La Rivelazione del Petrolio e dell’Economia

 

Appena ne abbiamo visto la possibilità non abbiamo esitato ad impadronircene…
Da quel momento abbiamo edificato la società intera su una risorsa non rinnovabile.

Ciò che la Terra ha accumulato per adeguarsi al progressivo riscaldamento causato dal Sole – i combustibili fossili “sono” energia solare immagazzinata nelle ere geologiche passate per raffreddare la Terra e mantenere la temperatura in equilibrio – noi lo stiamo utilizzando da più di un secolo per le nostre attività.
E’ questo il motivo dell’improvviso sorgere di una società opulenta. Andiamo così in direzione opposta alla naturale intelligenza del pianeta, se è vero che Gaia è intelligente.

Invece di costruire una “società solare”, basata sull’utilizzo della radiazione solare diretta, perseveriamo nel bruciare e sfruttare tutto ciò che troviamo per ottenere un incredibile surplus di energia. Questo è però destinato a terminare, per ragioni fisiche, con conseguenze catastrofiche per la Società e la Specie umana.

Ciò che possiamo fare è tamponare la situazione che si manifesterà nel prossimo futuro, piuttosto che cercare di cambiare il sistema o sforzarci di perpetuarlo. Cerchiamo di comprendere la situazione piuttosto che pretendere un cambiamento che il mondo non è in grado di attuare.

Non siamo ancora arrivati a comprendere il destino della Società globale.
Molte cose sono state dette ma vi è ancora una rivelazione da fare e questa volta non si tratta di qualcosa di religioso.

“Limits to growth” nel 1972, segna la nascita di una nuova applicazione del pensiero ai sistemi complessi e cambia la nostra comprensione del sistema-Terra. Non è più possibile studiare i sotto-sistemi che lo compongono in maniera isolata e si apre una nuova prospettiva per capire l’andamento macroeconomico della Società globale.

INDICE

-Introduzione
-Economia ed Energia
-Crescita economica e capacità di carico della Terra
-Il “picco del petrolio”
-Energy Riturned on Energy Invested (ERoEI) ed energie rinnovabili
-“Peak Everything”
-Crescita e sistema monetario
-Diseguaglianze economiche
-Riepilogo
-“Dennis Meadows Collapse Inevitable 2015-2020”
-Conclusione: l’ironia del denaro

Bibliografia

Introduzione

Ovunque nel mondo si può notare una grande frammentazione nel modo di approcciarsi e di affrontare i vari problemi del contemporaneo.
Le “sfere” in cui si suddivide la nostra vita (economia, società, famiglia, ambiente, ecc) vengono concepite in maniera a sé stante e non si trovano facilmente degli strumenti in grado di darci un quadro coerente del futuro della nostra Società.
Vi è una diffusa sensazione di pessimismo in molti ambienti ma dai contorni poco chiari. Non vi è alcun presentimento che all’orizzonte si affacci un grave pericolo.
Le narrazioni e i miti in cui l’umanità è solita affidare le proprie speranze ne limitano la percezione.

Le nostre azioni e i nostri propositi morali raramente trovano una risonanza nel mondo.
E’ difficile ottemperare al principio Think Global, Act Local.
Dai cambiamenti climatici alle migrazioni di massa, dall’inquinamento alle crisi finanziarie –  ci troviamo sommersi dalla convergenza di molte crisi di fronte alle quali ci sentiamo inermi.

Tramite il pensiero sistemico possiamo raggiungere una comprensione molto più adeguata – una Gestalt – dell’orizzonte che abbiamo di fronte e, speriamo, quella spinta all’azione che ci manca.

Da qualche secolo l’Economia costituisce il “collante” che mette in relazione tutte le attività umane e la maggior parte dei luoghi di questo pianeta.
Essa si presta ad ambiguità:  definisce sia la modalità dei nostri scambi sia quelle scienze che li studiano e che finiscono con influenzarne l’andamento.
Queste scienze sono fra le più gettonate, complesse e articolate del nostro tempo.
E’ evidente che chi riesce nell’intento di comprendere la macroeconomia del sistema globale sarà maggiormente in grado di cogliere l’assetto complessivo della nostra società.

Non vi può più essere una grande differenza tra le economie nazionali come ancora poteva esservi nella prima metà del Novecento. Dai grandi Imperi autonomi a un grande oligopolio che controlla i grandi flussi del mercato globale – la liberalizzazione dei mercati e la globalizzazione lega tra loro tutti i popoli rendendoli totalmente interdipendenti.

Ciò che si vuole suggerire con questo articolo è che il denaro (l’economia) costituisce “croce e delizia” della nostra civiltà.
Da un lato è la fonte della nostra ricchezza; dall’altro  la zappa che ci diamo sui piedi senza accorgercene.
In quanto significante universale, esso determina la qualità dei nostri scambi, ed avendolo noi eretto a “fine” non mancherà di avere l’ultima parola nel decidere il loro esito.

La correlazione fra l’economia e l’energia non è stata considerata ed è fraintesa. Il sistema economico dipende completamente dai flussi di energia e di materie prime.

Le scienze economiche non vedono dei vincoli strutturali nell’utilizzazione dell’energia e delle risorse. L’economista è molto abile a manipolare indici e numeri , ma questi si rivelano essere solamente indicatori di una sovrastruttura.

Lo studio della dinamica e dell’interazione dei sistemi ci può dare quella Gestalt o struttura che ancora ci manca a livello individuale e collettivo.

Questo potrebbe comportare un riordinamento concettuale e metodologico per molte discipline. La speculazione delle scienze umane e della filosofia non può prescindere dalla considerazione di questa struttura, pena il non essere più in grado di fornire delle indicazioni per l’agire e per la vita sociale.

Il quadro che offre il pensiero sistemico riferito alla relazione energia-economia è desolante e le conclusioni sono allarmanti.
Tuttavia è necessario prenderne consapevolezza per capire come reagire.

ECONOMIA ed ENERGIA

Come descriverebbe l’economia moderna un osservatore esterno alla Terra?
Innanzitutto come una gigantesca macchina in movimento.
Il commercio nei secoli è aumentato e ha raggiunto dimensioni tali che oggi vi è coinvolto il mondo intero.
L’essenza dell’economia risiede nello scambio ed essa rallenta o accelera in base alla quantità e velocità degli scambi effettuati.
Un passo ulteriore si è raggiunto quando si è cominciato ad utilizzare altri canali oltre allo scambio reale.
Dagli anni ’80 vi è stato un enorme incremento della finanziarizzazione, tramite cui oggi si scambiano immense quantità di denaro solamente trasferendole da un PC all’altro, senza che nemmeno avvengano scambi reali (basta pensare ai derivati e agli altri prodotti finanziari).

Questa macchina sembra ben congegnata e noi siamo portati ad ammirare il frutto del progresso umano che porta ogni giorno il “benessere” dentro alle nostre case.
Non riusciamo a scorgere come possa funzionare, che cosa la renda possibile.
Noi attori del sistema-economia, giochiamo un gioco che solo in parte comprendiamo. Ebbene, questo gioco è possibile solo grazie ad un uso di “energia” continuativo e sempre crescente.

Risultati immagini per energy use world

fonte: Consumi globali di energia primaria. Gail Tverberg – Our finite world.

E’ bene porre l’accento su “sempre crescente”, perché è una proprietà della nostra economia quella di essere organizzata attorno al concetto di “crescita“.
Non si tratta di qualcosa di facoltativo per noi: come vedremo dopo, o il sistema cresce o decresce (in maniera graduale o catastrofica): non può stabilizzarsi. Come dice David Korowicz:

il nostro sistema è una CAS (Complex Adaptive System), è adattato alla crescita

e non può decidere di interromperla a piacimento.
Nel momento in cui il sistema non cresce più, esso collassa su se stesso.

La crescita dei consumi si accompagna alla crescita della popolazione mondiale. Le due compongono una spirale che si autoalimenta: la disponibilità di cibo e di energia è la prima fonte del benessere della popolazione e ne permette l’espansione (su questo Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie; Joseph Tainter, The collapse of complex societies; Energy Gain and Future Energy – su you tube)

Risultati immagini per population consumption

fonte: http://www.paulchefurka.ca/PopulationFoodEnergy.html

Il problema è dunque una fornitura crescente di energia e il nostro immaginario collettivo non è abituato a porsi il problema di un eventuale esaurimento delle fonti energetiche.

Che si debba superare la nostra dipendenza dai fossili è sempre più ovvio, ma questa consapevolezza è attenuata dalla credenza che l’uomo possa estrarre (o creare) a piacimento energia dalla Terra. Forse sarà un problema in futuro, ma sicuramente troveremo le soluzioni.
Il fatto che ancora non siamo riusciti ad ottenere energia pulita e abbondante è solo una questione di tempo e noi ci affidiamo ciecamente alle capacità della scienza di giungere alla soluzione del grande problema: l’energia.
Ci concepiamo creatori e vogliamo sostituirci al Creatore.
Eppure tutti conosciamo la legge per cui “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” e dovremmo sapere che non è possibile creare energia dal niente.
Solo al Dio biblico è concesso di aver creato il mondo dal nulla; noi possiamo solamente trasformare energia a bassa entropia in calore ad alta entropia per ottenere lavoro (la distinzione fra energia primaria e secondaria non cambia la sostanza del discorso).
Forse non è un caso che il termine “lavoro” figuri nella terminologia scientifica.
Infatti è ciò che preme di più all’uomo: la possibilità di creare lavoro e di aumentare la capacità di produzione.
Le trasformazioni energetiche generano “quantità di lavoro” che possiamo poi spendere per le nostre attività.
L’economia non è altro che la generalizzazione di questa possibilità di utilizzare “lavoro”. Dalle prime grandi epoche del commercio in cui si utilizzava l’energia animale per trasporto via terra, del vento via mare e del corpo umano, siamo giunti in un epoca il cui progresso tecnologico permette l’utilizzo di enormi quantità di lavoro, impensabili fino a poco tempo fa.

