Voce del verbo: consumare (prima parte)

Consumare è una pratica quotidiana. Da sempre fa parte delle abitudini umane?

La prima forma di consumo è quella che vede l’uomo ingerire, assimilare qualcosa dall’esterno per poter conservarsi e perpetuare la vita.

I termini “produttori” e “consumatori” fanno parte del lessico quotidiano. Con gli studi scolastici tutti abbiamo appreso – ma l’abbiamo assimilato? o lo abbiamo ingoiato per intero il boccone? – che vi è una catena alimentare e che questa è divisa in due grandi categorie: i vegetali, che in quanto autotrofi, sono in grado di sintetizzare da sè i loro nutrimenti; e gli animani, che in quanto eterotrofi, devono trovarli già bell’è pronti in altro.

Questa suddivisione è utile e spiega bene la nostra “posizione” in natura, ma ahinoi, solo a parole. Come per una serie di altre informazioni/conoscenze, anche qui l’uomo ingoia senza assimilare quello che acquisisce. Risultato: si ritrova con dei corpi estranei dentro di sè, di cui non era a conoscenza.

Prima di tutto, se avessimo consapevolezza di essere animali saremmo del tutto consci della nostra costitutiva situazione di dipendenza. Il problema è appunto che non lo siamo! Ciò potrebbe stupire molto il lettore.

Vi stupite forse di essere un corpo?

Bè, se non lo siete è perché viviamo in una cultura che da molto tempo tende a nascondere la “verità” del corpo. La cultura occidentale ha mascherato, oscurato e svilito la realtà del corpo per dare risalto all’Anima.

Facciamo anche fatica a formulare la “differenza” fra noi e gli altri animali. Cosa ci distingue? Cosa ci unisce? A parole ci riteniamo “uguali” agli animali; a fatti, ci riteniamo differenti, totalmente superiori. Qualcosa d’altro.

Non possiamo accettare la nostra animalità, per cui la nostra cultura è una costruzione per velare e nascondere questa evidenza. Non è straordinario?

Prendere coscienza della propria corporeità e animalità è un’esperienza che lascia il segno, che va dritta al centro. Una volta vissuta però anche questa tende a recedere nello sfondo. Perché?

Viviamo in una società dei consumi che intorbidisce la percezione (ringraziamo Devis Bonanni per questa espressione). Addormenta i sensi. Molti lo hanno capito, ma non riescono a uscire da questa “droga”. Non è niente di meno che una gigantesca fonte di assuefazione. La possibilità di avere a disposizione quando si vuole e nella quantità che si vuole disparate forme di cibo, stimolanti, merci, ecc ecc costituisce un paese del Bengodi per l’umanità (Jean Baudrillard su questo ha detto tutto). Soprattutto da quando ha dovuto superare enormi crisi, carestie e guerre.

Come biasimare un’umanità che dopo la seconda guerra mondiale coglie nei nitrati (usati per le bombe) una chance per incrementare le rese agricole?

Ma se questo non avesse fatto altro che spostare il problema nel futuro?

Siamo andati alla radice del problema?

Una volta per tutte: il problema dell’umanità è l’umanità stessa. A causa dei modi di vivere che si impone; ma soprattutto per via della sovrapopolamento.

Si possono citare almeno tre famosi scienziati che ce l’hanno ricordato.

Il più famoso fu il reverendo Malthus.

Poi un etologo Konrad Lorenz l’ha inserito fra gli 8 peccati capitali dell’umanità.

Infine uno zoologo Desmond Morris ha mostrato le difficoltà che ha questa “scimmia nuda” a convivere pacificamente in spazi ristretti e sovraffollati come le moderne città.

L’altro versante dei consumi

Se da un lato conosciamo bene la situazione (siamo in 7 miliardi ed è previsto un aumento entro il 2050 sino a 9-10 miliardi), dall’altra non riusciamo a prenderne atto fino in fondo. Anche qui, come per tutte le questioni fondamentali, la consapevolezza tarda a venire.

Se si torna a porre la questione – ormai trita e ritrita – di come sia possibile sostentare una popolazione in crescita in un pianeta dalle risorse limitate, ci scontriamo ancora contro questo meccanismo dell’inconsapevolezza.

A parole lo sappiamo, ma a fatti non lo possiamo accettare. Non sappiamo cosa farci.

Vorremmo ora mettervi di fronte a dei fatti. Questo servirà a far emergere quelle “resistenze” che vengono opposte quando si cerca di prendere di petto una questione.

Attaccare “direttamente” una resistenza non è più un procedimento che viene attuato in psicoterapia. Si è visto che non è giusto (etico) attaccare le difese che la persona possiede. Significherebbe privarla delle sue risorse maggiormente vitali. Più adeguato sarà far emergere i conflitti che vi si nascondono dietro, così da far evolvere la situazione.

Ora, cosa c’entra tutto questo con la società dei consumi?

Il fatto è che consumare costituisce una abitudine per l’uomo e dunque per la specie. E’ assai opportuno allora indagare quali comportamenti e al limite “nevrosi” si nascondano dietro questa inveterata necessità.

Quali sono le più grandi difficoltà di un’ambientalista, di un’ecologista e di ogni persona che in fondo ha a cuore il destino del pianeta e dell’uomo? Non poter evitare di consumare.

Perché dovrei rinunciare – è qui il grande problema – alle possibilità che mi offre la società dei consumi? Detto in altri termini: si può essere ecologisti e allo stesso tempo “consumare”?

E’ stata la Decrescita Felice per la prima volta forse a mettere a fuoco la questione. Latouche proponeva una uscita serena dall’economia, e cercava di dimostrare come proprio questo ci avrebbe reso più felici.

Tutto ciò si scontra con la pratica. Come fare? Sembra che sia molto difficile tenere il proprio lavoro e le proprie attività e allo stesso tempo non consumare.

Sono moltissimi quelli sensibili a questo tema e si adoperano per consumare meno, ridurre gli sprechi, ecc. Bisogna constatare però che anche qui non c’è la volontà di andare sino al cuore della questione.

Per farlo bisogna comprendere cosa ci vincola al sistema dei consumi. Perché è un sistema quello in cui siamo inseriti e che contribuiamo a mantener vivo con le nostre scelte.

(non staremo qui a fare l’ennesimo appello a consumare meno, ecc; questo articolo va sempre letto sullo sfondo di un appello più generale alla Resilienza locale. Ci siamo spinti troppo oltre in questo gioco e oggigiorno dobbiamo prendere atto della gravità della situazione)

Continua.

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