La convergenza delle crisi

Siamo stati abituati a pensare di poter decidere liberamente del nostro destino ma questo si rivelerà drammaticamente falso nel prossimo futuro.

In questi ultimi anni le possibilità per ognuno si sono andate restringendo. Non c’è più la stessa libertà di scegliere e cambiare lavoro, cambiare vita.
Ma questo ancora non è niente, probabilmente è solo un sintomo passeggero.

Qui di seguito si cercherà di mostrare le crisi sistemiche cui andiamo incontro, per mostrare che è oggi e non sempre domani il momento di fare qualcosa.

La retorica del “cambiamento”

Un appello a fare qualcosa, a cambiare – un appello per la resilienza – può suonare retorico in un mondo in cui il “cambiamento” è divenuto uno slogan.
Non si vuole proporre di cambiare il mondo.
Lo scopo è molto più modesto ed è scritto come citazione nel sottotitolo del blog: “è tardi per lo sviluppo sostenibile, dobbiamo costruire comunità resilienti“.
Questa frase di Dennis Meadows dovrebbe fare riflettere a lungo, ma purtroppo non viene presa sul serio da coloro che si occupano di resilienza, transizione, ecc.

Ovunque è pieno di movimenti politici e non, che sperano di poter cambiare il corso delle cose.

No, i cammini sono tracciati; non possiamo cambiare il corso del futuro.
Ma possiamo cambiare quello della nostra comunità e di noi stessi
.
Questo è l’obiettivo più realistico che ci possiamo porre, anche se va contro ai nostri ideali di grandezza.

Fra chi si occupa di crisi energetiche, picco del petrolio e cambiamenti climatici domina la speranza che possiamo ancora invertire la rotta.
Il focus delle discussioni è calcolare la tempistica del collasso del sistema energetico per capire quanto tempo vi sia ancora per operare una totale transizione energetica al “solare”.
E’ strano che ciò avvenga anche quando ci si serve della Dinamica dei Sistemi (a partire da Limits to growth, 1972). In questo modo ci si focalizza solo un aspetto perdendo di vista l’intero.

iceberg picco petrolio e crisi sistemiche.jpg
fonte: immagine di google immagini modificata dall’autore. L’immagine mostra come i “sistemi” formano un insieme unico. Il picco del petrolio sembra considerato da alcuni come una causa sulla quale possiamo agire per poter modificare il comportamento della società, ma questo sottovaluta ampiamente l’ampiezza delle altre crisi che si assommano a quella del petrolio.

Crisi sistemiche e legge dell’entropia

Il picco del petrolio non rappresenta che la miccia di innesco delle crisi sistemiche che abbiamo di fronte e che stiamo materializzando sotto i nostri occhi.
Vediamo le più preoccupanti e macroscopiche.crisi sistemiche.png

fonte: immagine a cura dell’autore

Nel diagramma il picco del petrolio è situato al centro, ma esso costituisce solamente una parte della struttura Gestalt più grande, cioè il complesso di tutte le figure. In altre parole, il picco del petrolio viene considerato come il centro o la “causa” ma nei sistemi ogni elemento influenza l’altro. Si tratta di causalità circolare.
Una perturbazione in una parte si riversa sull’intero modificando le altre parti: è un equilibrio dinamico (da qui il nome di Dinamica dei sistemi).

Il lettore di Limits to growth (Donella e Dennis Meadows, Jorgen Randers- 1972, 1992, 2004) riconoscerà dal diagramma alcune delle variabili utilizzate per quel modello.
Abbiamo aggiunto all’elenco guerre, migrazioni e sesta estinzione di massa, variabili che (probabilmente) non furono incluse nel modello matematico (World3) perché lo avrebbero reso troppo complicato da costruire e da interpretare.

Che cosa tiene effettivamente insieme queste parti?
Come può il picco del petrolio influenzare “cibo e acqua” e come possono queste parti influenzarsi reciprocamente?
Come può l’insieme “acqua e cibo” influenzare l’insieme “sesta estinzione”?