Risultati immagini per dubai 1990fonte: google immagini

Ma se non è possibile creare energia significa che siamo divenuti abili nel generarla.
Ecco dunque una definizione di “tecnologia”: la capacità di aumentare il flusso di energia disponibile per il lavoro umano. Essa proviene sempre da una fonte.
Anche l’energia atomica, che a noi appariva qualche tempo fa come la soluzione definitiva, si ottiene da atomi che bisogna comunque rintracciare in natura (l’uranio e il plutonio hanno anch’essi raggiunto il picco di estrazione) e che comportano un importante problema di smaltimento a fine ciclo.

Crescita economica e capacità di carico della Terra

In realtà se ci si focalizza solo sul problema delle fonti energetiche si perde di vista la globalità del problema.
Abbiamo detto che economia ed energia sono due aspetti correlati e che non possono essere presi separatamente. Ora, dire economia equivale a dire “crescita” e dunque PIL. Perché?

Crescita significa: aumento continuo di denaro derivante dalla produzione di beni e servizi.

In economia la crescita economica è un fenomeno o contesto macroeconomico, relativo soprattutto ai sistemi economici moderni, caratterizzato da un incremento nel medio-lungo termine dello sviluppo della società con aumento generalizzato del livello di variabili macroeconomiche quali ricchezza, consumi, produzione di merci, erogazione di servizi, occupazione, capitale, ricerca scientifica e innovazione tecnologica, contrapponendosi invece a situazioni opposte di stasi e crisi economica quali stagnazione e recessione (fonte: Wikipedia – crescita economica)

Solo questo genera quel circolo “positivo” che alimenta i consumi e le vendite. Ora, abbiamo riflettuto a sufficienza su cosa significa il diktat della crescita? Vuol dire che,

non dobbiamo solamente riuscire a produrre lo stesso quantitativo di merci ogni anno, ma che tale quantità deve aumentare rispetto all’anno precedente

Per esempio le stime sul PIL dell’Italia sono che crescerà l’anno prossimo dell’1%. Vuol dire che dobbiamo essere in grado di produrre e vendere come l’anno scorso, più l’1%! Ci stupisce che questo meccanismo alla fine si stia inceppando?
Questo inghippo è ben noto ai matematici sotto il nome di “crescita esponenziale“.

Risultati immagini per exponential linear
fonte: google immagini. In verde la curva esponenziale.In rosso una crescita lineare.

Una funzione esponenziale prevede un tasso di crescita che porta ad enormi incrementi la quantità iniziale nel tempo. Ciò è valido per qualsiasi cosa.
Ad illustrare l’assurdità del concetto di crescita il professor Albert Bartlett ha dedicato buona parte della sua carriera universitaria, girando e tenendo sempre la stessa identica conferenza Arithmetic, Population and Energy per 1600 volte (che si può vedere su you tube https://www.youtube.com/watch?v=sI1C9DyIi_8).
Egli ha voluto così esprimere l’idea che la crescita economica è una follia.
Anticipando per un attimo il tema del picco del petrolio vediamo la situazione che si manifesta pian piano quando si ricerca una crescita continua nella produzione petrolifera.

Risultati immagini per albert bartlett exponential
fonte: Albert Bartlett, Arithmetic, population and Energy

Supponendo che si possa crescere di un tasso fisso ogni anno (come il 7%, che è alto) ciò che accade è che ogni decade la quantità di petrolio necessaria per continuare la crescita raddoppia. Ci si trova nella situazione assurda per cui l’intero petrolio estratto prima degli anni ’50 (cioè dal 1859) è pari a quello che è stato estratto nella decade ’50-’60!
Bartlett mostra la correlazione aritmetica fra crescita della popolazione, crescita economica e crescita della produzione petrolifera.
Ritroviamo qui una spirale analoga a quella precedente: tutte e tre si sostengono a vicenda in un gigantesco “loop” positivo. Non ci sarebbe bisogno di produrre di più se non fosse per sostenere i bisogni/consumi di una popolazione in crescita.

Questo è un bel problema in un pianeta dalle risorse limitate. Sappiamo infatti che i consumi della popolazione mondiale superano la “capacità della Terra” di sostenerne i bisogni. Questa misurazione è nota come “global footprint” o impronta ecologica.

L’impronta ecologica misura il consumo materiale, alimentare ed energetico basandosi sulla superficie terrestre o marina necessaria per produrre tali risorse. L’impronta ecologica di una persona è data dalla somma di 6 componenti: la superficie di terra coltivata necessaria per produrre gli alimenti; l’area di pascolo necessaria per produrre i prodotti animali; la superficie di foreste necessaria per produrre legname e carta; superficie marina necessaria per produrre pesci; superficie di terra necessaria per ospitare infrastrutture e edilizia; la superficie forestale in grado di assorbire l’anidride carbonica risultanti dal consumo energetico dell’individuo.
(Fonte: http://slideplayer.it/slide/581536/)

Dall’immagine sotto notiamo come sia cresciuta enormemente negli ultimi decenni:
oggi consumiamo una terra e mezza! (il che significa che la capacità di rigenerazione della Terra è molto al di sotto dei prelievi che facciamo)

Risultati immagini per impronta ecologicafonte: https://environsolutions.wordpress.com/2015/03/29/what-is-your-ecological-footprint/

Per gli economisti tuttavia questo non rappresenta un problema.
Come ha messo bene in luce Serge Latouche in libri come La scommessa della decrescita, gli economisti pensano che la materia sia del tutto convertibile in valore (monetario) e che non ci sia limite alla sfruttabilità del pianeta.
Costoro sembrano pensare che un problema in un settore – come se l’ambiente fosse una componente secondaria della nostra vita! – possa essere risolto tramite un investimento maggiore di capitali per la rigenerazione della biosfera, per le bonifiche dell’inquinamento.
In una parola, il denaro ci permette di fare tutto, basta gestirlo nel modo giusto.
Basandosi sulla autogeneratività di alcune risorse (come l’acqua), ritengono che le fondamenta dell’economia siano solide perché perpetuamente produttrici di valore.
Quindi sarebbe falso affermare che vi sono dei “limiti dello sviluppo” – per citare la grande opera di Donella e Dennis Meadows e Jorgen Randers (Limits to growth, 1972, 1992, 2004) di cui parleremo oltre.

Ma come possiamo aggirare il problema della evidente scarsità di risorse?
Per comprendere meglio l’orizzonte del problema facciamo un esempio.
Supponiamo che domani si renda possibile la cosiddetta fusione “fredda” e che sia possibile liberare una forma di energia utilizzabile pressocchè infinita.
Bene, allora la impiegheremo come “motore” per la nostra economia e potremo per esempio sostituire tutti i mezzi di trasporto (lasciando da parte il problema di come trasformare tale energia in combustibile) facendo in modo che se ne servano.
Così avremo risolto almeno il problema del “movimento” costituente essenziale di un’economia.
Ma con cosa fabbricheremo i mezzi di trasporto? Dove reperiremo i materiali?
Non si può convertire energia in materia a piacimento; non si può convertire un’energia primaria, sia essa petrolio o energia atomica o rinnovabile, in silicio, ferro, alluminio, zinco, ecc ecc! In tutta questa storia abbiamo completamente dimenticato che il secondo tempo di questa partita si gioca sul terreno concreto, fatto di materie finite ed esauribili (rinnovabili solo su cicli geologici).
Le materie prime non sono estraibili in eterno, perciò la loro estrazione prima o poi raggiungerà un “picco” e poi declinerà.

fonte: Ugo Bardi – http://aspoitalia.blogspot.it/2011/06/il-picco-dei-minerali.html

Ugo Bardi: “Abbiamo esaminato la produzione mondiale di 57 minerali riportata nel database della United States Geological Survey (USGS). Fra questi, abbiamo trovato 11 casi in cui la produzione ha chiaramente raggiunto il picco ed è in declino. Diversi altri potrebbero essere vicini al picco o averlo raggiunto”. [grassetto mio]

Questo è il destino inevitabile di ogni materiale che sottoponiamo a “produzione” costante per realizzare le merci e dunque il benessere e la crescita. Prima o poi finirà.
Diamo uno sguardo ora al consumo di materie prime nel mondo.

Risultati immagini per consumption raw materials

fonte: http://msl.mit.edu/kirchain-research-environmental.html.

Capiamo così che un’economia in crescita non necessita solamente di energia ma anche di materie prime, in costante crescita (esponenziale). La domanda é:

come possiamo alimentare la nostra economia in un mondo in cui le materie prime per la produzione dei beni diminuiscono sempre di più?

