“La voragine dei derivati nei conti dello Stato Italiano” – La Repubblica.it

Pubblichiamo un’articolo di Walter Galbiati – http://www.repubblica.it/economia/2017/01/17/news/la_voragine_dei_derviati_nei_conti_dello_stato_italiano-155975253/?ref=HRLV-6 – uscito su Repubblica oggi, domenica 22.01.2017, a proposito della questione dei DERIVATI, che si collega all’analisi che abbiamo sviluppato in La rivelazione del petrolio e dell’economia. Perché?

La questione dei derivati è legata al problema del “debito”. Può un’economia sussistere senza generare debito? Sembra di no, dato che la moneta è debito di per se stessa.

La questione dei derivati è grave perché segnala una falla – una “voragine” appunto, dal libro di Luca Piana di cui si parla qui sotto – nel sistema. Il sistema non può sussistere senza continui incrementi di denaro e l’economia necessita di debito come una “pompa” (o leveraggio) che ne spinge la crescita. Ciò è riconosciuto negli ambienti economici.

Ciò che è meno riconosciuto, è che questo processo dovrà avere necessariamente un termine. Come potrebbe essere altrimenti? Come è possibile che il denaro possa ripagare se stesso?

Ciò getta un grave dubbio sull’organizzazione di tutto il sistema “occidentale”, e sembra che questa voragine sia intimamente legata al problema dei “limiti dello sviluppo”.

La voragine dei derivati nei conti dello Stato Italiano

Nel libro “La voragine” di Luca Piana, giornalista dell’Espresso ed edito da Mondadori la storia e i retroscena di come i governi che si sono succeduti dagli Anni ’80 ad oggi hanno creato una mina vagante di quasi 40 miliardi nel bilancio pubblico.

MILANO – È uno dei segreti meglio custoditi del bilancio pubblico italiano. Perché il Tesoro negli ultimi cinque anni è stato costretto a versare, in media, la bellezza di 4,7 miliardi di euro a un nucleo ristretto di grandi banche internazionali? È perché quasi certamente rischia di fare lo stesso per un periodo ancora lungo?

Le risposte a queste domande sono scritte nei contratti di alcuni strumenti finanziari chiamati derivati, molto complessi e estremamente rischiosi, che nessun altro Paese d’Europa ha sottoscritto in misura così massiccia come ha fatto l’Italia. Sono contratti segreti, perché il Tesoro si è sempre rifiutato di mostrarli a chi ne fatto richiesta, anche attraverso le procedure previste per l’accesso agli atti della pubblica amministrazione. Eppure, negli ultimi tempi, varie iniziative parlamentari e giudiziarie ha permesso di incrinare la riservatezza che li copre, rendendo accessibile una serie di documenti e di dati che, ora, vengono raccontati nel libro “La voragine”, scritto da Luca Piana, giornalista del settimanale “l’Espresso” (Mondadori).

Il titolo evoca la spirale negativa che il costo dei derivati ha generato in questi anni. Tra il 2011 e il 2015, quando si fermano gli ultimi numeri ufficiali, le perdite per lo Stato arrivano a 23,5 miliardi di euro, tra interessi netti pagati alle banche e altre operazioni connesse. Ma il peggio deve ancora venire. Le statistiche, infatti, dicono che alle attuali condizioni di mercato l’elevato numero di derivati ancora in vita rischia di costarci altri 37,8 miliardi di euro.

Di fronte a numeri così preoccupanti, il Tesoro si è sempre difeso dicendo che si tratta di perdite solo potenziali, perché i mercati cambiano ogni giorno e, con l’aiuto del tempo, la situazione potrebbe diventare meno catastrofica. Come racconta Luca Piana, però, questa lettura dei fatti è quanto meno riduttiva. Perché se è vero che le perdite future sono solo potenziali, lo è altrettanto il fatto che nei primissimi anni è molto elevata la probabilità che si traducano in costi reali. Per dire: nuove perdite miliardarie sono previste per il 2016 e il 2017 con un rischio superiore al 98 per cento, e per l’intero quinquennio che arriva al 2021 si arriva a un costo complessivo di 23 miliardi, con probabilità sempre superiori al 90 per cento.

