Buddha, Gesù e le risorse naturali (prima parte)

Non faremo un solo passo in avanti nei problemi dell’uomo fino a che non smetteremo di preoccuparci dell’esistenza.
Ciò suona come un’assurdità: come possiamo non preoccuparci dati tutti i problemi che abbiamo di fronte ogni giorno? Significa forse che non dovremo più occuparci di nulla? Evidentemente no, ma piuttosto capire che pre-occuparsi è la madre di tutte le difficoltà umane e della nostra incapacità di vivere.

Il fatto è che è l’uomo che crea i suoi problemi. Quali sono oggi questi problemi? Quelli con cui ha a che fare da sempre. Sovrappopolazione. Gestione delle risorse naturali. Gestione della cosa pubblica. Eccetera, eccetera.

Nel mondo contemporaneo si possono sintetizzare con la formula: fine della crescita economica, “The Age of Limits”.

Un vecchio insegnamento

Cosa non abbiamo capito ancora? Qual è la massima fra le nostre incomprensioni?

Dobbiamo recuperare un insegnamento che è stato frainteso e dimenticato. Questo ce l’hanno fornito diversi grandi uomini. Farò il nome di due profeti fin troppo noti: Buddha e Gesù. Secondo me può essere sintetizzato nelle seguenti frasi:

A domani ci penserà il domani. (Gesù)

Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà. (Gesù)

Nessuno ci salva tranne che noi stessi. Nessuno ne è capace e nessuno potrebbe. Noi stessi dobbiamo prendere il cammino. (Buddha)

Ciascuno ha perso il proprio centro, ma se conosci te stesso, nessuno può scuotere questa conoscenza! (Buddha)

È più importante impedire ad un animale di soffrire o di morire, piuttosto che restare seduti a contemplare i mali dell’universo pregando in compagnia dei sacerdoti. (Buddha)

E’ bene sottolineare che si tratta di uomini per non alimentare ulteriormente il mito di una loro partecipazione a forme di divinità ultra-umane. Uomini in carne e ossa, la cui unica divinità è consistita nell’essere più uomini di altri. Di superare le loro miserie. Così facendo sono sembrati ai “piccoli uomini” del loro tempo come degli esseri irraggiungibili: divini.
Uomini successivi, come nel caso di San Paolo per Gesù e come la tradizione Mahayana per Buddha, si sono occupati di divinizzarli, sacralizzarli come dei salvatori e redentori dell’umanità, cui bisogna pregare per ottenere la grazia e la remissione dei peccati. Ponendoli su un piedistallo irraggiungibile gli uomini potevano così esimersi dal doverne imitare i comportamenti.

In effetti usiamo con leggerezza il termine “essere umano”. Non tutti fra di noi sono pienamente umani. Alcuni per nulla. Essere-umani dovrebbe indicare un attributo che va raggiunto: l’umanità, ovvero il superamento della bestialità (non dell’animalità). L’umanità è l’attributo di quell’essere che è diventato buono o maggiormente buono rispetto alla condizione da cui è uscito.

La differenziazione dall’animale può avvenire solamente se l’animale-uomo sceglie di non esser più una bestia, ovvero un essere che ciecamente mette prima i suoi bisogni rispetto a quelli degli altri.

Bisogna però scusarsi in questo con le bestie: loro non lo fanno consapevolmente! Molto peggio di loro dunque certi “uomini” usurpano e distruggono gli altri uomini e il mondo con consapevolezza, con l’intenzione.

 

La più grande delle sfide

Recuperare questi insegnamenti è la cosa più difficile, la sfida di tutte le sfide.
Perché? Significa che si deve rinunciare a ogni pretesa di mettere davanti la propria vita rispetto a quella degli altri. Significa essere disposti a non far del
male ad alcun essere vivente per garantire la propria sopravvivenza.

Questi erano gli insegnamenti fondamentali di quei grandi uomini, che sono stati misconosciuti e deviati da lunghe tradizioni dopo di loro. Tradizioni introdotte da chi? Da uomini spesso incapaci di giungere al livello di umanità che gli veniva indicato e dunque non all’altezza di portare avanti il messaggio originale.

