Permacultura di comunità (prima parte)

Vorremmo qui ricordare da dove nasce l’esigenza della Permacultura e a che cosa ci può servire per affrontare il futuro che viene…
Ciò che proponiamo al lettore è, se possibile, di abbandonarsi alla lettura e di cercare di dimenticare tutti i paradigmi che si è formato a proposito di come è costituita la società, di come funziona la realtà e di cosa si dovrebbe fare per essere felici.

L’esigenza di una Permacultura

Fra coloro che si occupano di Permacultura spesso si può notare un “lapsus” che finisce per renderla una “semi-permanent-cultura“.
A cosa ci riferiamo? Non dobbiamo dimenticare che i padri di questa scienza hanno sviluppato questo concetto in polemica o contrasto con la cultura dominante, una cultura di spreco e di consumo. Ma non solo questo.

L’esigenza nasceva prima di tutto dalla consapevolezza dell’imminente fine dell’epoca dei combustibili fossili ed era necessario creare un alternativa a questo sistema assai poco resiliente. La Permacultura si poneva dunque nell’ottica della creazione di habitat “solari”, in cui cioè l’utilizzo dell’energia – il calcolo degli input e degli output utilizzati – fosse in armonia con l’ambiente.
Si trattava di ripensare la propria vita e le proprie attività a partire dalle energie rinnovabili e ottenibili in cicli chiusi – non esiste il “rifiuto” in natura – invece che sperperare una base di risorse finita e non rinnovabile.
Bill Mollison si ingegnava dunque nel creare una nuova disciplina il cui senso fosse quello di ingegnarsi in maniera creativa nell’utilizzare tutte le risorse di un luogo al fine di rendersi autonomi per quanto possibile da input di energia esterni, cioè non ricavabili dal luogo stesso.
Ora, fra coloro che se ne occupano si può notare come questa esigenza sia un pò venuta meno.
A cosa si può attribuire questo? Si ha l’impressione che ormai Permacultura sia divenuto sinonimo o di una semplice tecnica colturale (di solito amata nell’ambiente dei “frikkettoni”) oppure di un metodo per rendere semplicemente più efficiente il nostro “sistema”.
Si assiste ad una metamorfosi in cui il fine ultimo – la creazione di un sito autonomo e “naturale”, dunque permanente – non viene visto come tale ma viene meno di fronte ad altre esigenze.

Di quali esigenze si tratta? Ma di economia!
Come sempre, anche qui vediamo che le difficoltà che un permacultore incontra sono il dover far quadrare i conti e questo purtroppo finisce con il rovinare tutti i suoi sforzi: se noi subordiniamo il nostro habitat e le nostre attività alla creazione di reddito inevitabilmente siamo costretti a porci all’interno di quel problema da cui volevamo uscire.
Entrare nel circuito economico – e qui ci si riferisce a quei permacultori che si occupano di orticoltura, allevamento, ecc – significa dover creare il proprio sito in maniera tale non più da soddisfare le proprie esigenze – o se non altro esigenze di un numero di persone limitate – bensì di un numero indefinito di persone.
Rientrando nel circuito mi devo rendere più competitivo di fronte alle altre realtà.

Ecco che il senso originario della Permacultura è svuotato del suo nucleo e dobbiamo fornirci o utilizzare più energia di quella che siamo in grado di trovare nel nostro luogo.
E’ una palese contraddizione.
(si calcola la quantità di lavoro di un cacciatore-raccoglitore preistorico circa 2-4 ore al giorno; un contadino moderno lavora dalle 10 alle 14 ore al giorno!).

Il fatto che questa pratica stia comunque prendendo piede dimostra la sua forza riguardo alla sua capacità di progettare e organizzare persino un azienda in maniera da utilizzarne le risorse in maniera più efficiente.
E’ evidente però che alla fine non riusciremo ad uscire dal circolo vizioso del produttivismo e finiremo per lavorare al servizio della gogna economica se non più di prima, almeno come prima.