Ma perché, allora, questi contratti sono stati sottoscritti? “La voragine” fa partire il racconto dalla notizia shock di inizio 2012, quando il governo di Mario Monti dovette sborsare in un’unica soluzione 3,1 miliardi di euro alla banca d’affari americana Morgan Stanley. Le indiscrezioni che all’epoca filtrarono sui media fecero emergere una situazione la cui gravità all’epoca si aspettavano in pochi. Da tempo, infatti, la rischiosità dei derivati era un fatto noto. Già nel 2002 Warren Buffett, uno dei più noti gestori di patrimoni del mondo, aveva definito questo genere di strumenti «armi finanziarie di distruzione di massa», mettendo in guardia dai rischi «potenzialmente letali» che potevano generare.

Al ministero dell’Economia, però, in quegli anni il monito di Buffett sembra passare inascoltato, come suggerisce uno dei contratti che fanno parte del “pacchetto” Morgan Stanley. Si tratta di un’opzione “swaption” che il Tesoro vende all’istituto nel 2004, incassando 47 milioni di euro. L’anno dopo Morgan Stanley esercita l’opzione, che le permette di sottoscrivere con il governo italiano un contratto “swap” a condizioni predefinite, molto vantaggiose per l’istituto. I motivi li spiega il libro più in dettaglio; qui basta dire che all’inizio del 2012, per chiudere quello “swap”, il Tesoro sarà costretto a sborsare alla banca americana 1,3 miliardi di euro.

Gli esponenti del governo hanno sempre detto che i derivati servivano per limitare i rischi legati a un aumento dei tassi d’interesse ufficiali. I corrispettivi che le banche d’affari hanno versato inizialmente sotto forma di commissioni hanno invogliato non solo il Tesoro ma anche Regioni, città, perfino piccoli comuni, ad aprire contratti che si sono poi rivelati capestro. A guidare la sottoscrizione dei derivati è stata dunque più la convenienza finanziaria che quella economica, perché i flussi di cassa in entrata nel breve termine, utili per aggiustare i buchi finanziari delle amministrazioni in carica, non hanno fatto prendere in considerazioni i rischi futuri, che sarebbero poi ricaduti su chi sarebbe arrivato al loro posto. La conferma arriva proprio da questi anni più recenti, nei quali la bolla sta esplodendo: il costo dei derivati del Tesoro ha raggiunto la cifra record di 6,7 miliardi di euro solo nel 2015, nonostante da anni non ne vengano fatti di nuovi.

Il libro ruota in gran parte attorno a due cardini. Il primo riguarda la legittimità dei contratti: una questione scottante, visto che la Corte dei Conti ha avviato un’indagine – attualmente in fase istruttoria – proprio sull’operazione Morgan Stanley, ipotizzando un danno di 3,8 miliardi di euro e chiamando a comparire non solo la banca ma anche due ex ministri come Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli, oltre al direttore generale del Tesoro, Vincenzo La Via, e alla responsabile della direzione debito pubblico, Maria Cannata. Il secondo cardine è invece il velo di riservatezza che i vari governi hanno voluto a ogni costo calare su questo genere di operazioni. Una questione cruciale, come rivela una testimonianza rilasciata dalla stessa Maria Cannata nel 2014, durante un’indagine della procura di Trani su un’altra vicenda. Raccontando del caso Morgan Stanley, la dirigente parla esplicitamente di «fuga di notizie» e dice che il Tesoro era fortemente preoccupato che l’esborso da 3,1 miliardi potessi venire alla luce. Il senso, raccontano i verbali riportati nel libro, era evitare che tra gli investitori si sapesse che una banca molto esposta sull’Italia volesse chiudere le posizioni, dando l’idea

di una fuga. A insaputa del Tesoro, però, i termini concordati costrinsero la banca a mettere una nota in bilancio, seppur molto criptica. Al ministero non la presero bene, al punto che, sostiene Cannata, Morgan Staley «da noi non ha più preso un mandato».

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