A prima vista non è evidente ma è l’economia questo collante.

crisi sistemiche - ECONOMIA.png

fonte: immagine a cura dell’autore

L'”economia globale” rappresenta qui un “ambiente” dentro a cui sono inseriti tutti i sistemi. Tuttavia sarebbe inesatto dare all’economia in se stessa il significato di Gestalt.
Essa diviene piuttosto lo sfondo che rende possibili le figure, cioè i diversi insiemi.
Non si capirebbe quale è il “motore” che tiene in movimento tutto questo processo. (Per quanto riguarda il tema della relazione economia-energia e del picco del petrolio rimandiamo a La rivelazione del petrolio e dell’economia).
Ma questa interpretazione “gestaltica” è assai simile a quella di Limits to growth.

Abbiamo ridisegnato qui lo schema che si trova nella versione 2004 di Limits to growth (I nuovi limiti dello sviluppo, pag.79, Mondadori, 2014).

ecosistema-globale-limits-to-growth

fonte: I nuovi limiti dello sviluppo, Dennis e Donella Meadows, j. Randers, mondadori, 2004

La situazione qui risulta più “complicata” e addirittura l’economia diviene un sottosistema dell’eco-sistema globale. Il suo ruolo però è evidenziato dalla grandezza e posizione del diagramma centrale.
Notiamo come l’ecosistema sia rappresentato come un “flusso” che procede da sinistra in alto (energia solare) e termina in basso a destra (perdita termica).

Il lettore vi riconoscerà qui concetti familiari alla termodinamica.
Il sistema-Terra è un sistema chiuso per quanto riguarda gli scambi di materia ma non per quanto riguarda gli scambi di energia.
Nel processo di decadimento entropico, complessivamente l’energia passa da una stato di maggiore ad uno di minore qualità.
Ciò avviene per qualsiasi sistema, il quale è un sottosistema del macro-sistema: l’universo.
Il destino del nostro sistema solare è legato allo spostamento di calore dal Sole agli altri pianeti e tutto ciò che facciamo sulla Terra è completamente vincolato da queste leggi, che ne determinano il movimento generale.
Negli anni ’70 un grande economista, Nicholas Georgescu Roegen, aveva inserito l’economia umana all’interno della cornice termodinamica.
L’economia, di fatto, è possibile solamente grazie a scambi di energia e di materia – prima che di merci.
Ora, i problemi si complicano quando essa non prevede un limite agli scambi che essa intrattiene con il pianeta (che è per definizione limitato).

La naturale “perdita termica” è un fenomeno termodinamico sul quale non possiamo nulla. E’ una legge di natura.
Il problema è che tutti i nostri sforzi sono inconsapevolmente volti ad accelerare il processo entropico! Perché?

Per seguire il diktat della crescita economica dobbiamo aumentare costantemente i flussi di materia ed energia per alimentare i processi produttivi.
I miglioramenti tecnologici permettono solamente di sfruttare in maniera più massiccia le risorse ed ottenere un flusso di energia maggiore rispetto a prima. Ciò che chiamiamo efficienza è tale solamente su scala umana e non è altro che una lotta contro il decadimento entropico.
La quantità di energia termica che proviene dal Sole è finita e il processo entropico è per definizione irreversibile.

Con il progresso tecnologico dunque consumiamo tutto molto più velocemente, mentre altre società consumando meno erano più in linea con il movimento “naturale” dell’entropia.

Otteniamo un’isola d’ordine (la società moderna e globalizzata) a scapito di un disordine crescente (esternalità negative: inquinamento, cambiamenti climatici, migrazioni, ecc). Cerchiamo di ritardare un processo inevitabile, di scongiurarlo, mentre invece ne amplifichiamo drammaticamente gli esiti. Infatti queste esternalità non possono essere affatto eliminate e si riverseranno sul sistema quando esso non sarà più in grado di controllare l’ordine artificiale che ha creato.

“L’economia globale è un artefatto del petrolio”.

E’ un espressione che ha utilizzato Chris Martenson nel suo Crash Course (visibile su you tube).
Dobbiamo comprendere che questa “materia” è in grado di liberare un enorme quantità di energia/lavoro e che tutte le nostre attività sono dipendenti da essa.

Ma che cos’è il petrolio (e ogni idrocarburo)?
E’ energia solare immagazzinata dalla Terra nel corso delle passate ere geologiche.
Questo significa che noi stiamo bruciando una riserva di energia aumentando esponenzialmente la velocità del processo entropico.
Ciò che di solito passa in secondo piano è che la freccia del tempo è sempre “orientata” e i processi sono irreversibili secondo la fisica contemporanea (le strutture dissipative, Ilya Prigogine).
La quantità di energia che proviene dal Sole, per quanto enorme su scala temporale, è finita, e la dissipazione è irreversibile (almeno per ciò che interessa l’essere umano). L’irreversibilità implica che ciò che viene utilizzato diminuisce costantemente (sulla Terra) l’energia utilizzabile per il futuro.