Il “Picco del petrolio”

Veniamo al vero obiettivo di questo articolo: il significato del petrolio per l’economia. Dell’importanza del petrolio come motore (engine) dell’economia mondiale la OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) ne fa un vanto.
Si legga l’articolo del governatore dell’OPEC Maizar Rahman:  http://www.opec.org/opec_web/en/900.htm

Abbiamo parlato di consumi e di energia.
Un grafico precedente mostrava il trend della crescita dei consumi nel mondo. Qui sotto vediamo i dati relativi all’utilizzo delle varie forme di energia.

fonte:Wikipedia alla voce “consumo di energia nel mondo”. Non rinnovabili petrolio 37%, carbone 25%, gas 23% TOT=85%; rinnovabili: nucleare 6%, biomasse 4%, idroelettrico 3%, SOLARE 0,5%, vento 0,3%.

Come vediamo i combustibili fossili (petrolio, gas, carbone) costituiscono l’85% di ciò che l’umanità utilizza. Il restante 15% è spartito fra nucleare e le rinnovabili.
Ci si può chiedere il motivo di un tale sovrautilizzo.
Non si potrebbe ricavare una quota maggiore dalle altre? Si, ma queste incontrano molto prima dei limiti strutturali al loro sfruttamento.

La crescita economica non può essere alimentata da fonti come il solare, l’eolico, l’idroelettrico e il geotermico perché le tecnologie non possono intervenire aumentando il flusso di produzione/trasformazione

Si tratta di energie intermittenti che non possono garantire un flusso continuo del tipo che ha bisogno un’economia come la nostra.
Non si rifletterà mai abbastanza sul fatto che crescita = incremento progressivo della produzione, di conseguenza sarebbe necessario ottenere sempre più energia da un pannello solare, da una pala eolica, ecc e dall’insieme di tutte le fonti rinnovabili.

Dobbiamo chiederci ora, perché il petrolio è così importante? (usiamo petrolio come abbreviazione per includere tutti i combustibili fossili, dunque gas naturale, carbone, ecc). Perché questo residuo oleoso e puzzolente (petr-oleum: olio di roccia) che la natura ha provveduto a “nascondere” in profondità è così importante per noi?

Noi non potremmo usare il petrolio e i tutti combustibili fossili. Secondo “l’Ipotesi Gaia” di James Lovelock – che concepisce la Terra come un super-organismo dotato di “intelligenza” – gli idrocarburi si sono formati come reazione al progressivo riscaldamento da parte del Sole. Ciò rientrerebbe nella “omeostasi” del Sistema-Terra, il quale provvede a mantenere costanti quei parametri fondamentali al mantenimento della vita. Si veda wikipedia: Ipotesi Gaia.

Si tratta della forma di energia più concentrata e a basso costo di produzione che l’umanità abbia trovato nel corso della sua storia.
Ha completamente cambiato il volto della Civiltà nel corso di un secolo e mezzo permettendole di ottenere una quantità di lavoro procapite e globale come mai era capitato. Il grafico sotto illumina la differenza in capacità di lavoro rispetto alle epoche precedenti.

Risultati immagini per petrolio civiltà
fonte: google immagini. L’immagine vuole far risaltare la differenza in energia e capacità di lavoro fra la nostra era e l’era precedente, chiamata sinteticamente “agricoltura”.

Tutta il nostro mondo contemporaneo si regge su questa fonte di energia.
Per tutto il XX secolo l’economia ha potuto contare sull’apporto continuo di petrolio greggio, ovvero il più facile ed economico da estrarre.
Le conseguenze sono straordinarie.

Vorrei illustrare ora il concetto di “picco del petrolio”, concetto estrapolato da Marion King Hubbert nel 1956.

Risultati immagini per picco del petrolio
fonte: google immagini

Secondo Hubbert la scoperta e lo sfruttamento di un giacimento doveva seguire necessariamente l’andamento di una curva di Gauss o “curva a campana”.
Il motivo era che a partire dal momento della scoperta, la produzione incominciava a crescere sino al momento di raggiungere un limite massimo (picco) – che coincideva secondo lui con la metà del petrolio estraibile – e da lì in poi si stabilizzava per un certo periodo in un plateau prima di declinare irreversibilmente.
Ciò accedeva secondo lui per via della relazione della produzione con il suo rendimento nel sistema economico.
Questo comportamento si registra nello sfruttamento di ogni risorsa finita (come ha mostrato Ugo Bardi anche per altre risorse, come le balene; si veda Ugo Bardi, La terra svuotata, Editori Riuniti, 2011; il blog di Ugo Bardi – presidente di ASPO, associazione per lo studio del Picco del Petrolio – Effetto Risorse, dedica interi articoli al tema del picco).
Il fatto è che da un punto di vista economico una risorsa può essere più o meno conveniente. (Come si vedrà fra poco, vi sono apposite misure che permettono di valutare il ritorno energetico che si può ottenere da una risorsa – ERoEI).
Nel primo periodo era facile scavare. I costi di estrazione erano bassi, in quanto il petrolio era superficiale, i macchinari per estrarlo erano relativamente semplici; non era necessario andare a cercarlo troppo faticosamente.
Ma non potrà essere sempre così. Ciò è inevitabile trattandosi di una risorsa finita. Sentiamo Gail Tverberg:

Uno spostamento graduale verso prodotti energetici ad alto costo […] non richiede infatti risorse minori, bensì maggiori, avendo già estratto i beni energetici meno costosi da estrarre. Si rende necessaria una maggiore forza lavoro per produrre lo stessi numero di barili equivalenti di petrolio, o BTU (Unità termiche britanniche) di energia. Il lavoro in tali settori sta diventando sempre meno efficiente, ma non per una sua mancanza. Sono i processi impiegati a essere meno efficienti: pozzi sempre più profondi, giacimenti nell’Artico e in altri climi inospitali, nuove procedure come la fratturazione idraulica [fracking] e sostanze chimiche per l’estrazione non impiegate in passato. Certo, siamo più efficienti nel trivellare un metro di pozzo petrolifero; il problema è che siamo costretti a trivellare molti più metri per continuare ad estrarre. Inoltre, l’intero processo consta di molti più passaggi, tanto da renderlo meno efficiente.

Gail Tverberg, Why supply and demand doesn’t work for oil – Our Finite World

La tecnologia – come si diceva all’inizio – non può sopperire al problema della finitezza di una risorsa. Può solamente migliorare l’efficenza nel suo sfruttamento; aumentare i flussi.

 Il ritorno di qualsiasi di tipo di investimento (in forza lavoro, dollari, acciaio, energia), dunque, non può che calare.Per un certo periodo di tempo, tali crescenti inefficienze possono rimanere nascoste nel sistema, e i prezzi delle materie prime possono aumentare. Tuttavia, l’aumento dei prezzi finirà per diventare insostenibile, tanto che il sistema non sarà più in grado di gestirlo.

Gail Tverberg, cit.

Hubbert predisse che gli USA avrebbero raggiunto il picco della produzione all’inizio degli anni ’70 (da allora gli USA hanno continuato a importare sempre più petrolio).
La crisi del Kippur nel 1973 gli diede ragione ma non fu preso sul serio.

La teoria permette di generalizzare lo schema dell’andamento del singolo pozzo ed ottenere l’andamento delle produzioni nazionali e mondiale.

Oggi sappiamo che molti paesi hanno raggiunto e superato il picco (i nomi contrassegnati dalle date; USA 1971); altri vi si trovano ora e altri ancora sono quelli su cui si basa la produzione attuale e il motivo per cui abbiamo ancora la luce accesa di sera nelle nostre case.

fonte: Previsioni del governo US (2004) per la produzione di petrolio negli US e per la precedente Unione Sovietica
Non tutti concordano sul momento di raggiungimento del picco della produzione globale. C’è chi lo situa già nel 2004, se non prima. Altri lo fanno corrispondere all’inizio della Grande Recessione del 2007-2008. Le stime variano dagli inizi del 2000 sino ai più ottimisti che lo pongono nel 2050. In molti tuttavia non escono dall’orizzonte del 2030. Sul tema delle tempistiche, il blog di Ugo Bardi – Effetto Risorse. Esiste una famosa pubblicazione su questo tema: The end of cheap oil, di Colin J. Campbell e Jean H. Laherrère: http://dieoff.org/page140.htm (I due autori citati hanno contribuito a raffinare i modelli matematici originari su cui si basava la teoria del picco proposta da Hubbert). Anche Ugo Bardi ha scritto un articolo chiaro su: http://www.aspoitalia.it/index.php/introduzione-alla-teoria-di-hubbert-mainmenu-32

Abbiamo accennato che le energie rinnovabili non sono in grado di nutrire la crescita dell’economia in quanto non è possibile ottenere dei flussi sempre crescenti per via dei vincoli tecnologici.
Fino ad ora invece il petrolio ha potuto essere sfruttato in maniera crescente generando flussi sempre più imponenti.
Qual’è la situazione a inizio nuovo millennio? Spiega Dennis Meadows che:

Il petrolio facile è andato

  • Le scoperte di petrolio hanno raggiunto il picco negli anni 60.
  • Ogni anno dal 1984 il consumo di petrolio ha superato  le scoperte petrolifere.
  • Nel 2009 le scoperte sono state circa 5 miliardi di barili (mb), il consumo di 31 mb.
  • Dei 20 giacimenti di petrolio più grandi del mondo, 18 sono stati scoperti dal 1917 al 1968, 2 negli anni 70. Da allora nessun altro.