Bisogna dimenticare ogni sovrastruttura se li si vuole intendere. Nulla è più oscuro della tradizione di dogmi e discipline che si affollano sopra a queste figure. Fortunatamente il loro pensiero non è così irriconoscibile a quelli che mantengono ancora un po’ di umanità e di ricerca della verità.
Dietro le incrostazioni culturali riconosciamo un messaggio ancora attuale:
tu non sei padrone di nulla.

Non sei padrone di te stesso e non lo puoi – diceva Buddha – è meglio dunque che ti adoperi per adeguarti alle condizioni che ti impone la tua mente.

Non sei padrone del mondo e della vita – diceva Gesù – e non puoi decidere di opporti ad essa.

Non faremo un solo passo avanti nella faccenda delle risorse e della loro gestione, fino a che non comprenderemo che dietro a questa faccenda vi è sempre e soltanto un unico problema: la capacità umana di con(di)vivere e spartirsele.
Questa ha un nome: Etica.

Dietro cosa ci arrabattiamo tutti i giorni? La sicurezza. Ogni nostro tentativo cosciente di vivere ha come sfondo questo bisogno di accaparrarsi i mezzi per sopravvivere. Ancora – e a maggior ragione – nel XXI secolo non siamo al di là del vecchio problema della sopravvivenza e non l’abbiamo superato affatto (si veda La rivelazione del petrolio e dell’economia e La convergenza delle crisi ). E’ sempre questo che ossessiona le menti (inconsce) degli uomini, sebbene all’apparenza abbiamo creato una società dei consumi e dei servizi che sembra scongiurare ogni penuria e ogni miseria. La paura creata negli scorsi secoli per via della miseria generata dai nobili e dai potenti nei confronti della vita delle popolazioni, si è riversata nel secondo dopoguerra in una fiducia sfrenata nel progresso e nella scienza come capace di superare ogni difficoltà e traghettare l’uomo infine nel regno della felicità meritata.

Non c’è niente di più falso e illusorio di una visione di questo tipo, perché coglie l’uomo in colossale mancanza di etica. Che la nostra felicità si possa guadagnare con la tecnoscienza è l’ultimo colpo di coda della volontà di potenza dell’uomo occidentale – oramai diventato l’uomo planetario – che vorrebbe poter credere che si possano superare i limiti della Natura e di se stesso per mezzo di un continua e rinnovata innovazione tecnologica.
Come escono ogni mese od ogni anno nuovi Ephone, così si nutre l’illusione di una soluzione tecnica ai problemi dell’umanità.
Questi sono stati chiamati da un famoso etologo gli 8 peccati capitali dell’umanità.

Prendiamo per esempio la sovrappopolazione, che è forse la madre di tutti i problemi. E’ sufficiente per capire quale sia la radice dei problemi umani: la convivenza fra di noi. La Terra non può sostenerci già da un bel pezzo (si veda il concetto di “impronta ecologica”), non abbiamo risorse a sufficienza.

Ci sono quelli che lo riconoscono e quelli che lo negano. Tuttavia fra coloro che lo riconoscono è diffusa la “speranza tecnica”. Per la nostra cultura ogni problema è suscettibile di una soluzione e di una risoluzione positiva, e questa è disponibile grazie alla scienza. Ma per quanto fantastica, una scienza non potrà mai, per definizione, risolvere un problema che l’uomo non vuole vedere. Questo problema ha molti nomi, non è facile sintetizzarlo: precarietà della vita; problema della morte; problema del dolore.

E’ sempre il “problema umano”, il problema dell’esistenza che si nasconde dietro a tutti gli altri, infatti:

ognuno ambisce ad esistere e a perpetuare la propria esistenza

Da qui nascono tutti i conflitti.

Ancora non abbiamo capito di essere dei “pezzi” della natura, delle piccole parti, che non esistono se non in virtù di un decreto di esistere che esse non si sono date. Non siamo esseri autopoietici che hanno potuto decidere di venire al mondo. E’ la natura, lo slancio vitale, che opera in noi e siamo piuttosto dei timonieri in una nave i cui pezzi sono stati creati da altro… (Ci siamo forse autoassemblati? Il cervello forse preesisteva al corpo in maniera tale da poterlo progettare?)

 

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