Permacultura di comunità

Per restituire alla Permacultura il suo senso è dunque necessario affrancarla il più possibile dal circuito economico. Ma come, direte voi, dato che ci dobbiamo per forza fare i conti? Finchè manteniamo il nostro individualismo sarà difficile e faticoso affrancarsi dal circuito del denaro. Ecco perché non è possibile creare un circuito alternativo se non insieme, per coalizzare le forze.
Queste forze devono essere concentrate su scopi comuni, i quali devono aver di mira una gestione permaculturale delle attività “produttive”. Può sembrare molto complicato ma in verità si tratta di qualcosa di semplice e che i nostri avi conoscevano meglio di noi: la cooperazione.
Le forme cooperative sono la risposta che dobbiamo dare all’egemonia del mercato globale che stabilisce i prezzi cui i produttori devono adeguarsi. Essendo il mercato (per esempio quello agricolo-sementiero), gestito da un oligopolio di pochissime grandi multinazionali, si crea un “cartello” e si influenzano i livelli dei prezzi cui poi gli altri, incapaci di competere per rialzare/abbassare il prezzo, dovranno sottostare.

Ma perché dovremmo fare questo?
Si deve rispondere su due fronti (che poi sono lo stesso): uno riguarda la necessità di reagire adeguatamente al potere economico delle multinazionali e del mercato; l’altro quello di tamponare e prepararsi all’instabilità che verrà, in maniera da rendersi “permanenti”.

La prima viene percepita da molti, la seconda solo da alcuni.

Se non c’è chiarezza sull’orizzonte che abbiamo davanti non sarà possibile che quest’idea di comunità possa funzionare, così come la Permacultura perde di senso una volta inserita completamente nel circuito economico.
Ma è necessario anche accettare che non è possibile uscire del tutto dal sistema economico. Basterà uscirne “parzialmente”?

Mettere di fronte alle persone la prospettiva di fare a meno del denaro significa cancellare ogni speranza di essere ascoltati e di fare concretamente qualcosa. Non ci stanno. Sappiamo il significato che ha il denaro per la vita, nostro malgrado, ma proprio per questo dobbiamo sforzarci di affrancarcene il più possibile.
D’altra parte se non si è disposti almeno a mettere in discussione il significato del denaro per la vita; se non si compie una seria riflessione riguardo a quali sono i propri ideali; e infine se non si è disposti a vedere quale è il futuro che ci aspetta – si vedano gli articoli La rivelazione del petrolio e dell’economia; La convergenza delle crisi – allora non si vedrà la necessità di intraprendere un cammino di questo tipo.

(a proposito del “futuro” si possono consultare diversi testi geniali uscite negli ultimi anni. Non c’è niente in italiano. David Korowicz – Trade-off; Tipping Point; On the cusp of collapse (tutti scaricabili gratis da  http://www.davidkorowicz.com). Il blog di Gail Tverberg – our finite world. Il libro di Pablo Servigne e Raphael Stevens in francese, Come tutto può collassare: piccolo manuale di collassologia per l’uso delle generazioni presenti. “Comment tout peut s’effondrer: petit manual de collapsologie a l’usage de generations presents”. Ci stiamo sforzando di sintetizzare queste opere in questo blog.)

Una cooperativa permaculturale

Si può immaginare per esempio quanto segue.
In un paesino o in una contrada – ma anche in quartieri di città – alcune famiglie decidono di collaborare in qualche modo per creare un “mercato locale”.
Bisogna fare in modo di unire queste famiglie fra di loro, in modo che vi sia una divisione dei lavori essenziali affinchè ognuna possa trarre il beneficio del lavoro delle altre.

Un modo semplice di ragionare è immaginare che queste famiglie decidano di rendersi autonomi dal punto di vista alimentare – che è forse la questione chiave per il futuro, insieme a quella dell’acqua – e cominciano a costituire una filiera dei prodotti farinacei (pane, pizza, pasta, biscotti, ecc).

cooperativa di comunità.png

Nello schema abbiamo 12 famiglie (numero puramente casuale) le quali vivono ognuna per sè. (Non è necessario pensare ad un “ecovillaggio” in cui si condividano gli spazi abitativi. Visti i fallimenti di questo tipo di condivisione degli spazi si deve pensare che non sia adatto all’epoca individualistica in cui viviamo).
All’interno di ogni famiglia supponiamo persone con lavori esterni, interne al circuito economico standard.
Nelle condizioni cui siamo abituati, la normalità è che ogni persona sia “interna” esclusivamente al circuito economico.
Vi invitiamo ora a pensare a tutti coloro che oggi sono disoccupati, inoccupati o che hanno perso il lavoro, pensionati, ecc: tutti coloro che non sono “impegnati” nel circuito economico o che lo sono solo parzialmente. Costoro potranno essere utili e “reintegrati” in questo circuito più piccolo e locale ritrovando così la dignità dovuta all’essere esclusi da un circuito economico nazionale (e globale) che conosce solo la legge della concorrenza spietata. Dobbiamo chiederci come fare.