Del tutto incuranti di questi processi non ci facciamo problemi a bruciare tutto e a ritmi sempre più sostenuti. In questo modo il prossimo futuro vedrà una penuria di risorse come mai si era vista fin’ora.

Questo processo di sfruttamento però avrà un termine e stiamo sperimentando attualmente la fase che precede la sua fine, ovvero la convergenza delle crisi sistemiche.

Queste abbiamo detto essere l’effetto del disordine crescente generato dalle esternalità del processo produttivo e dall’economia.
Invece che percepirle come una fatalità dovremmo capire la loro logica profonda.

Abbiamo parlato brevemente del petrolio. Ma quali sono le altre crisi?
Consideriamo la crescita della popolazione umana. Questo ci servirà come polo per esaminare le altre crisi.

Risultati immagini per human population growthfonte:http://parhlag.myblog.it/2011/12/20/world-population-growth-rate-graph/

La crescita esponenziale della popolazione implica che ogni anno ci sono molte più bocche da sfamare, le quali ne metteranno al mondo ancora di più e così via.
Avrà un termine la crescita? Oggi si tende a spostare molto in avanti questo limite.
Le proiezioni ci parlano di una popolazione che raggiungerà i 10 miliardi nel 2050.

Ma questa proiezione è fatta alla luce degli altri sistemi che governano il nostro mondo? Viene considerata la quantità di cibo pro capite che il sistema può fornire? Una popolazione che cresce costantemente implica una produzione di cibo che deve crescere costantemente. Cosa altro implica tutto ciò?

Per esempio per qualcuno la perdita di fertilità delle terre è un problema secondario, non preoccupante. Eppure dobbiamo situarlo all’interno della cornice offerta dall’insieme delle altre crisi.

Cosa succede se il tasso di degradamento dei suoli continua ad aumentare? Che conseguenze questo può avere sul cibo che mangiamo? Dobbiamo riflettere su quali siano i modi di produzione del nostro cibo, noi, consumatori finali di supermercati.

Risultati immagini per fertility land mapfonte: http://www.theglobaleducationproject.org/earth/food-and-soil.php

La mappa globale qui sopra ci mostra la grande quantità di terreno degradato (in giallo) e molto degradato (in arancione). Le fasce di terreno stabile (in grigio scuro) sono relegate a quei climi in cui l’agricoltura può difficilmente essere praticata, come la tundra in Canada e il nord della Russia.
Ciò è grave. Secoli di agricoltura non-sostenibile e pratiche industriali troppo violente stanno riducendo la capacità della Terra di sostenere l’alimentazione umana.
Basta pensare che utilizziamo il 70% dell’acqua dolce del mondo per l’agricoltura e che l’irrigazione è la prima causa di perdita di fertilità!
Quanti milioni o miliardi di ettari di suolo sono stati perduti fino ad ora? Cosa implica la perdita di fertilità?

-per mantenere alti i livelli di produttività in terreni degradati o in via di desertificazione si devono aumentare le dosi di fertilizzanti.
-gli ecosistemi si degradano parallelamente. La biodiversità diminuisce, le specie sono minacciate. I rapporti predatore/preda sono alterati e si assiste alla proliferazione di alcune specie a scapito di altre. Gli equilibri vengono tenuti a bada tramite l’uso di pesticidi, insetticidi, ecc. -la qualità dei prodotti della terra decresce costantemente ed è sempre più intrisa di sostanze nocive per la salute.

Tutto questo c’entra con la “sesta estinzione delle specie” di cui parla Elizabeth Colbert?

Il WWF afferma che la popolazione globale di animali e vegetali potrebbe crollare del 67% entro il 2020 . Pesci, mammiferi, uccelli, anfibi e rettili si sono ridotti del 58% dal 1970. Sono dati allarmanti.
Da secoli – soprattutto dall’inizio del progresso e della rivoluzione industriale – abusiamo della Terra in maniera spaventosa. Dove stiamo andando, o meglio: dove siamo ora? Possiamo spostare ancora nel futuro i nostri problemi? 