La produzione globale di petrolio si sta avvicinando alla fine del suo plateau
1995 – 1999     + 5.5%

2000 – 2004   + 7.9 %

2005 – 2009    + 0.4 %  – dati dal Supplemento Statistico Internazionale – edizione 2010, IEA, pagina 18

2010 – 2030    – 50%    [proiezioni future]

cit. Dennis Meadows, conferenza tenuta a Pisa (2006) [grassetto mio]

Il prossimo grafico illustra il problema che si viene a generare con la fine della crescita della produzione petrolifera (supply).

Risultati immagini per peak oil
fonte: http://www.libralato.co.uk/society/peakoil.html. Questo è uno dei grafici più significativi. Qui possiamo leggere in filigrana tutto il nostro passato (parte sinistra del grafico) e il futuro che abbiamo davanti (parte destra).

La parte destra della curva decresce (supply=offerta=produzione) a differenza della “domanda” che invece continua a crescere.
Che cos’è la domanda? La richiesta di energia che viene dalla società per tutte le sue attività, dalle grandi industrie e manifatture al semplice muoversi in auto per andare al lavoro o a fare la spesa.

Se l’offerta dal settore petrolifero non è in grado di sostenere la domanda di energia che proviene dall’economia – si genera un vuoto (gap) che affetta tutti i processi che alimentano il complesso della nostra società.

Energy Returned on Energy Invested (ERoEI) ed energie rinnovabili

Quando la crescita infine raggiunge il picco, la produttività non può continuare. Allora vengono meno i “benefici netti” che la macchina economica era in grado di generare.
Ogni società – ritiene Joseph Tainter – si forma risolvendo man mano i problemi che genera.
Lo fa aumentando via via la complessità del sistema.
La nostra ha generato la più grande differenziazione sociale e complessità della storia umana grazie all’apporto di un enorme quantità di energia netta proveniente dalle fonti fossili.
Tuttavia più una società si ingrandisce e si diversifica, maggiori diventano gli sforzi per mantenerla in attività.

Oggi ci troviamo ad affrontare un problema analogo a quello di tutte le società del passato che, è bene ricordarlo, sono tutte crollate.
Tainter ha fornito una versione più moderna della “legge dei rendimenti decrescenti” formulata da Ricardo. Secondo questo scienziato esperto di soustainability, l’aumento di complessità comporta inevitabilmente il raggiungimento di una soglia superata la quale i “benefici” cominciano a contrarsi e a diminuire.

fonte: immagine originaria del testo di J.Tainter,  The  collapse of complex societies

Tutto dipende da come la società risponde alle crisi che essa genera.
Come l’impero romano ad un certo punto cominciò a frantumarsi sotto il peso della sua eccessiva grandezza – non vi erano forze a sufficienza per controllare le provincie – così noi oggi non abbiamo un modo di sostituire il petrolio; mantenere la crescita; aggirare le crisi sistemiche.
La grande accelerazione è stata possibile grazie al petrolio a basso prezzo.
Dagli anni ’70 ci siamo trovati di fronte ad un altalena nei prezzi del petrolio. Cominciava la fase di declino della produttività. Come ogni altra risorsa finita esso segue una curva decrescente dei rendimenti.

E’ possibile dare una misura dei rendimenti economici che otteniamo dalle diverse forme di energia. Questa è chiamata ERoEI (Energy Returned on Energy Invested):

Risultati immagini per solar EROEIfonte: http://www.pyrolysium.org. Il grafico mostra la grande quantità di energia netta (in blu) che si ottiene dal petrolio greggio (EROEI da 50:1 a >100:1). La zona rossa rappresenta la quantità di energia che deve venire “investita” e che va dunque sottratta dal totale (rosso+blu). Man mano che la qualità del petrolio diminuisce e aumentano i costi di estrazione la parte in blu si assottiglia sino a che l’estrazione non conviene più economicamente.
(Ugo Bardi ha dedicato a questo un articolo consultabile su http://www.aspoitalia.it/documenti/bardi/eroei/eroei.html inoltre su wikipedia si trova una tabella di dati offerta da ASPOItalia su https://it.wikipedia.org/wiki/Ritorno_energetico_sull%27investimento_energetico).

Il “ritorno energetico sull’energia investita” è un calcolo che permette di capire quanto sia conveniente una fonte di energia. La formula è semplice e consiste nel rapporto fra l’energia investita e l’energia ricavata:

ERoEI = energia ricavata / energia spesa

Se il bilancio è negativo (0:1) o in pareggio (1:1) non avremo un surplus da reinvestire per le nostre attività (detta “energia netta”).
Si tratta di una misura fondamentale per comprendere come l’energia affetti il sistema economico.
Quando il petrolio greggio cominciava ad essere estratto aveva un’EROEI di 100:1 (gli autori poi si dividono sulle stime esatte; link wikipedia, cit.).
Negli anni ’70 già si era dimezzato.
Oggi le stime dell’EROEI delle Tar Sands (sabbie bituminose) si aggirano sui 3:1, il che significa che dobbiamo investire l’equivalente di 1 barile per ottenerne 3, mentre fino agli anni ’40 ne ottenevamo più di 100!
Il fatto è che dobbiamo scavare sempre più in profondità e con tecnologie sempre più costose per estrarne ancora. Ormai l’energia netta che ricaviamo è veramente bassa e non pare più sufficiente ad alimentare la crescita.

E’ possibile riconvertire l’intera economia basandosi sulle rinnovabili?

Vi è un grande dibattito in corso negli ultimi anni.
Da qualcuno vengono viste come l’ultima speranza che abbiamo.
Fra questi, Ugo Bardi ne è un grande sostenitore. Qui vorremmo prendere come spunto il suo libro La terra svuotata. Il futuro dell’uomo dopo l’esaurimento dei minerali (cit. sopra).

Egli argomenta la seguente tesi: è del tutto possibile una società “solare”, che alimenti le sue attività tramite le fonti rinnovabili e l’energia solare (ed è difficile che una simile società non si riveli anche gioviale e “solare”!).
Secondo Bardi il pannello fotovoltaico è la più grande invenzione energetica del nostro tempo. Sarebbe possibile in linea di principio riconvertire i flussi energetici che sostengono la società. Ma una società solare è possibile?
Passando dalle centrali termoelettriche a combustibili fossili ad una rete energetica europea (European super-grid) basata sulla radiazione solare diretta e sulle altre fonti di energia rinnovabile in linea di principio sarebbe possibile riconvertire i flussi produttivi.

fonte: http://www.desertec.org

Un simile progetto è molto interessante. Dobbiamo porre alcune questioni:
Non presuppone un vasto orizzonte temporale?

Non sottovaluta la co-dipendenza del sistema energetico e di quello economico?
Come alimentare la crescita dell’economia con dei flussi intermittenti e inferiori?
Come compiere la transizione dei sistemi produttivi, dei sistemi produttivi e distributivi, delle infrastrutture, senza subire contraccolpi nel PIL?
Come fronteggiare l’emergenza e la simultaneità delle crisi sistemiche?

L’insieme di queste problematiche fa mal sperare che la soluzione si possa trovare solamente sul versante energetico. Perché?

“Peak Everything”

Questa espressione di Richard Heinberg denota l’escrescenza e la proliferazione che caratterizzano la nostra Società.
Abbiamo visto la correlazione fra la crescita economica e la crescita nella produzione petrolifera.

Cosa accade nelle altre sfere socio-economiche?
Crescono o rimangono stabili?
E il sistema-Terra?

Risultati immagini per socio economic trend
Trend socio-economici grafico a): popolazione, PIL reale, investimenti, popolazione urbana, consumo di fertilizzanti, danni imponenti, uso di acqua, produzione di carta, trasporti, telecomunicazioni. Trend del sistema Terra Grafico b): anidride carbonica, metano, ozono, temperatura superficie terrestre, acidificazione degli oceani, cattura pesci marini, acquacultura di gamberi, azoto fasce costiere, perdita foreste tropicali, terre usate dall’uomo, degrado biosfera.

Il “motore” della crescita – il petrolio – ha permesso il generarsi di quella complessità straordinaria che è coralmente riconosciuta come “progresso”.
L’altra faccia del progresso è il crescente bisogno di tutto – e delle esternalità che questo comporta (grafico b) quando il loro costo non viene incorporato nei processi produttivi ma viene lasciato sulle spalle di altri (in “Limits to growth” veniva analizzato l’ambiente come esternalità, ovvero il tasso di “inquinamento persistente”; tanto più aumentano i flussi produttivi, tanto più materiale va smaltito).
La società globale aumenta di complessità secondo quella spirale che abbiamo visto all’inizio. (L’aumento nella disponibilità di energia permette un incremento delle produzioni agricole-alimentari che sono responsabili dell’aumento delle natalità e della crescita della popolazione).

Questa spirale genera e alimenta a sua volta un movimento complessivo della società verso la crescita in tutti i settori. Le esternalità si tramutano in “crisi sistemiche”.
Qui sotto vediamo le più gravi.

crisi sistemiche - ECONOMIA.png

La più grave crisi sistemica che l’umanità dovrà affrontare nel prossimo futuro è la sesta estinzione di massa, resa nota da Elizabeth Colbert. Il WWF segnala che è prevista una sparizione del 70% delle specie animali e vegetali entro il 2020.

