Buddha, Gesù e le risorse naturali (parte seconda)

La paura della morte

Non riusciamo ad accettare la morte, perchè essa significa la nostra morte, la morte dell’Io. Questo è il principale e fondamentale fantasma che regola le nostre esistenze e si interpone fra noi e il mondo, fra noi e la nostra felicità.

La morte è per noi dolorosa. E’ sinonimo di dolore. Ma io credo che su questo ci sbagliamo di grosso. Noi temiamo il dolore della morte, cosicchè finiamo per proiettare nella morte le nostre paure, come se ci dovesse aspettare un surplus di dolore. E’ il dolore in vita che temiamo. Questo ci spinge a preoccuparci, soprattutto quando la comunità non si occupa di noi e noi non ci occupiamo di lei. Ne viene che temiamo questo evento, in quanto sancisce la fine delle nostre aspettative e speranze. Un Io che soffre è un Io che non gode della vita, di conseguenza teme la morte perché non riesce a vivere pienamente.

Chi vive pienamente non teme la morte, o almeno non ne è ossessionato.

La morte viene sentita e vissuta come la fine dell’Io, ma ciò succede solo se la persona si è staccata e separata dal mondo. E’ quello che è successo quando le nostre società hanno scelto la strada dell’individualismo esasperato. Ognuno è costretto a preoccuparsi di se stesso e della propria vita – fino alla morte. 

La nostra vita contemporanea può essere definita come un “sistema della preoccupazione”. Tutte le nostre attività vivono di una continua tensione, che è quella della preoccupazione di dover controllare la propria vita per garantirne la continuità. Non accettando il corso delle cose – che implica l’accettazione del divenire, dell’impermanenza (per tornare a Buddha) e dell’accidentalità – dobbiamo imporre in tutti i modi un sistema artificiale che cerchi di impedirlo. Tuttavia, non potendolo, ciò genera il più grande dei dolori, ovvero la continua percezione dell’assurdità e del dolore dello spettacolo della morte altrui.

Ci appare insensato che una vita sia spezzata quando ancora giovane. Non dovrebbe essere così, non è nell’ordine delle cose. Ma è solo la nostra ragione che proietta nel mondo una razionalità che non gli appartiene.

Ecco perché dunque i grandi saggi del mondo – e Buddha e Gesù costituiscono due personalità decisive, in quanto hanno mutato profondamente il corso della storia – invitano a non opporsi al corso del mondo.

Certo, a parole è facile pensare di poter accettare tutti gli eventi della vita. Quando qualcosa ci separa da chi amiamo o quando qualcuno interrompe i nostri progetti, è lì che ci misuriamo e lì si decide che uomini siamo e possiamo diventare.
Nessuno può dire
prima come si comporterà in quei momenti. Così anche la vicenda dell’apostolo Pietro, costituisce la “pietra” (appunto, su cui si fonderà la Chiesa) di paragone di ciò che avviene nel momento decisivo: tradirai te stesso (in questo caso, la fedeltà che egli aveva riposto in Gesù, rinnegandolo poi per tre volte) o sarai fedele a te stesso, anche a costo di morire?

Cosa cerchiamo di salvare? La vita, la nostra vita come valore assoluto.

Tutta la storia del cristianesimo è un’interpretazione della vita e della morte. Che cos’è la vita? Che cos’è la morte? Per tutto il medioevo (e fino a non molto tempo fa) abbiamo creduto che bisognasse rifiutare la vita terrena per accedere alla vita eterna. Era questo il significato di “accedere al Regno di Dio” e di quell’altra frase di Gesù:

“ma chi perderà la vita per causa mia, la troverà.”

Dal Rinascimento è cominciato un periodo di rinascita dei “diritti della vita” se così si può dire. La modernità si è rifiutata di voler negare la vita. Così facendo però, là dove si era estremizzato solo un lato della medaglia, finiamo con estremizzare anche l’altro lato. La vita di oggi si spiega come la volontà di vivere al massimo in quanto la morte è reale, irreversibile. Dobbiamo così affrettarci a consumare tutto di questa vita, ogni lasciata è persa.

Come sempre, l’uomo occidentale non riesce a vivere se non per opposti, per estremi. Dove sta la verità? In un al di là irraggiungibile o nella vita immorale di chi è disposto a tutto, a ogni violenza pur di perpetuare la sua esistenza?

Interpretazione della vita

Il messaggio di Gesù è semplice, io credo. Quanto più ci si preoccupa di “volere la propria vita”, cioè di assicurarsi un posto nell’esistenza, quanto più si generano quei problemi che bloccano la vita e le sue espressioni.

(Il limite ultimo di questa tendenza è l’omicidio. Così possiamo comprendere quali abiezioni certi movimenti politici hanno commesso in nome della pace, della libertà, dell’uguaglianza. Persino la Rivoluzione francese non ha in fondo guadagnato la sua libertà se non a prezzo di una enorme scia di sangue e di morte. Così, il nostro benessere attuale (che però è entrato in una fase di declino) è stato possibile tramite la privazione delle risorse altrui. I nostri bellissimi Stati, di cui ci riempiamo la bocca, tutte le virtù e i pregi di cui sembriamo essere i portatori e che vogliamo insegnare al mondo, sono stati possibili privando gli altri dell’accesso alle risorse)

Il messaggio è che non possiamo decidere noi della vita degli altri, non possiamo decidere noi della nostra. Non possiamo nemmeno impedire che qualcuno ci porti via la vita.
Tutta l’impresa della Tecnica moderna è esattamente il contrario di questo insegnamento. Essa insegna e produce una visione del mondo per la quale esso è infinitamente plasmabile e organizzabile. Dall’uomo. L’uomo apice della creazione, ragione e misura di tutte le cose, a te è donata la scienza con la quale dominerai su tutte le creature e sul mondo.

Come dobbiamo dunque utilizzare quei “poteri” di libertà che ci sono donati senza ricadere nelle forme del Potere? Come possiamo continuare l’opera della vita senza bramarla e senza distruggerla? Come dobbiamo vivere in questa epoca apocalittica di “fine delle risorse”?

Saremo forse “domandati” per come ci siamo spartiti le risorse e la vita?

Non andiamo verso un culmine dei processi il cui esito sarà quello di riportarci l’uno di fronte alla miseria dell’altro?

Nota finale.
Questo non è un invito al pessimismo e alla morte, come se la morte dovesse essere scelta di per se stessa!
E’ un invito alla vita e a non distruggerla.
Siamo addormentati. Stiamo distruggendo il mondo.
E’ chi non vuole vedere ad essere pessimista nei confronti della vita perché vuole ad ogni costo perpetuare il suo modo di esistenza, anche se produce danni per gli altri.

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