Una delle grandi illusioni di cui ci nutriamo è che si possa prosperare in un pianeta in cui le altre specie viventi sono scomparse. Non abbiamo capito nulla di che cosa ci lega alla biosfera e al mondo. Pensiamo che la tecnologia e l’ingegno umano ci salveranno da questa situazione perché abbiamo cieca fiducia in questo e nella nostra società, così non pensando in maniera sistemica non vediamo la convergenza di tutte le crisi.

socio economic trend.jpgTrend socio-economici grafico a): popolazione, PIL reale, investimenti, popolazione urbana, consumo di fertilizzanti, danni imponenti, uso di acqua, produzione di carta, trasporti, telecomunicazioni. Trend del sistema Terra Grafico b): anidride carbonica, metano, ozono, temperatura superficie terrestre, acidificazione degli oceani, cattura pesci marini, acquacultura di gamberi, azoto fasce costiere, perdita foreste tropicali, terre usate dall’uomo, degrado biosfera.

Questi grafici mostrano la tendenza del nostro mondo all’escrescenza e alla follia.
La crescita esponenziale di ogni sistema è ciò che occorre per mantenere la nostra vita odierna, per avere tutto ciò che pensiamo faccia parte di una vita “normale”.

Vi è una sensazione diffusa di insostenibilità, ma le risposte degli esperti si limitano alle “steady-state economy”, “economia circolare” – si tratta di risposte volte a trovare soluzioni per cercare di mantenere in piedi questo paradigma.
Riducendo i consumi, riciclando tutto in maniera accurata, salvaguardando le “terre rare” (minerali) potremo creare una società sostenibile per il futuro. Poi, operando la transizione della società a 100% energia solare saremo del tutto autosufficienti e non si porrà più neanche il problema dell’energia.

Certo, forse quaranta anni anni fa, quando si cominciava a parlare di queste cose, ancora sarebbe stato possibile e c’era il tempo. Pensare di essere ancora in tempo per la transizione energetica è profondamente illusorio e mostra quanto sia importante per la nostra specie dipingere il futuro di rosa.

Purtroppo non possiamo ignorare la convergenza sistemica di tutte queste crisi e il fatto che questo processo dovrà alla fine avere uno sbocco.

La fase parossistica della crisi

Come si è visto, il concetto di crisi sistemiche riguarda la dinamica negativa di questi sistemi e del macrosistema globale, il loro raggiungere lo stato di “crisi”.

Secondo la teoria dei sistemi e la teoria delle catastrofi (seguiamo qui gli scritti di David Korowicz, vedi bibliografia) un sistema che per qualche motivo non è in equilibrio tenderà a raggiungerne uno nuovo.
Questo significa che le crisi peggioreranno man mano fino a raggiungere una soglia (Tipping Point) che trasporterà il sistema in un nuovo stato.

Le crisi peggiorano man mano che affettano l’economia globale.

Da tutti i lati l’economia mondiale viene accerchiata dai costi delle varie crisi. Ad esempio:
-costi dei cambiamenti climatici: il rapporto Stern del 2006 calcolava il 5-15% del PIL mondiale
-costi per gestire e aiutare i flussi di immigrati che fuggono dai paesi in guerra
-costi delle guerre: costi medici, costi militari, ecc
-costi per l’inquinamento: riparare ai danni ambientali, piantare nuovi alberi, salvaguardare le specie, ecc

Il picco del petrolio costituisce per il sistema globale quella “miccia di innesco”, la variabile che governa l’equilibrio globale.

Vorremmo mostrare ora un diagramma di David Korowicz che illustra le “implicazioni del picco del petrolio sull’economia globale” (abbiamo dovuto ridisegnarlo per tradurlo dall’inglese, la versione originale si trova in Trade Off, scaricabile sul sito dell’autore)

david korowicz ruolo del petrolio nell'economi.png

Fonte: David Korowicz, Trade-Off. Immagine ridisegnata e tradotta dall’autore.

Qui di seguito il testo originale della didascalia del diagramma.