Chi ha vissuto nella seconda metà del Novecento ha potuto cogliere tutti i frutti della crescita e del “benessere” da essa generato.
Ma il boom economico è durato poco (“i trenta gloriosi”): la tendenza è verso la stagnazione dell’economia essendo stati raggiunti i “limiti della crescita”.
D’altra parte questa può essere solo una risposta temporanea del sistema.

Crescita e sistema monetario

Dal 1820 al 2003 l’economia è cresciuta con un tasso medio del 2.25% l’anno (fonte: David Korowicz, Trade-off. Financial System Supply-chain Cross Contagion – a Study in Global Systemic Collapse, http://www.davidkorowicz.com).

Lo scopo primario di un’economia oltre alla produzione di merci, lo sappiamo tutti, è ottenere denaro. Ora, non c’è crescita senza aumento di denaro.
La produzione di merci è contrassegnata nel nostro sistema dal simbolo monetario, che utilizziamo per valutare (dar-valore) le merci.
Da qui tutti quei problemi (etici…) riguardanti il fatto che la vita stessa sia monetabilizzabile e soggetta alla legge del valore.
Siamo abituati a considerare in termini monetari quasi ogni attività che facciamo.
Per questo il PIL (in inglese GDP) è considerato l’indicatore principale delle economie.
Ma al di là di questo vi sono questioni decisive connesse all’uso del denaro come mediatore delle attività economiche.
Esser parte del sistema economico significa condividerne implicitamente alcuni assunti.
Qualunque attività commerciale o azienda, pubblica o privata, per sussistere dovrà adeguarsi ad una regola fondamentale.

il capitale finale deve essere > del capitale iniziale

E’ evidente: se dalla mia attività non ho ricavato un surplus, o sono in pareggio o sono in rosso, entrambi risultati negativi. L’unico risultato possibile in economia è il profitto.
Ogni azienda, ogni attività che produce reddito ha questa esigenza.
Tutti devono “crescere”, ciò implica che:

la quantità di denaro pro capite deve aumentare progressivamente

fonte: J.Bradford DeLong (da wikipedia)

Anche una persona povera dovrà avere alla fine di più di quanto aveva all’inizio (in intervalli di tempo), altrimenti dovrà affidarsi ad altri o perirà.

Il passo seguente è comprendere le implicazioni di questo meccanismo a livello macroeconomico, infatti:

la quantità totale di denaro nel mondo deve aumentare progressivamente 

https://www.blia.it/debitopubblico/grafico2012.png
fonte:www.blia.it. A sinistra la percentuale debito/PIL va da 0 a 170%, visualizzate dalle colonne in blu. L’andamento del grafico illustra la serie storica per l’ITALIA dal 1861 al 2012. A destra è indicata la grandezza dell’economia in milioni di euro (essendo stato il grafico riadattato a partire dalla valuta corrente. L’andamento del PIL corrisponde alla linea nera; l’andamento del debito pubblico alla linea rossa. Cliccando su questo link si può ottenere inoltre il confronto tra PIL nominale e PIL reale, debito nominale e debito reale: https://www.blia.it/debitopubblico/

Il grafico mostra la tendenza alla crescita, macroscopica soprattutto nella parte destra in corrispondenza della fine della Seconda guerra mondiale e del boom economico.

Condizione della crescita oltre alla disponibilità di risorse naturali, è il “debito”.

Per far si che il denaro nel mondo possa aumentare continuamente vi deve essere un meccanismo che ne permette l’espansione. (Su questo, Kenneth Rogoff: http://voxeu.org/article/debt-supercycle-not-secular-stagnation. Oppure Gail Tverberg: https://ourfiniteworld.com/2016/05/02/debt-the-key-factor-connecting-energy-and-the-economy/)
Come “produrre” denaro se tutti devono ottenere un aumento relativo del loro capitale?
Ciò è possibile solamente tramite lo scambio del denaro stesso.

Il denaro è debito.

Come si vede dal grafico, la crescita della moneta e la crescita del debito sono in netta correlazione. Ciò non è un effetto casuale prodotto dal sistema ma è il funzionamento stesso della moneta, in quanto è necessario che lo scambio di denaro con merce produca un surplus del denaro iniziale, altrimenti non si potrebbe creare alcuna “circolazione” e non vi sarebbe crescita.
Tale meccanismo è possibile grazie all’ammontare di una quantità di denaro “fantasma” – il debito appunto – che funge da “pompa” (leva finanziaria) per la crescita.

Ebbene, i debiti non possono venire ripagati perché è il debito che fornisce al sistema la possibilità stessa dello scambio di denaro e dunque gli permette di crescere.

Scopriamo così che la struttura stessa della nostra economia si regge su di un meccanismo paradossale.

In quanto fornitrici di credito, gli istituti bancari sono i principali strumenti di leveraggio della nostra economia (nonchè dello Stato, che così si trova in posizione scomoda di sudditanza). E’ noto quale è stato il loro ruolo in numerose crisi finanziarie a causa dei fenomeni di “bank run”. Tale corsa agli sportelli si verificava quando una spirale negativa nei mercati generava fallimenti, i quali avevano come effetto l’aumento della paura e inasprivano tale spirale. Accadeva che le banche dovevano chiudere per insolvenza, incapaci di restituire a tutti i loro risparmi. Ciò ha permesso di comprendere il “meccanismo di riserva frazionaria”. In pratica le banche tengono nel caveau solamente una parte della cifra che il risparmiatore vi deposita e prestano con interessi ad altri la parte restante. La banca dunque possiede solamente una piccola parte del denaro che essa contribuisce a fare circolare. Nei fenomeni di bank run emerge la criticità di questa situazione in quanto presi dal panico i risparmiatori vogliono ritirare tutti i loro risparmi e la banca non è in grado di farlo in quanto li ha prestati. Ecco che la banca fallisce e i soldi non vengono restituiti. Per ulteriori spiegazioni: Luciano Gallino, Il colpo di stato di banche e governi oppure Chris Martenson, Crash course visibile su https://www.youtube.com/watch?v=Ec85sWSn7iQ&list=PLB048101DAAD68046&index=10
A conferma delle implicazioni connesse al concetto di crescita:
Nel 1963 Nicholas Kaldor elencò alcune di quelle che a suo giudizio sembravano essere delle regolarità empiriche sufficientemente diffuse e generali del processo di crescita: 1)Il tasso di crescita del livello del reddito procapite tende a mantenersi costante e non manifesta significative tendenze al declino secolare. 2)Anche il livello del capitale procapite tende a crescere nel tempo: i tassi di crescita del capitale e del prodotto tendono ad essere all’incirca uguali. 3)I saggi di rendimento reali sul capitale sembrano essere sufficientemente stabili e quasi costanti nel lungo periodo. 4) Il rapporto tra capitale fisico e prodotto tende a mantenersi costante. 5) Le quote dei due principali fattori produttivi, capitale e lavoro, sul reddito nazionale sembrano anch’esse molto stabili. 6) I saggi di crescita del prodotto procapite sembrano mostrare una significativa e stabile differenza tra le varie economie. (fonte: wikipedia)

Diseguaglianze economiche

Ma come si distribuisce la ricchezza nel mondo?

Risultati immagini per distribuzione ricchezza 1900
fonte: http://www.lteconomy.it

Il tema della disuguaglianza è anche emerso nel corso degli incontri al World Economic Forum a Davos (19 gennaio 2015), quando, Winnie Byanyima, direttore esecutivo di Oxfam International, ha presentato i risultati di una delle ultime pubblicazioni di Oxfam sulla disuguaglianza, ‘Wealth: Having It All and Wanting More,’ evidenziando che la ricchezza aggregata dell’ 1 per cento più ricco della popolazione mondiale supererà quella del restante 99 per cento entro il 2016 [grassetto mio]

Abbiamo visto che il sistema economico si basa sulla crescita del capitale.
Tutto ciò è noto sotto il nome di Capitalismo.
Vediamo un paio di grafici la cui idea è mettere in relazione la grandezza del continente, la % di popolazione e la % di ricchezza.
Qui sotto la situazione nel 1990.

fonte: http://www.wordmapper.org

Vediamo di seguito invece come sia cambiata nell’arco di quasi 30 anni.
Il Sud del mondo si assottiglia ancora di più a favore del Nord, ma dopo 30 anni è l’oriente che sta crescendo, non l’occidente.

fonte: http://www.wordmapper.org. La situazione odierna, nel 2016.

Ma sappiamo bene che è all’interno dei singoli paesi che si manifestano la diseguaglianze. Non v’è una distribuzione egualitaria della ricchezza e questo, secondo Thomas Piketty (Il Capitale nel XXi secolo; Income inequality in the US, 1913-1998) e Gail Tverberg (Why we have a wage inequality problem – Our finite world ) è una componente fondamentale – se non primaria – dell’attuale crisi economica.

fonte: google immagini. L’immagine illustra il 99% del mondo schiacciato dall’1% composto, in ordine di potere esercitato, da banche, corporation e politici.