Prima di considerare le attività economiche “comunitarie” vorremmo mettere l’accento su ciò che ci sembra costituisce l’essenza di una cooperativa di questo tipo: il puro scambio. Ora, se accettiamo il fatto che l’economia nazionale/globale tende a limitare le possibilità delle economie locali, forse saremo disposti anche a considerare l’ipotesi di produrre delle cose per scambiarle semplicemente tra di noi.

L’idea è che ogni famiglia si impegni a produrre qualcosa di specifico e che poi scambi eccedenze o lavoro o tempo con tutte le altre in un sistema regolato, in modo che il tempo di lavoro sia uguale per tutti e tutti traggano uguale beneficio dal sistema. cooperativa di comunità2.png

La Famiglia Verdi è capace di fare dei “trasformati”: marmellate, salsa di pomodoro, giardiniera e altro. Fino a questo momento lo faceva solo per se stessa, dunque una piccola produzione. D’ora in poi propone il suo contributo alla cooperativa delle 12 famiglie: aumenta la produzione sino a produrre per altre 11 famiglie.
Dunque terrà per sè l’8,3% e distribuirà il restante 91,7% alle altre famiglie, in maniera tale che ogni famiglia abbia l’8,3% (ci scusiamo per le percentuali che non aiutano a cogliere il punto: invece di pensare a 12 famiglie, basterà pensare a 10 famiglie in cui ognuno tiene per sè il 10% e scambia il 90% – ormai avevo costruito uno schema a 12!).
Ogni altra famiglia farà lo stesso: in tal modo ogni famiglia si ritroverà ad investire energie per un solo obiettivo e ad ottenere i benefici degli altri (altri 11 prodotti).

Questa può essere una possibilità molto semplice per migliorare le relazioni fra le famiglie e cominciare a creare un circuito locale. Ma non è ancora abbastanza per rendersi resilienti e riacquisire autonomia.

Tutto sta nel decidere quanto tempo ogni persona o nucleo familiare debba dedicare al suo lavoro.
Oppure ci si potrà basare sul prodotto finale per decidere quanto scambiarsi.
Sarà la cooperativa a decidere quanto scambiare.
Le esigenze di ogni famiglia sono diverse e non tutti potrebbero avere bisogno (per esempio) di verdura ogni giorno. 

Un altro metodo ancora, più elastico, potrebbe essere quello della “banca del tempo”, per cui chi non produce niente o poco può dedicare tempo-lavoro alle altre attività.
E’ sufficiente trovare il metodo per lo scambio. Ve ne sono diversi. Si potrà anche adottare una micro-moneta locale o dei bollini per dare il “valore” alle cose.

Bisognerà comunque fare in modo che la cooperativa crei dell’indotto…

Da qui l’idea di alcuni “centri di spesa”.
Questi saranno il punto di incontro fra la cooperativa e l’economia esterna. Gli utili prodotti dall’attività serviranno a finanziare le altre attività interne della cooperativa.
Come fare? Prendiamo l’idea della panificazione. I membri decidono che vogliono investire in questa attività, in quanto magari non esiste più un panificio nella zona. Gli step per una panificazione, semplificando molto, sono:
-un terreno coltivato a cereali che dia un buon raccolto
-dei macchinari per le lavorazioni del terreno e per la raccolta dei cereali
-dei macchinari per la pulizia e selezione dei cereali
-una macina
-un forno

Coloro fra i membri di queste famiglie che sono disoccupati investiranno a tempo pieno o part time in questa attività, suddividendosi a loro volta i compiti.