The implications of peak oil on the globalised economy. Initially constraints on oil and
food squeeze economic activity causing energy demand to fall and investment to drop, squeezing future energy production (black paths). Collapse can occur when the keystone hubs come out of equilibrium (red paths) causing rapid falls in energy demand and a multi-front problem for all energy & resource infrastructure, and a collapsing economy.
(grassetto mio)

Le implicazioni del picco del petrolio per l’economia globale. I “vincoli” provenienti da petrolio e cibo schiacciano l’attività economica causando un caduta della domanda energetica e degli investimenti, schiacciando la futura produzione di energia (frecce nere). Il collasso può avvenire quando i pilastri-chiave escono dall’equilibrio (frecce rosse) causando un rapido crollo della domanda di energia e un problema multiplo su diversi versanti per tutte le infrastrutture dell’energia & risorse, e un’economia in fase di collasso”.

La crescita economica viene rallentata dall’aumento dei costi causati dalle crisi.
Questi si riversano sull’economia sino a portarla allo “stadio parossistico” e infine al collasso.

Moneta e collasso sociale

Questo è il futuro che abbiamo davanti, ma sarebbe molto più corretto dire che ci siamo già dentro.

In pochi saranno disposti ad accettare le conclusioni che seguono. Compito di questo blog però è di darle per buone perchè, come ha detto Jean-Pierre Dupuy, dobbiamo pensare che “l’impossibile è certo”!
Di solito facciamo l’esatto opposto, tendiamo a nascondere la testa sotto la sabbia, ripetendoci che “tanto non può accadere, è impossibile”…
Stiamo così materializzando le condizioni per la penuria autentica e chissà cos’altro…

Sempre a partire dalle analisi di Korowicz, abbiamo argomentato qui sopra e altrove che il collasso prenderà probabilmente la forma della bolla finanziaria e del crollo del sistema economico. Ora, l’economia è il collante di tutte le attività umane e l’unione che essa instaura con i vari sistemi che abbiamo visto sopra sembra costituire una Gestalt.

Questo sembra trovare una conferma quando si analizza ciò che potrebbe accadere in caso di shock economico.
Come già accaduto in passato, per shock “locali” – Argentina, 1999; Inghilterra, 2000 –  l’effetto è quello di una paralisi del sistema sociale complessivo.
Essendo il denaro l’unico mezzo di scambio, se per qualche motivo viene meno al suo “ruolo”, si generano gravi problemi per il funzionamento sociale.
Molte crisi passate sono state dovute agli effetti dell’iperinflazione che ne alterava completamente il valore.
Dobbiamo attenderci un effetto di questo genere come conseguenza del collasso: il crollo totale del valore della moneta.

A partire da questo è abbastanza facile intuire che cosa accadrà: shock degli scambi commerciali, shock dei trasporti, shock delle comunicazioni, ecc.
La sequenza è stata descritta da David Korowicz, ma un passo per volta.

Perché il valore della moneta giungerà ad un crollo? La moneta ha valore in sé o soltanto nello scambio? Cosa dà valore alla moneta?
Prima di parlare di collasso “energetico” non dobbiamo parlare di collasso del sistema sociale? O forse sono due aspetti della medesima cosa?

E’ necessario un lavoro interdisciplinare che “incroci” i dati della Dinamica dei Sistemi con ciò che proviene dal campo delle scienze umane.
Una Dinamica puramente matematica dei sistemi non è sufficiente per comprendere il collante socio-economico.

Cosa tiene insieme il Socius? Cosa fa si che la società non si sia ancora disintegrata?
Questa è la domanda che dobbiamo porci.
Come vi sono legami che tengono insieme i protoni nel nucleo dell’atomo, così la Società intera è tenuta da alcuni legami, molto sottili da individuare.

E’ la nostra cultura che tiene insieme la nostra società.
Ma qual’è la “nostra” cultura?
Siamo tutti accomunati ormai dalla medesima o vi sono differenze?
Quali sono i nostri valori?
Si potrebbe rispondere citando un libro di Serge Latouche: “l’americanizzazione del mondo”, questa sembra essere ormai la cultura planetaria, ovvero il sogno di “possedere”.

Il denaro incarna questo sogno in quanto ognuno diviene possessore di un capitale che gli darà diritto a ottenere ciò che vuole.
Il sogno americano è la ricchezza, ma ciò già esclude che siano tutti a poter essere ricchi, altrimenti nessuno sarebbe ricco. Il socialismo – che si è opposto all’americanismo come altro grande sogno collettivo – non è stato in fondo che un voler socializzare la ricchezza. Non poteva che perdere la sfida perché la ricchezza può essere solo di pochi.