Vorremmo soffermarci sull’idea che vi sia un problema di fondo molto importante che riguarda le diseguaglianze economiche.
L’Occidente è travagliato da questo problema.
Lo dimostrano le lotte degli ultimi due secoli fra ricchi/poveri o capitalisti/comunisti.

E’ stato Marx, in un certo senso, a spaccare la società in due, mettendo da una parte i lavoratori-produttori-salariati e dall’altra i “possessori dei mezzi di produzione”.
Ma ciò – anche se per ragioni ideologiche – risultava dalla considerazione del funzionamento del sistema capitalistico.
Sembra che il sistema sociale debba scindersi, per via delle condizioni necessarie alla creazione di capitale: chi stipendia e chi è stipendiato; chi possiede i mezzi per poter produrre e chi lavora; produttori e consumatori.
(E’ evidente che anche i “produttori” sono consumatori. Qui si allude a quella divisione dei redditi che avviene a monte del semplice atto di acquisto. Come produttori si intendono gli “imprenditori”. Ogni imprenditore è anche consumatore, in quanto vivente, e ogni consumatore contribuisce a produrre dei beni. Ciò non toglie che i capitali si spostino – come vedremo fra poco – dalla parte di chi possiede i “mezzi di produzione”).

Come vedremo fra poco, è questa spaccatura la matrice di tutte le disuguaglianze sociali in quanto i profitti si spostano necessariamente dalla parte di chi possiede i mezzi di produzione.

Da chi viene prodotta la ricchezza e in quali tasche finisce? ai lavoratori o agli imprenditori? E’ stato notato uno spostamento graduale dei redditi proprio nella direzione di chi “possiede”.

Oxfam4

Oxfam Italia ha pubblicato un rapporto che riguarda nello specifico il nostro paese. I dati sulla distribuzione nazionale della ricchezza del 2015 mostrano come l’1 per cento degli italiani più ricchi abbiano il 23,4 per cento della ricchezza nazionale netta. L’aumento della ricchezza dal 2000 al 2015 non si è distribuito in modo equo: oltre la metà secondo Oxfam è andata al 10 per cento più ricco degli italiani

Al consumatore, ironicamente, viene lasciato il “potere d’acquisto” e l’illusione di poter partecipare attivamente alla vita economica mentre è del tutto eterodiretto dalle logiche commerciali globali (cosa può il piccolo agricoltore contro la FAO?).
Ma come avviene questo spostamento?
Un illustre sociologo italiano, Luciano Gallino, ha ben chiarito la questione nel libro Il colpo di stato di banche e governi (Einaudi, 2015) (e in Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegata ai miei nipoti – Einaudi, 2015).

Dopo aver parlato delle origini strutturali della crisi attuale (2007-2008) – che hanno avuto origine negli anni ’80 quando è cominciato un predominio della finanza sull’economia reale come risposta alla crisi del regime di accumulazione – egli spiega che l’accumulazione è la:

crescita del capitale esistente mediante nuove dosi di altro capitale derivante da eccedenza del valore realizzato della produzione sul consumo in un determinato periodo. (grassetto mio)

E continua dicendo:

L’accumulazione accresce costantemente la frazione di capitale investita in mezzi di produzione mentre diminuisce proporzionalmente la frazione investita in forza lavoro. (grassetto mio)

Queste due citazioni difficili ci dicono che il capitale si accresce solo perché una parte sempre maggiore di profitto resta in mano all’imprenditore, mentre una sempre minore in mano al dipendente.
E’ questo il processo che ha generato la grande disoccupazione di questi anni e la tendenza alla meccanizzazione/robotizzazione delle aziende: ridurre i costi di sussistenza dei lavoratori. I robot non hanno bisogno di stipendio!
Qui di seguito Gail Tverberg mostra il trend di discesa dei redditi dal 2000.

gail tverberg oil prices recession

Fonte: Gail Tverberg – Our Finite World. Il grafico mostra il rapporto fra i redditi (wage) e il PIL (GDP).

La maggior parte dei profitti generati dalla forza-lavoro finiscono all’imprenditore (e ai soci azionari). Si alimenta sempre più il divario fra una popolazione disoccupata e con sempre minor salario e degli imprenditori ultra-ricchi.
(La questione delle difficoltà che oggi incontrano gli imprenditori, riguarda i piccoli-medi imprenditori. Anche questi si ritrovano schiacciati dalla concorrenza globale delle imprese più grandi, così non sono in grado di reinvestire sufficienti valori. Solamente i grandi gruppi commerciali multinazionali sguazzano in questa situazione, lasciando agli altri le briciole).

Abbiamo visto sopra come questa situazione sia omogenea su tutto il pianeta per via del mercato “unico”, la globalizzazione. Una sola è la legge che unifica il Nord ricco e il Sud povero.
Ma è una situazione che può durare?
Il capitalismo può continuare ad esistere in eterno?

Marx credeva che il capitalismo portasse in sé i germi del suo superamento e che ciò sarebbe avvenuto già a fine XIX secolo attraverso una socializzazione della produzione ad opera delle masse dei lavoratori. Ciò non è avvenuto e un secolo di lotte comuniste si è risolta infine in una netta vittoria del neo-liberismo.
Oggi del comunismo resta solo uno spettro.

In definitiva il marxismo-comunismo restava solidale con la “colossale visione del mondo” – come l’ha definita Massimo Cacciari – del suo acerrimo nemico capitalista.
Non viene mai meno l’esigenza produttivaecco perché il capitalismo si è dimostrato più potente nel portare avanti questa logica.
Come hanno mostrato per esempio Jean Baudrillard e Naomi Klein, esso utilizza ogni mezzo per fortificarsi, persino la critica che gli viene rivolta – le lotte rivoluzionarie; il pensiero critico – viene ri-prodotta dal sistema per autoalimentarsi.

Riepilogo

Si è visto che:

  • il nostro sistema è adattato alla crescita
  • la disponibilità di energia favorisce l’incremento nelle produzioni agricole (cibo), le quali forniscono l’incentivo all’aumento della popolazione
  • la crescita dell’economia implica che ogni anno si produca di più dell’anno precedente
  • il sistema-Terra ha una “capacità di carico” limitata in quanto le sue risorse sono finite
  • vi sono dei “limiti della crescita” in corrispondenza dei “picchi” di estrazione e produzione delle risorse naturali
  • il petrolio ha alimentato la crescita dell’economia e fatto da “motore” dello sviluppo
  • il petrolio non è più in grado di continuare a svolgere questa funzione in quanto vi è un gap fra “offerta” e “domanda”
  • non sembrano esserci delle fonti energetiche alternative che possano sostituire il petrolio e permettere ulteriore crescita; la tecnologia non può risolvere la questione dell’esaurimento delle risorse
  • numerosi altri processi si autoalimentano e crescono correlativamente alla crescita economica; questo crea delle esternalità (crisi sistemiche)

Per quanto riguarda il versante prettamente economico:

  • la crescita economica implica un incremento costante nel mondo del denaro procapite e del denaro globale
  • il debito funge da pompa per l’economia ma non potrà venire restituito per via del funzionamento del sistema stesso
  • la creazione di diseguaglianze è intrinseca al funzionamento del sistema economico
  • i capitali tendono a spostarsi dalla parte di chi “possiede” i mezzi di produzione

La fine della crescita che stiamo vivendo attualmente ha portato in molti a pensare che ci aspetta un periodo di stagnazione secolare.
E’ tornata così in auge quella “Steady-state economy” che gli economisti classici (compreso Adam Smith) credevano sarebbe stata l’ultima fase del capitalismo.

(I sostenitori dello “stato stazionario” in economia (fra i contemporanei soprattutto Herman Daly – “economia ecologica”) pensano che le componenti non-fisiche (come gli scambi virtuali, la conoscenza, ecc) di un sistema economico possano crescere indefinitamente, mentre le componenti fisiche (come le risorse naturali e le materie prime) sono vincolate dalle leggi della fisica. Mantenendo le seconde entro limiti di sostenibilità ecologica sarebbe possibile raggiungere una “stabilità” del PIL. Ma questo non tiene conto dell’aumento di entropia nel sistema che si genera nel tempo, a causa dell’inevitabile degradamento delle materie prime una volta soggette ai cicli produttivi. Le tesi di Nicholas Georgescu-Roegen (Energia e miti economici) vengono radicalizzate oltre lo stato stazionario sia dagli autori di Limits to Growth che da David Korowicz o Gail Tverberg.)

L’intuizione dei limiti della crescita economica risale certamente a Malthus, ma trova il suo fondamento scientifico solo nella seconda legge della termodinamica di Sadi Carnot. […] L’economia ignora dunque il concetto di entropia, ovvero la non reversibilità delle trasformazioni dell’energia e della materia. […] L’ultimo legame con la natura è stato reciso attorno al 1880 quando la natura è stata eliminata dalle funzioni di produzione […] Si realizza così un incosciente spreco delle risorse non rinnovabili disponibili e un sotto-utilizzo del flusso abbondante di energia solare – Serge Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, 2007

Strizzando l’occhio a Kant si potrebbe dire che è necessaria una “critica della ragione economica” per comprendere la gravità della situazione in cui ci troviamo.
Dobbiamo superare il paradigma economicista, come ha proposto Serge Latouche, rompere il martello economico che abbiamo nella testa.

