché il suo potere d’acquisto si erode parallelamente e in virtù dell’arricchimento dei produttori.

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La serie storica vede un andamento sinusoidale dei profitti aziendali (in rosso) fino al 2000 – diminuiscono ogni volta in corrispondenza delle crisi da sovrapproduzione? – dal 2000 avviene l’impennata, cui segue il crollo nel 2007-2008 e una nuova risalita. Nel frattempo i salari dei “non-elité workers” paragonati alla crescita dell’economia tendono costantemente verso il basso dagli anni ’60-’70.

(continua…)

Inoculo shiitake, hugelkultur, semina erbe spontanee, riproduzione microrganismi

di Rachele Sbabo
Domenica ci siamo trovati per la prima puntata del corso di permacultura, agricoltura sinergica e rigenerativa tenuto da Francesco Badalini.

I temi trattati e soprattutto svolti sono stati la costruzione di una Hügel Kultur, la semina di erbe spontanee e l’inoculo in ceppi di funghi shiitake.

Per riscaldarci in quest’uggiosa giornata che però ci ha risparmiato a metà dalla pioggia, abbiamo costruito una bella casetta per la riproduzione di microrganismi da inoculare poi nell’orto: foglie di sottobosco, qualche sacco nero è un po’ di spago e il gioco è fatto!

Foglie di sottobosco: ecco dove scovare i microrganismi!
Togliamo tutta l’aria dal sacco così i microrganismi dopo essersi riprodotti si addormentano e si risveglieranno quando, di nuovo a contatto con l’ossigeno, li spargeremo nell’orto
Casa hot per microrganismi

HUGELKULTUR

Hugelkultur primo strato: tronchi e rami di varie dimensioni

Spazio al divertimento: saltiamo sopra la hugelkultur per comprimere i tronchi
Sopra i tronchi mettiamo le zolle di terra rovesciate che avevamo tolto da sotto lo spazio per la hugelkultur
Il sandwich continua: sopra le zolle d’erba buttiamo la terra raccolta dallo scavo di 30 cm (per raccogliere l’acqua) sotto la hugelkultur

Ecco le nostre facce soddisfatte (unica cosa che emerge dalla trincea scavata dietro alla hugelkultur per trattenere l’acqua) alla fine dell’imponente opera architettonica!
scherzetto! In realtà siamo degli sfaticati:niente trincea! Solo un camminamento comunque leggermente più basso del livello del terreno per trattenere l’acqua.

Abbiamo poi sperimentato una tecnica ideata dal nostro insegnante Francesco: seminare erbe spontanee nell’orto! Abbiamo scelto erbe che sono commestibili, che si possono essiccare per preparare infusi e che con la loro fioritura non solo ci regalano un meraviglioso arcobaleno colorato, ma attirano anche molti insetti utili per l’impollinazione!

Abbiamo seminato queste erbe in alcune fasce su un lato della hugelkultur, le fasce restanti saranno dedicate al trapianto di ortaggi che speriamo vadano d’accordo con i loro vicini selvatici!

E come ultima rifinitura: una bella pacciamatura di foglie!

Hugelkultur ultimo strato: una bella pacciamatura di foglie!

Ecco qui il risultato: altro che piramidi d’Egitto!

SHIITAKE

Comincia ora il secondo atto del corso: impariamo a coltivare i miracolosi funghi shiitake!

Prima del corso Michele e Michele hanno preparato questi tronchi incidendo con la motosega delle fenditure

In una bacinella inumidiamo della paglia finché, stretta in un pugno, è umida ma non gocciola
Micelio di shiitake che andremo a mescolare alla paglia
Riempiamo le fenditure con il mix di paglia e micelio
Sopra il mix di paglia e micelio mettiamo uno strato di solo micelio e poi un filo di paglia per sigillare il tutto
Per sigillare ulteriormente, mettiamo del nastro adesivo di carta sopra le fenditure così che il contenuto non possa uscire…lo toglieremo fra 20 giorni e poi chissà! Vi aspettiamo per un risottino agli shiitake!
E anche se per i funghi bisogna aspettare, noi non esitiamo a festeggiare!

Grazie a tutti per la bella e intensissima giornata!
Ci vediamo domenica 14 con la seconda puntata del corso!

PROGETTO AGRICOLO “LA MADONNETTA”: acetosa, zucchine, trapiantatore salvaschiena

Inauguriamo la stagione dei trapianti!
Le baby zucchine sono pronte per uscire dalla calda serra incubatrice per affrontare le notti ancora fresche di questo imprevedibile aprile.

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E da bravi genitori-contadini, non manchiamo di rimboccare con una calda coperta di paglia questi giovani germogli cotiledonosi!

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E per far crescere al meglio le zucchine, abbiamo fornito loro degli ottimi amici: piselli e cipolle, buona consociazione per queste piccole cucurbitacee.
Le piantine sono state piantate in un’interfila tra piselli e cipolle, chissà che diventino buone compagne e si aiutino a vicenda!

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pacciamatura di paglia per le baby zucchine tra filari di cipolle e piselli (sono visibili i tutori)

 

Con tutto questo altruismo, non potreva mancare un po’ di sano egoismo: inauguriamo il trapiantatore salvaschiena che ci permette di trapiantare senza chinarsi! Si tratta di un tubo cavo con punta apribile. Si conficca nel terreno, si infila la piantina nel tubo, questa scende a terra, si apre la punta tirando una leva e si solleva l’attrezzo: et voilà! Un ultimo assestamento del terreno con il piede e il gioco è fatto. La schiena ringrazia.

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Le piantine provengono dal semenzaio autoprodotto con bancali, nonostante le gelate le piantine si sono trovate molto bene! Abbiamo mescolato compost e terriccio, non pressando troppo. Il risultato è ottimo: le piantine si estraggono facilmente, le radici non si sono attorcigliate e sono di un sanissimo colore bianco.

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Ma ecco l’innovazione delle innovazioni! Ce l’ha insegnata Francesco Badalini, che terrà fra poco un corso di permacultura, agricoltura sinergica e rigenerativa nel nostro campo ( https://www.facebook.com/events/199435893898165/): emina di erbe spontanee in campo tra gli ortaggi. Visitando con lui l’orto ci ha fatto notare che le fave cominciavano a essere infestate dagli afidi. Ci ha quindi consigliato la semina di piate trappola per questo insetto: acetosa e artemisia. Non essendoci però presi per tempo abbiamo provato un trapianto di acetosa. Non è stato facile perchè quest’erba ha una radice fittonante di 40 cm e abbiamo dovuto scavare molto in profondità per non danneggiarla. E per il trapianto abbiamo scavato altrettanto profondo…speriamo che le piante si adattino bene e si riprendano, vi aggiorneremo a proposito.

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acetosa
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acetosa accanto alle fave
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acetosa: trappola per gli afidi

ciao ciao! la vostra inviata: la locusta

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