Ora, l’intera società sembra accomunata almeno da un mito, quello del denaro, e noi individui rincorriamo ogni giorno, con il nostro piccolo lavoro, il sogno della ricchezza o quantomeno cerchiamo di appropriarci di un certo capitale per prosperare. Il denaro è la nostra ossessione e la nostra più grande preoccupazione.

La società non potrebbe essere unificata se gli individui che la compongono non avessero fiducia in essa. Se questo venisse a mancare sarebbe il caos. C’è di più: il denaro è fiducia, perché è debito.

Il denaro è debito e vive solamente nella circolazione di se stesso!
Se vendo una casa ottengo una certa quota di denaro. Ma esso ha valore di per sè?
Certo che no, esso ha valore solo perché mi permetterà di comprare qualcosa. Queste ovvietà sono talmente evidenti da non essere viste.

Il denaro ha valore solo perché una certa collettività vi mette la sua fiducia.
E’ per questo che il suo valore può crollare in maniera catastrofica, come è avvenuto per la Repubblica di Weimer negli anni ’30 o in Jugoslavia negli anni ’80.
Quando questo avviene la collettività improvvisamente si ritrova in mano dei semplici pezzi di carta con cui non può più fare niente – non può scambiarci più niente! (L’essenza del denaro è permettere lo scambio, ma la sua tendenza è quella a feticizzarsi, a divenire fine dello scambio invece che mezzo).

Il fatto che molti crolli finanziari siano stati amplificati dal meccanismo del bank run, cioè la corsa agli sportelli per ritirare i propri risparmi, dimostra quanto inconsciamente investiamo nel denaro. Infatti in questi casi pensiamo prima ad andare a riprenderlo piuttosto che a utilizzarlo per comperare dei beni! Ma cosa determina il fatto che la collettività abbia fiducia in esso? Ammettiamo di non saper rispondere a questa domanda.
Sembra un gatto che si morde la coda.

Ciò che conta è che nel denaro siamo sicuri di trovare un aspetto culturale fondamentale per cogliere ciò che tiene “uniti” gli individui.
D’altra parte la collettività è tutt’altro che pacificata, non costituisce un corpo unitario – come sarebbe nel sogno della politica – e sembra piuttosto divisa in classi o in gruppi sociali, se si preferisce, fra chi possiede di più e chi di meno.

E’ indubbio che vi siano lotte intestine nella nostra società e non può essere altrimenti a causa delle diseguaglianze economiche.
Tuttavia rimane ancora in piedi e sembra funzionare.

I nostri miti ci raccontano che noi siamo molto più evoluti delle società passate e nemmeno ci poniamo il problema di un crollo totale.
Quanto può durare?
Quanto può durare la fiducia nel denaro e nell’economia? 
Ci sembra questa la grande domanda che si pone oggi a chi si interroga sul destino della nostra società.

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Fonte: immagine a cura dell’autore

Abbiamo visto sopra che la prospettiva termodinamica prevede una soglia ultima il cui valicamento porterà il sistema in uno stato nuovo, che determinerà il collasso del sistema.

Questa soglia si avvicina ogni giorno di più. Le varie crisi aumentano la quantità di “spesa” che lo Stato e la collettività devono pagare per mantenere la crescita e i consumi.

Le conseguenze di un collasso

Veniamo ora alla fase del post-collasso, tenendo presente che ci muoviamo su un terreno scivoloso e poco esplorato.
Gli unici autori (che conosciamo) ad avere avuto il coraggio di esplorarne davvero le conseguenze sono David Korowicz e Pablo Servigne.

Il primo ci dà una “teoria del contagio” fra i vari sistemi; il secondo delle risposte resilienti per la pratica.
Entrambi si sono focalizzati su quello che è decisivo per tutti noi: il sistema alimentare. Che cosa può accadere dunque?

Secondo David Korowicz il contagio segue un certo ordine di diffusione nelle reti ma ciò che interessa qui è che si calcola di due settimane/un mese il tempo di collasso totale di tutti i sistemi su cui mettiamo la nostra fiducia.
Senza dunque considerare la successione del contagio prendiamo in esame questi sistemi.