Da tutte le parti ci si ingegna per rimettere in piedi un’economia al tracollo, per trovare soluzioni ad una crisi che non può avere fine. Che siano forme cooperative di produzione, l’economia solidale oppure l’economia ecologica, si parla sempre di ristrutturare, riformare, cambiare, modificare il sistema economico.
Pochi sono disposti a negare la sua legittimità.

Una società solare o una società della decrescita non sembrano attuabili per via della convergenza delle diverse crisi sistemiche.

Le speranze di Bardi (e di altri) di poter invertire la rotta non sono più verosimili oggi.

Per le ragioni viste fino ad ora è illusorio credere ad una sopravvivenza del sistema economico.

Abbiamo costruito l’intero complesso sociale su fondamenta deboli. L’economia è un gigante dai piedi di argilla.
Compiamo
dunque il passo che ci manca e mettiamo l’economia nel cestino della storia.

“Dennis Meadows collapse inevitable 2015-2020”

(fonte articolo cit. titolo paragrafo: http://energyskeptic.com/2014/dennis-meadows-collapse-is-inevitable-now-2015-2020/)

Cosa ci aspetta ora?
Possiamo aspettarci una Decrescita Felice, come si augurava Latouche?
Bisogna giungere a conclusioni molto più radicali della stagnazione secolare o di una decrescita graduale. Il nostro ottimismo di occidentali non può ammettere che si finisca in rovina.
Eppure come potrebbe il nichilismo avere una fine indolore?

Nel titolo di questo articolo si è voluto usare un termine forte che richiamasse l’attenzione su qualcosa che sembra essere nascosto alla nostra coscienza.
E’ necessario che venga allo scoperto – che si riveli – il significato del petrolio per la nostra civiltà.

Nel 1972 tre scienziati del MIT venivano finanziati dal Club di Roma per una ricerca interdisciplinare sui “limiti dello sviluppo” (Limits to growth, cit.).

La novità rappresentata dal progetto World3 consisteva nell’applicare la “dinamica dei sistemi” (ideata da Jay Forrester) al Sistema-Terra per ottenerne informazioni e studiarne lo stato di salute complessivo. Concepire il mondo come una macchina dotata di INPUT, OUTPUT, STOCK e FLUSSI appariva forse semplicistico ad alcuni. E’ possibile ridurre la complessità della globalizzazione e di tutti i sistemi al calcolo di un modello composto da cinque variabili? (LTG prendeva in considerazione solo cinque sistemi: risorse non-rinnovabili; popolazione; prodotto industriale procapite; cibo e servizi procapite; inquinamento). Eppure proprio questa semplicità si è rivelata la sua forza. Il sistema-Terra, per quanto grande e complesso, è pur sempre composto di parti che sono unificate da una struttura. Il pensiero sistemico riesce a ricomporre queste parti e a darci un quadro coerente.

I risultati cui sono giunti nel 2004 Donella, Dennis Meadows e J. Randers dopo aver considerato i dati di 30 anni di osservazioni li hanno portati alla conclusione che se l’umanità persevera “Business As Usual” (scenario BAU) cioè non modifica la direzione che è stata solita mantenere nel XX secolo, dobbiamo aspettarci lo scenario peggiore:

il collasso economico (a partire dal 2015-2020).

Risultati immagini per limits to growth

fonte: google immagini. E’ l’immagine dello scenario previsto dagli autori di Limits to growth se l’umanità persevera nello scenario BAU. Le linee tratteggiate corrispondono alle predizioni del 1972, quelle continue in grassetto ai dati reali raccolti fino al 2004. A partire da questi dati prevedevano il collasso economico nel periodo 2015-2020 e nel 2030 il declino della popolazione a seguito del collasso economico.

Dennis Meadows, sempre dal testo della conferenza tenuta nel 2006 a Pisa (testo in articolo cit. sopra):

Per evitare il collasso servirà un orizzonte temporale più lungo di quello fornito dall’attuale sistema

Is global collapse imminent?  chiede Graham Turner che ha analizzato nuovamente il lavoro Limits to growth. Sulla base di ulteriori aggiornamenti (dal 2004 al 2015) egli conferma le “previsioni” di LTG, pur modificando le curve di decrescita. http://sustainable.unimelb.edu.au/sites/default/files/docs/MSSI-ResearchPaper-4_Turner_2014.pdf

Conclusione: l’ironia del denaro

1)

Possiamo chiederci in che modo il problema del picco del petrolio affetterà il sistema economico.

Come può il petrolio avere un ruolo decisivo se il rapporto BP sull’energia mondiale – http://www.bp.com/en/global/corporate/energy-economics/statistical-review-of-world-energy.html – calcola che il suo costo complessivo per l’economia mondiale ammonta a poco più del 4% del PIL?
Eppure è questo 4% che fa da “motore dello sviluppo” e genera la crescita del PIL.
Si è visto che la produzione e i flussi commerciali odierni non sarebbero possibili senza questa forma di energia così versatile.

Non ci si può basare sull’altalena dei prezzi di un periodo limitato per trarne indicazioni di macroeconomia. A livello storico c’è invece una netta correlazione fra PIL, prezzo del petrolio e l’energia (globali).

gail tverberg oil prices recession

Fonte: Gail Tverberg – Our Finite World

In molti erano convinti che i rendimenti decrescenti – man mano che ci si approcciava al picco – si sarebbero tradotti automaticamente in un rialzo dei prezzi al barile.
Il fatto che i prezzi ora stiano scendendo dal 2014 ha fatto sollevare i “critici” di tutte quelle teorie che sono basate sul picco di Hubbert e su Limits to growth.
In un bell’articolo – tradotto in italiano http://www.aspoitalia.it/attachments/article/355/20151228%20Gail%20Tverberg%20-%20Why%20supply%20and%20demand%20doesnt%20work%20for%20oil.pdfGail)Tverberg)ha – Gail Tverberg ha invece cercato di dimostrare che la macroeconomia classica della domanda e dell’offerta non è in grado di giustificare l’andamento dei prezzi del petrolio.
Più che essere sbagliata la teoria di Hubbert, probabilmente è la teoria economica che vi annettiamo che non è in grado di inserirvi adeguatamente il ruolo fondamentale delle commodities (il petrolio e le materie prime).

Ciò che è accaduto secondo la Tverberg è diverso.
Come si può notare dal grafico qui sotto, dal 2000 al 2007-2008 vi è stata un’enorme salita dei prezzi.

prezzi petrolio 2000-2016.png

Fonte: https://politicalmunchie.com/2014/10/27/crude-oil-drops-below-80-per-barrel/

Da allora i prezzi stanno scendendo e dalla punta di quasi 150$/barile sono arrivati anche a 30$/barile.

E’ inevitabile che, ad un certo punto, l’aumento del prezzo del petrolio si arresti, a causa dell’effetto negativo sul reddito spendibile dei consumatori.

Gail Tverberg, Why supply and demand doesn’t work for oil – Our Finite World

L’aumento nei costi di produzione del petrolio affetta l’economia in maniera indiretta perché il prezzo del barile viene incorporato nei beni e nelle merci.
Il prezzo del cibo per esempio è in netta correlazione con il petrolio.

Risultati immagini per oil price food

Fonte: http://www.oilprice.com

Avviene dunque un effetto di riverbero in tutta l’economia.

All’aumentare dei costi di produzione del greggio, se l’aumento viene caricato sui
prezzi, vengono influenzati i prezzi di beni differenti. Influenza, ad esempio, il costo della produzione alimentare, dato che il petrolio viene impiegato per la produzione e il trasporto in quel settore; in realtà influenza tutti i beni trasportabili, dato che si tratta del carburante più impiegato nelsettore dei trasporti.
Gail Tverberg, cit.

Se tutto il settore produttivo-commerciale subisce questo incorporo del prezzo barile allora ciò si riverbera sul prezzo finale delle merci. Infine questo va ad affettare i redditi e la capacità di acquisto dei consumatori in quanto sul consumatore finale si chiude il circolo.

Ma se al consumatore finiscono sempre meno soldi in tasca, non si potrà chiudere il circolo dell’economia – il lato della domanda – in quanto ciò che è prodotto deve essere venduto e comprato.

Si capisce così come la crescente disoccupazione e l’aumento delle diseguaglianze finiscano con l’affettare ironicamente il sistema complessivo.

2)

La dinamica del collasso va colta dal lato del denaro e del debito. Questo significa che vi è in ballo la questione della fiducia che riponiamo nel denaro.

Ma che forma prenderà?
Su questo in molti concordano: sarà il crollo del sistema finanziario.

L’incubo di una crisi peggiore di Lehman Brothers è già in vista per molti economisti, che fiutano qualcosa di estremamente pericoloso all’orizzonte.
Purtroppo è inutile tergiversare su che cosa ci aspetta: uno shock sistemico globale.

Un tale shock è paventato dalla “teoria delle catastrofi” e accade quando un sistema complesso è totalmente privo di capacità di resilienza, è incapace cioè di assorbire gli shock al suo interno senza collassare.
Questa è esattamente la situazione che la nostra economia ha generato, senza differenziare le varie economie nazionali e locali.
Tutto è stato rigorosamente centralizzato – dagli stati europei all’Europa unita – coerentemente con la logica capitalistica, cosicchè il sistema oggi è del tutto incapace di affrontare una crisi senza crollare completamente.