cooperativa di comunità PANIFICAZIONE.png

Può accadere dunque per esempio che Giorgio (famiglia bianchi) abbia a disposizione un pezzo di terreno inutilizzato e decida di utilizzarlo ai fini della cooperativa. Francesco invece che non ha un terreno, ha però del tempo da investire nel lavoro in campo. Loro due si occuperanno principalmente della questione agricola. Pino è in pensione e prima faceva l’agricoltore. Possiede delle macchine per lavorare il terreno e una seminatrice. La signora Monica ha intenzione di rimettere in sesto il vecchio mulino ad acqua del paese ed è disposta ad investire anche dei fondi propri pur di farlo funzionare ancora come una volta! L’azienda della famiglia Arancio possiede molti macchinari ed è disponibile ad occuparsi della mietitura. Infine Gigi e Riccardo hanno sempre avuto il sogno di fare il pane e vorrebbero farlo in forno a legna. Decidono di costruire un forno (a norma). Anche Sara della famiglia Verdi intende investire del tempo nel panificio. Sarà poi sufficiente che qualcuno impegni una stanza come locale per il “panificio”. Della famiglia Verdi due membri lavorano “fuori” e uno nel panificio.
E gli altri cosa fanno?
Sono rimaste fuori dal “progetto pane” alcune famiglie e alcuni membri delle famiglie anche di quelli che partecipavano al progetto. Ma ciò è necessario perché se tutti partecipassero ad un solo progetto non rimarrebbe tempo per dedicarsi ad altro. L’essenza del progetto cooperativo invece a nostro avviso risiede proprio nelle attività non-economiche, mentre il “centro di spesa” serve come punto di appoggio per la cooperativa, sia per mantenerla legata alla comunità esterna più grande, sia per creare quell’introito che si redistribuirà in parti uguali fra i membri della cooperativa per coprire le spese e altre necessità.
Gli altri porterebbero avanti il progetto dello scambio locale senza denaro (secondo lo schema per cui ognuno produce una cosa se ne tiene una parte e il resto lo scambia a tutti).

Non è pensabile che questo modello sia generalizzabile sino a sopperire a molte esigenze e così a quelle entrate che oggi scarseggiano per via della crisi?
In questo piccolo esempio abbiamo considerato la possibilità di creare una cooperativa a partire da una situazione il più possibile “reale” che corrispondesse alla realtà dei nostri giorni.

La difficoltà più grande nel collaborare fra di noi è costituita dal dover partecipare nostro malgrado ad un sistema economico più grande di noi e delle nostre comunità. E’ per questo che siamo “divisi” e facciamo fatica.
Sarebbe bello però che ci rendessimo tutti conto di una cosa molto semplice: siamo sempre noi e solo noi che alla fine dei conti possiamo decidere del nostro futuro e della nostra vita. Possiamo incolpare gli altri, la società e trovare mille scuse.
Rimane nostra la scelta di costituirci in cooperativa per rimediare ai problemi che abbiamo di fronte.
Tutte le difficoltà nascono da questo: mettersi insieme per collaborare; unire volontà che per definizione sono diverse; fidarsi degli altri.
E’ la “conditio sine qua non” per raggiungere anche tutto il resto.

Le nostre resistenze alla fantasia

Vi proponiamo ora di lavorare un pò di immaginazione e di ideali.
Pensate a quante cose si potrebbero fare se solamente lo volessimo..  pensiamo a cosa può succedere se in un paese intero (o un villaggio o quello che è) i cittadini di colpo rinunciassero alle proprie attività e cominciassero ad autoorganizzarsi… decidono che ne hanno abbastanza di lavorare come schiavi e si mettono a fare tutto da soli, organizzano una comunità autonoma. Una specie di colpo di stato!
Seguiteci con l’immaginazione. Di colpo saltano tutte le barriere e gli ostacoli al trovare il tempo per fare ciò che ci piace. Semplicemente iniziano a fare le cose in modo diverso e riescono ad organizzarsi in modo tale da sopperire a tutte le necessità.

Ora scendiamo più coi piedi per terra e proviamo a vedere come questa pura immaginazione potrebbe avere un riscontro nella realtà.
Riprendiamo l’esempio della cooperativa precedente radicalizzandolo ancora.
Quali sono le esigenze che abbiamo?
Sarebbe possibile che una collettività si organizzasse in maniera da avere, autonomamente:
-cibo e acqua
-abitazione
-vestiti e calzature
-salute; prodotti per igiene e pulizia
-trasporti
-materiali vari
-comunicazioni