Conseguenze di primo periodo: shock sistemico ed effetto domino

Il declino delle attività economiche dovuto alla pressione esercitata dal picco del petrolio e delle materie prime sull’economia genera retroazioni positive che alimentano ancora di più il declino.
Si giunge al collasso, secondo D. Korowicz, in questa successione:

shock economico/finanziario. Il crollo del valore della moneta dovuto probabilmente alle conseguenze deflattive dell’espansione del credito o iperinflattive di una bolla speculativa, determinerà il panico negli istituti bancari incapaci di ripagare i debiti contratti con Stati, Aziende, ecc. Nel giro di una settimana falliscono le aziende produttrici.

shock del sistema alimentare. Crollo del sistema JIT (Just In Time) su cui si basa la logica produttiva delle filiere alimentari, le quali producono solo ciò che si prevede di vendere in tempi brevi. In tal modo i supermercati si trovano sforniti di merce nel giro di qualche giorno.

shock del sistema produttivo e commerciale. I flussi produttivi sono altamente delocalizzati con la globalizzazione e la dipendenza reciproca delle imprese commerciali è altissima. Questo significa che uno shock sistemico (originato dallo shock economico/finanziario) si propagherà per tutta la rete generando fallimenti a catena.

shock delle infrastrutture e delle comunicazioni. Già nel giro di una settimana vi è un rischio crescente per le infrastrutture e le reti di comunicazioni, le quali sono possibili solamente attraverso un flusso ininterrotto di energia. Questo flusso a sua volta è totalmente co-dipendente con la circolazione della moneta nelle economie ed è impensabile che possano sussistere i due sistemi in maniera indipendente.

Conseguenze di lungo periodo

Le conseguenze di lungo periodo sono legate a ciò che accadrà nel “primo periodo”.

L’entità dei danni sarà tanto maggiore quanto più il crollo verrà ritardato per cercare una via d’uscita. (Cioè esattamente quello che sta accadendo in questi anni. Stiamo andando a raschiare il “fondo del barile” dalle sabbie bituminose per ricavare shale gas o petrolio greggio).

Qualcuno ha detto che “tutto ciò che cresce, deve cadere” e Seneca (cit. da Ugo Bardi – Effetto Risorse) l’ha ribadito:

“Sarebbe una consolazione per la nostra debolezza e per i nostri beni se tutto andasse in rovina con la stessa lentezza con cui si produce e, invece,l’incremento è graduale, la rovina precipitosa.”
Lucio Anneo Seneca, Lettera a Lucilius, n. 91

Ecco spiegato il destino di ogni civiltà che si voglia espandere oltre il naturale equilibrio ecologico col mondo.
Una società che preleva poco dal mondo materiale (nel grafico sotto in rosso) e che cresce relativamente (in termini di complessità sociale, economica, ecc) subirà un crollo proporzionale al grado di crescita a cui si è spinta.
Una società che opera grossi prelievi dal suo ambiente (linea blu – originale di Ugo Bardi) subirà un crollo molto più elevato.

Ugo Bardi ha fatto notare che la velocità del crollo non è lineare.
La curva nel complesso non è la classica “curva a campana” e la curva di decrescita è molto più drastica del’altra.

 SenecaCliff e collasso minore.png
fonte: Ugo Bardi – Effetto Risorse; abbiamo modificato liberamente il grafico originario introducendo la parte in rosso, che rappresenta la crescita più lenta di un’altro tipo di società e la sua discesa più graduale, meno traumatica.

Possiamo così comprendere l’entità dei danni che arrecheremo al futuro.
Inutile dire che ci si aspetta un periodo di grave crisi sociale il cui focus sarà il reperimento delle risorse necessarie.

Visto “l’effetto domino ” che il crollo del sistema economico/finanziario determinerà sul sistema produttivo; sistema commerciale; infrastrutture e comunicazioni – ci dobbiamo aspettare un effetto di penuria generalizzato a tutte le risorse e i servizi cui siamo adattati.