La cosiddetta “crisi del debito sovrano europeo” conferma che siamo in uno stato di altissima gravità.
La capacità degli istituti di credito di fare “leva finanziaria” per le imprese sta venendo meno.
La crisi finanziaria 2007-2008 ha aggravato la questione del debito delle varie nazioni europee (ma lo stesso vale ad esempio per la Cina che ha raggiunto il 225% del PIL).

Il mercato dei titoli “derivati” si muove ad altezze siderali rispetto a quello dell’economia reale.

Risultati immagini per GDP DERIVATIVES

Fonte: http://economiccollapsenews.com/2015/01/19/collapse-of-1-2-quadrillion-global-derivatives-market-will-lead-to-dollar-collapse/

Abbiamo visto sopra il ruolo del Debito pubblico come leva finanziaria (leverage) dell’economia. Il rapporto che sussiste fra debito e PIL è quello di un’uomo che insegue la sua ombra: scopriamo che il correlato della crescita del PIL è la crescita del debito.

Risultati immagini per world debt

fonte: https://www.indigopreciousmetals.com/news/its-the-debt-stupid/

Si è visto che il sistema di accumulazione genera inevitabilmente delle “crisi di sistema”, le crisi finanziarie.
La bolla immobiliare del 2008 segna l’ultimo tassello di questa storia.
Cosa ci aspetta ora?
Durante la crisi il mercato dei derivati è accelerato!
Recentemente i giornali hanno avvertito di un grande rischio per la Germania e l’Europa.
Deutsche Bank risulterebbe in deficit di 50.000 miliardi di euro.
Alcuni però tranquillizzano: non rischia di fallire perché la sua situazione è analoga a quella delle altre banche europee. Come se questo fosse una buona notizia.
Persino l’FMI ne ha certificato l’alto rischio sistemico.
La BCE e la FED (così come le altre banche centrali del mondo) stanno garantendo un flusso pressochè continuo di liquidità tale da scongiurare l’insolvenza di un elevato numero di banche e stati.
La situazione è grave in quanto i debiti prima o poi devono venire ripagati e vi sono all’orizzonte importanti scadenze di titoli di stato.
Si capisce che oramai tutto si regge su gambe di cristallo ed è pronto a cedere.

Gail Tverberg ne conclude che:

Una volta che il “super-ciclo” del debito comincia la sua fase di contrazione, possiamo aspettarci una seria riduzione per la domanda e per l’offerta in tutti i tipi di energia.

(Once the debt supercycle starts its contraction phase, we can expect a major reduction in both the demand and supply of all kinds of energy products)

Gail Tverberg – 2016: Oil Limits and the End of the Debt supercycle [traduzione mia]

https://gailtheactuary.files.wordpress.com/2014/01/tverberg-estimate-of-future-energy-production.png?w=640

Fonte: Gail Tverberg – Our Finite World. Stima della futura produzione di energia, a cura dell’autrice.

Ecco dunque l’ironia del denaro: siamo cresciuti grazie ad esso e periremo sotto di esso.
E’ un dato di buon senso oramai comprendere che l’economia mondiale imploderà su se stessa.
Quando ciò accadrà la moneta non avrà più valore e con essa il sistema che gli ha dato la luce.
Ci ritroveremo in un mondo in cui le acquisizioni raggiunte dall’umanità fino ad ora saranno inservibili.
Questa è l’ironia della nostra cultura. Ciò che pensavamo fosse il valore per eccellenza si rovescerà in ciò che volevamo a tutti i costi evitare: la penuria e la miseria.

L’ironia maggiore viene dalle modalità in cui avverrà questo.
Innanzitutto avrà luogo nel cuore del nostro sistema: il mercato finanziario.
In secondo luogo, ciò sarà causato da quelle esternalità che il sistema – cioè tutti noi – ha inteso trascurare, sistematicamente e rigorosamente.
In terzo luogo questo colpirà tutti indiscriminatamente. Il crollo nel valore della moneta azzererà tutti i capitali.

Per cosa scoppierà la bolla?
Per le migrazioni o per la fine della crescita cinese?
Per i danni dell’inquinamento o per quelli provocati dai cambiamenti climatici?
Per la guerra dell’Occidente contro l’Isis?

 

 We don’t have much time to fix our problems. In the timeframe we are looking at, the only other solution would seem to be a religious one. I don’t know exactly what it would be; I am not a believer in The Rapture. There is great order underlying our current system. If the universe was formed in a big bang, there was no doubt a plan behind it.  We don’t know exactly what the plan for the future is. Perhaps what we are encountering is some sort of change or transformation that is in the best interests of mankind and the planet. More reading of religious scriptures might be in order. We truly live in interesting times!

Gail Tverberg – Our Finite World

BIBLIOGRAFIA

Ugo Bardi, La terra svuotata. Il futuro dell’uomo dopo l’esaurimento dei minerali, Editori Riuniti, 2011
La fine del petrolio. Combustibili fossili e prospettive energetiche per il ventunesimo secolo. Ed, Riuniti 2003
Albert Bartlett, Arithmetic, Energy and Population, http://www.albartlett.org/presentations/arithmetic_population_energy_transcript_english.html
Gregory Bateson, Verso un ecologia della mente, Adelphi, 1977
Jean Baudrillard, La società dei consumi (1970), Il mulino, 2010
– Lo scambio simbolico e la morte (1979), Feltrinelli, 2007

Colin J. Campbell, Peak Oil: a Turning for Mankind
– con Jean H. Laherrer, The End of Cheap Oil, Scientific American, 1998 o su http://dieoff.org/page140.htm

Elizabeth Colbert, La sesta estinzione. Una storia innaturale, Neri Pozza, 2014
Jared Daimond, Armi, acciaio e malattie, Einaudi, 2014
– Collasso. Come le società decidono di vivere o morire, Einaudi, 2014

Richard Heinberg, Peak Everything, New Society Publishers; FEP Torn edizione, 2007
– La festa è finita. La scomparsa del petrolio, le nuove guerre, il futuro dell’energia. Fazi, 2004

Rob Hopkins, Manuale pratico della Transizione. Dalla dipendenza dal petrolio alla forza delle comunità locali. Arianna editrice, 2012
Naomi Klein, No Logo, Bur, 2010
David Korowicz, Tipping Point, http://www.davidkorowicz.com/publications
– Trade-Off. Financial System Supply-chain Cross Contagion – a Study in Global Systemic Collapse, http://www.davidkorowicz.com/publications
– On the Cusp of collapse, http://www.davidkorowicz.com/publications
Luciano GallinoIl colpo di stato di banche e governi, Einaudi, 2015
– Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti, Einaudi, 2015

Nicholas Georgescu-Roegen, Energia e miti economici , Bollati Boringhieri, 1998
Charles A.S. Hall, John W. Day J., Revisiting Limits to growth. After Peak Oil, http://www.esf.edu/efb/hall/2009-05Hall0327.pdf
Serge Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, 2007
– L’invenzione dell’economia, Bollati Boringhieri, 2010
– L’economia è una menzogna
, Bollati Boringhieri, 2012
Kenneth Rogoff, Debt supercycle not secular stagnation, http://voxeu.org/article/debt-supercycle-not-secular-stagnation
Karl Marx, Il capitale, libro I, Newton Compton, 2008
Chris Martenson, Crash Course, https://www.youtube.com/watch?v=Ec85sWSn7iQ&list=PLB048101DAAD68046&index=10
Dennis e Donella Meadows, Jorgen Randers, W.W.Behrens III, I nuovi limiti dello sviluppo, Mondadori, 2006
Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani 2014
– Income inequality in the US, 1913-1998, http://www.nber.org/papers/w8467

Pablo Servigne e Raphael Stevens, Comment tout peut s’effondrer. Manual de collapsologie a l’usage de generation present, Anthropocene, 2015
– Nourrir l’Europe en temps de crise, Edition Nature e Progres, 2014 oppure su http://www.institutmomentum.org/wp-content/uploads/2013/12/2013-Servigne-LES-VERTS-Nourrir-leurope-en-temps-de-crise.pdf

Joseph Tainter, The collapse of complex societies, Cambridge University Press, 1990
Benoit Thevard, Europe facing peak oil – https://www.greens-efa.eu/fileadmin/dam/Documents/Publications/PIC%20petrolier_EN_lowres.pdf
Graham Turner, Is global collapse imminent?, http://sustainable.unimelb.edu.au/sites/default/files/docs/MSSI-ResearchPaper-4_Turner_2014.pdf
Gail Tverberg, Debt: the key factor connecting energy and economy, https://ourfiniteworld.com/
Why supply and demand doesn’t work for oil, https://ourfiniteworld.com/
Oil supply limits and the continuing financial crises, https://ourfiniteworld.com/
– Why we have a wage inequality problem, https://ourfiniteworld.com/
– 2016: Oil limits and the end of Debt supercycle, https://ourfiniteworld.com/












Advertisements

3 pensieri su “La Rivelazione del Petrolio e dell’Economia

  1. Pingback: La convergenza delle crisi – Appello per la Resilienza

  2. Pingback: “La voragine dei derivati nei conti dello Stato Italiano” – La Repubblica.it – Appello per la Resilienza

  3. Pingback: Buddha, Gesù e le risorse naturali (prima parte – Appello per la Resilienza

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...