Facciamo l’ipotesi estrema che le persone decidano di punto in bianco di mollare i loro lavori e attività e di investire il proprio denaro per gli scopi detti sopra ma in maniera da rendersi quasi indipendenti dal sistema economico!
Cosa dovrebbero fare?
Non è possibile ottenere tutto ciò senza grandi investimenti e senza grandi impianti? Andiamo a vedere quali difficoltà incontreremmo (si avrebbe ancora a disposizione del denaro da poter utilizzare per creare un sistema autonomo)
-cibo e acqua: dovremmo organizzarci in maniera tale da poter ottenere in futuro del cibo senza dovercelo andare a comprare. Ciò significa che in futuro – terminati i soldi di cui siamo in possesso per costruire un sistema autonomo – non potremo utilizzare denaro per comperare la benzina, ma facciamo questa ipotesi! In breve, si tratterà di utilizzare energia umana e animale per produrre il cibo necessario. Considerando che la cooperativa a questo punto potrà dedicare l’intero tempo all’autoproduzione, si può pensare che in molti vi si dedicheranno e che il tempo di lavoro di ogni contadino non sarà lo stesso di quello dei nostri nonni!
-abitazione: le abbiamo già. Si dovrà sopperire alle manutenzioni e al deperimento con i mezzi di una volta. Ma niente di questo è impensabile, basterebbe consultare i manuali di fai da te e autoproduzione. (molte persone in giro per il mondo hanno già pensato a tutto ciò. Per esempio Alain Saury nel suo Manuale della vita naturale, ci mostra in maniera enciclopedica come organizzarsi per sopperire ad ogni bisogno)
-vestiti, calzature, ecc: Per il primo periodo si va avanti con ciò che si ha già. Per il futuro ci si prepara per cucire a mano o con telaio. Ci si procurerà la lana con le pecore e se il cotone non potrà reperirsi si provvederà ad usare fibre provenienti da altre piante (anche qui, quanto è limitata la nostra immaginazione da non riuscire a concepire niente oltre lana e cotone!). E per le scarpe? Anche qui basta tornare a come si faceva una volta: cuoio e ago e filo, e se non è possibile il cuoio si troverà un altro modo.
-salute: ecco, per la salute le cose si complicano già di più ed è qui che di solito non siamo disposti a proseguire. Qui entra in gioco il concetto di cooperativa e di “centro di spesa comunitario”,  perché per la maggior parte di noi non è pensabile rinunciare alla sanità e alle conquiste della medicina moderna. Ci sentiamo “scoperti” senza l’idea di poter fare affidamento su un ospedale. Bisogna prendere atto di questo. Ecco che la cooperativa, utilizzando i proventi della panificazione (o di quegli altri centri di spesa su cui si deciderà di investire), potrà sopperire a queste spese necessarie grazie alla cassa comune. Bisognerà risolvere il problema di come ripartirsi il denaro comune per poter usufruire tutti degli stessi servizi in parte uguale. Per i prodotti di pulizia e igiene esistono molte versioni naturali di saponi, detergenti, detersivi, ecc e si potrà sempre fare affidamento sulla cassa comune anche per questo. (d’altra parte per un progetto di questo tipo non si prevede chissà quali entrate monetarie derivanti dai centri di spesa, per cui sarà difficile pensare di potervi attingere per queste spese)
-materiali vari: certamente anche qui si restringe il campo dei materiali ottenibili senza l’ausilio del petrolio (basta pensare a tutte le varie plastiche che ci circondano) e di quelli ottenibili grazie a processi di alta fusione termica. Sarebbe possibile comunque, se vi fosse necessità, organizzarsi per creare dei forni per fondere i metalli o altro. Il legno comunque in generale (e molti altri materiali naturali, come il bambù) possono sostituire largamente gli usi che facciamo del calcestruzzo e dei metalli.
-comunicazioni: anche qui, dipenderà se il complesso delle spese lo permetterà si potrà avere un accesso internet comunitario. E i cellulari? Potrebbe essere che bisognerà fare a meno di qualche cellulare e averne uno per tutta la famiglia.

Tutto ciò vi sembrerà assurdo.
Analizziamo le RESISTENZE che la nostra mente oppone a questo!
Probabilmente sentiamo che tutto ciò non ha senso in quanto non si capisce perché dovremmo rinunciare a tutto quello che ci offre la società in cambio di questa miseria.

Molti di noi però hanno compreso quanto sia assurda la nostra società dei consumi e sono disposti ad ammettere che abbiamo troppo.