  • Lo shock della moneta non permetterà più di comperare alcunchè nè di scambiare niente nelle modalità precedenti. Ciò significa enorme incremento delle difficoltà nel reperire beni e servizi, in particolare il cibo che costituisce un fattore chiave per la “pace sociale”. Ognuno dovrà provvedere a reperire il cibo in maniere più “primitive” rispetto al sistema JIT da supermercato.
  • Sin dal primo periodo è facile aspettarsi che i fallimenti nel settore produttivo creeranno uno stato di mancanza per la grande maggioranza dei beni e servizi su cui siamo abituati a confidare. Il sistema produttivo riposa sull’enorme complessità sociale che abbiamo costruito, per cui ogni merce è il risultato finale dell’assemblaggio e della cooperazione economica di molti produttori (le parti costituenti di un Boing 747 provengono da oltre 300.000 differenti aziende produttrici). Sul lungo periodo dunque non potremo più reperire alcun oggetto che prevede grande complessità di costruzione e di assemblaggio.
  • Il sistema commerciale costituisce il prolungamento di quello produttivo. Venendo meno il primo verrà meno il secondo. Il commercio mondiale si basa sui combustibili fossili ma l’effetto domino avrà reso inutilizzabile anche le “riserve” di petrolio rimanenti, in quanto queste sono utilizzabili solamente se suscettibili di essere “vendute” (ma venendo meno la moneta non ci sarà più alcuna vendita). E’ la fine dunque degli scambi economici e del commercio come siamo stati abituati a vederlo. Nel lungo periodo è inevitabile aspettarsi un “ritorno” a modalità di scambio molto più primitive e basilari.
  • Il sistema delle infrastrutture è quello che media e permette la produzione e lo scambio per cui esso nel lungo periodo subirà un progressivo degradamento. Autostrade, ponti, porti, aeroporti, ferrovie, ecc tutto questo diverrà inutilizzabile e le città si ritroveranno prive del loro scheletro costitutivo, essendo queste totalmente adattate su infrastrutture. La città riprenderà il ruolo che ha avuto la Campagna negli ultimi secoli: quello di “fantasma”.

Ciò che ci dobbiamo aspettare è una situazione da apocalisse materiale degna di una “fine del mondo”.

Essa si rivelerà tanto peggiore nella misura in cui non avremo la volontà, per il tempo che ci resta, di provvedere alla creazione di alternative locali di Resilienza.

E’ per questo che in molti stiamo rivolgendo un Appello per la Resilienza, in quanto confidiamo che una volta preso atto dei dati che abbiamo a disposizione e del futuro che ci aspetta, si prendano le contromisure necessarie per farvi fronte.

(Ci permettiamo di rivolgere l’attenzione agli altri articoli più “pratici”. Solamente la decisione volta all’agire potrà sostituire la negatività che segue a queste conclusioni.)

Terminiamo con una citazione di Gail Tverberg (da un suo articolo sul suo blog Our Finite World)

One possible solution is that a small number of people with survivalist skills will make it through the bottleneck, in order to start civilization over again. Some of these individuals may be small-scale farmers. The availability of cheap, easy to use, local energy is likely to be a limiting factor on population size, however. World population was one billion or less before the widespread use of fossil fuels.

We don’t have much time to fix our problems. In the timeframe we are looking at, the only other solution would seem to be a religious one. I don’t know exactly what it would be; I am not a believer in The Rapture. There is great order underlying our current system. If the universe was formed in a big bang, there was no doubt a plan behind it.  We don’t know exactly what the plan for the future is. Perhaps what we are encountering is some sort of change or transformation that is in the best interests of mankind and the planet. More reading of religious scriptures might be in order. We truly live in interesting times!

BIBLIOGRAFIA

Ugo Bardi – http://ugobardi.blogspot.it/2011/09/effetto-seneca-perche-il-declino-e-piu.html
Dennis e Donella Meadows, J.Randers – I nuovi limiti dello sviluppo (1972), Mondadori, Milano, 2004.
Jean-Pierre Dupuy – Per un catastrofismo illuminato. Quando l’impossibile è certo, Medusa Edizioni, 2011
Nicholas Georgescu-Roegen – Energia e miti economici, Bollati Boringhieri, Torino, 1998. David Korowicz – Tipping Point
– Trade-Off. Financial System Supply-chain Cross Contagion – a Study in Global Systemic Collapse
– On the Cusp of collapse
Ilya Prigogine – La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza (1979), Einaudi, Torino, 1981.
Termodinamica. Dalle macchine termiche alle strutture dissipative (2002), Bollati Boringhieri, Torino, 2002.
Pablo Servigne e Raphael Stevens – Comment tout peut s’effondrer. Manual de collapsologie a l’usage de generation present (2015)
– Nourrir l’Europe en temps de crise (2015)
Gail Tverberg – 2016: Oil limits and the end of Debt supercycle, https://ourfiniteworld.com/

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