Agricoltura e sovrappopolamento

La rivoluzione neolitica

La sovrappopolazione è la piaga che affligge… la popolazione umana. Si ritiene che la grande spinta all’espansione umana sia stata data dall’agricoltura ma se si dovesse raccontare tutta la storia, secondo Jared Daimond (Armi, acciaio e malattie), l’umanità cacciatrice-raccoglitrice aveva già raggiunto dimensioni tali, pur nel suo peregrinare, da necessitare di nuovi modi per ottenere nutrimento. Non bastavano più i frutti delle piante spontanee e la caccia degli animali.

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La soluzione fu trovata, a quanto pare, quando egli intuì la possibilità di coltivare da sè alcune piante commestibili (e poi nell’addomesticamento degli animali più “docili”). E’ ciò che è noto come “rivoluzione neolitica”. A partire da quel momento non si sarebbe più stati in balia delle scorte di madre natura e del caso. O almeno non come prima… Scoprendo che le piante potevano essere “artificialmente” riprodotte, l’uomo non aveva più bisogno di spostarsi regolarmente per ricercare il proprio cibo.

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Ma tutto ciò non sarebbe stato un evento così positivo come la Storia canonica ci fa credere (l’umanità si racconta sempre delle “storie”, siano esse buone o cattive). Potrebbe essere infatti che l’umanità si sia dovuta ingegnare nel dover trovare delle nuove soluzioni di fronte ad una nuova minaccia di scarsità. O era la prima vera minaccia? Si trattava del primo spartiacque entropico?

Per chi ha letto quel famoso libro di Jeremy Rifkin (Entropia), l’umanità ha dovuto superare man mano certi ostacoli nel suo cammino, degli spartiacque, o ne è uscita sempre tramite l’invenzione di nuovi mezzi tecnici. Da qui il mito della tecnologia come mezzo di risoluzione dei problemi. Ma Rifkin ci racconta una storia opposta: la tecnologia interviene per superare ogni volta una grave situazione di stallo. Così la situazione è formalmente la medesima oggi, come lo era prima della rivoluzione industriale e come lo era per quei cacciatori-raccoglitori che si sono dovuti inventare una nuova straordinaria techne: l’agricoltura.

Secondo Claude e Lidia Bourgignon (Il suolo un patrimonio da salvare) però prima dell’agricoltura vera e propria bisogna menzionare una forma di protoagricoltura: la debbiatura. Si dava fuoco a un pezzo di foresta e il suolo rimaneva fertile per qualche stagione, il tempo che le erbe avventizie prendessero il sopravvento e ritrasformassero quell’ecosistema disturbato in foresta (successione ecologica). Si seminava sul suolo incenerito facendo un buco o un solco e ricoprendo. Questa era la prima forma di protoagricoltura.

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Cos’è cambiato con la rivoluzione neolitica? Non si è più avuto bisogno di continuare a spostarsi per bruciare nuovi pezzi di foresta. Così l’uomo diveniva stanziale e non doveva continuamente muoversi e portarsi dietro tutte le sue cose. La lotta contro le erbacce avveniva tramite nuove tecnologie come la zappa e l’aratro trainato dai buoi (le prime tracce pare che risalgono all’inizio dell’età del bronzo).

Enormi problemi

E’ risaputo che l’agricoltura è una dell’attività antropiche che contribuiscono maggiormente al riscaldamento globale in quanto necessita di enormi input di combustibili fossili. L’agricoltura è un processo industriale – non esiste più il contadino e una sua “cultura”; oggi si chiama conduttore agricolo – e ciò fa della produzione di cibo un processo meccanico e anonimo. Non si tratta solo di questo. Come già aveva scritto Ted Patzek (in un articolo del 2014 pubblicato su Effetto Risorse), “l’agricoltura industriale è il progetto più vasto al mondo come impatto sulla Terra”. Tuttavia se il processo di produzione del cibo richiede grandi apporti di petrolio, ciò non significa che in precedenza essa fosse in linea con i dettami dell’ecologia. Tutt’altro. Dobbiamo chiederci come mai la “mezzaluna fertile” – quella fascia di terra che va dall’Egitto al Golfo Persico disegnando una mezzaluna e che ha visto nascere le prime civiltà agricole – sia oggi completamente desertificata.

Fonte: Wikipedia. La zona in rosso nel Medio Oriente, ad alto rischio di desertificazione è proprio la cosiddetta “mezzaluna fertile”. Anche l’Iran era molto fertile ed è ad alto rischio.

Come mai una delle zone più fertili del mondo oggi si ritrova in questo stato e invece in Europa (per esempio la pianura padana) o altrove il rischio è minore? E’ molto semplice: è lì che lo sfruttamento del suolo è cominciato prima. Certamente fattori climatici possono aver contribuito ad accelerare il processo, ma fatto sta che l’uomo non è riuscito a creare un agricoltura durevole, cioè una maniera ecologica di sostentarsi.

Si potrà pensare che poteva essere difficile capire che – quando questa nuova soluzione era appena stata trovata – il suolo utilizzato tende a perdere la sua fertilità. Il problema è che nemmeno i nostri attuali conduttori agricoli sembrano esserne troppo al corrente. L’illusione dell’agroindustria e dell’agricoltura industriale è la stessa che è generata dal sistema economico: sembra che sia solo una questione di denaro o di energia e che ogni ostacolo potrà essere superato.

Il dramma dell’aratura

Se da un lato l’invenzione dell’aratura è stata una rivoluzione perché ha permesso di incrementare le rese, dall’altro lato ha amplificato e rilanciato l’annoso problema dell’umanità: il sovrappopolamento. Infatti l’aumento delle rese ha permesso un aumento del benessere e della popolazione, come ha spiegato Jared Daimond.

Per di più si tratta di una soluzione che non esiste in natura. Il capovolgimento degli strati superficiali del terreno genera un esplosione immediata di fertilità dovuta all’iperossigenazione (un processo assai simile a quello del picco glicemico e conseguente ipoglicemia che avviene nell’organismo umano, quando vi è un eccesso di zucchero nel sangue). L’effetto dura per qualche stagione, poi comincia a calare la produttività. Persino se si aumenta la quantità di materia organica con il compostaggio o le letamazioni, ciò non può impedire che si operi una lenta degenerazione del suolo, infatti ogni nuova aratura ammazza i vari tipi di fauna, spezza le reti di micelio e rende il suolo a prevalenza batterico, predisponendolo a malattie. A lungo andare si dovrà cambiare terreno o rassegnarsi a lasciarlo a riposo o a culture rigenerative per diverso tempo.

La storia dell’agricoltura dunque non è cambiata di molto dalle prime debbiature ad oggi. L’uomo crea dei deserti (e la maggior parte della cosiddetta agricoltura biologica non è esente da tale critica) e poi li abbandona. L’illusione è che oggi nonostante tutto la situazione sia diversa e che siamo più consapevoli dei rischi che corriamo rispetto al passato.

Ma che ne sarà dell’agricoltura e della produzione del cibo quando non potremo più ricorrere al petrolio per produrre tutte le calorie di cui fabbisogna la popolazione mondiale? Si tratta di un problema di massima importanza e non a caso i movimenti di Transizione e Decrescita hanno cominciato proprio da questo la loro sfida al cambiamento.

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