Ora, siamo in epoca di crisi, ciò cosa implica?
Lo vediamo nelle nostre tasche sempre più vuote, non abbiamo più i mezzi monetari per consumare come prima. Per di più sappiamo benissimo che consumiamo troppo.
Perché non accettare dunque questo stile di vita più sobrio, più comunitario? E’ una grande rinuncia? Cosa è meglio: lavorare tutto il giorno per un lavoro che spesso non soddisfa e avere “tutto” – oppure lavorare quanto basta per avere il giusto e una vita che abbia un senso?

C’è a chi piace e a chi non piace l’idea della cooperativa.
Ad alcuni sembrarà di non poter possedere più niente, ma qui non si parla di “ecovillaggio” o di condivisione totale. Non si vede perché ognuno non potrebbe continuare ad avere la propria casa e le proprie cose nel modello descritto sopra. Si parla di migliorare le collaborazioni in maniera da ricominciare a fare qualcosa che abbia un senso.

Ma c’è dell’altro. Tutto questo non vi suona familiare? Non è stato già pensato dalla Permacultura?
Non ci hanno già parlato di “come progettare e realizzare modi di vivere integrati nella natura” (dal titolo di un libro di Toby Hemenwey) e di come rendere permanente il proprio habitat senza l’ausilio dei combustibili fossili?
Non dimentichiamocene quando progettiamo perché questo è il centro e non un’appendice secondaria di questa scienza.
Un sguardo ora ad un progetto più completo di cooperativa.

cooperativa di comunità completa.png

Abbiamo inserito nell’immagine due centri di spesa. Perché no?
Questo potrebbe rivelarsi necessario se il primo non andasse bene e se non fruttasse abbastanza introiti per aiutare tutti. Ricopiamo ora una parte scritta sopra.
Tutto sta nel decidere quanto tempo ogni persona o nucleo familiare debba dedicare al suo lavoro. Oppure ci si potrà basare sul prodotto finale per decidere quanto scambiarsi. Sarà la cooperativa a decidere quanto scambiare. Le esigenze di ogni famiglia sono diverse e non tutti potrebbero avere bisogno (per esempio) di verdura ogni giorno. Un altro metodo ancora, più elastico, potrebbe essere quello della “banca del tempo”, per cui chi non produce niente o poco può dedicare tempo-lavoro alle altre attività. E’ sufficiente trovare un metodo per lo scambio. Ve ne sono diversi. Si potrà anche adottare una micro-moneta locale o dei bollini per dare il “valore” alle cose”.

Facciamo un esempio:
-famiglia bianchi produce vestiario, calzature, ecc. Ne farà “su commissione” in base alle necessità di ognuno.
-famiglia verdi producono pezzi di metallo e altro materiale da fonderia. Anche qui si andrà a commissione. Un membro della famiglia lavora anche nel centro di spesa panificazione.
-famiglia gialli, viola, arancio, indaco e rosa si dedicano interamente alla panificazione. Tutte le famiglie hanno deciso che vogliono il pane ogni giorno così una parte del pane andrà in primo luogo per le famiglie e poi il resto verrà venduto nel panificio per il “mercato esterno”.
-famiglia gialli inoltre si occupa di fare saponi in casa
e così via per tutte le altre cose.

Ma non siamo ancora arrivati al punto!

Allarghiamo ancora il campo…

La strategia di questo articolo era di cercare di mostrare che questo progetto, per quanto astratto sulla carta, forse potrebbe divenire reale. Per quanto se ne possa discutere, solo in pochi saranno disposti a mollare il loro lavoro per buttarsi in questa avventura. La sensazione è quella del “vuoto”, di non sapere dove andare, potrà anche sembrar chiaro il progetto, ma per passare all’atto ce ne passa.

Ebbene! E’ IL PROSSIMO FUTURO CHE CI OBBLIGHERA’ A FARE QUESTO…
A questo proposito però dobbiamo rimandare agli altri articoli. (La rivelazione del petrolio e dell’economia; La convergenza delle crisi; Occidente. Affrontare il grande lutto)

Sarebbe inutile ingolfare ulteriormente questa pagina.

E’ necessario che intraprendiamo iniziative di questo tipo già a partire da ora per far fronte ai problemi che abbiamo davanti. 

 

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