La mente di fronte alle catastrofi (2) quanto siamo resilienti?

(Pubblicato anche sul blog Effetto Cassandra di Ugo Bardi http://ugobardi.blogspot.it/)

In questo post propongo un’esercizio mentale volto ad anticipare un evento negativo, qualcosa di simile a quegli “esercizi spirituali” che facevano alcuni medievali, come la “meditatio mortis”.

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Prendiamo l’ipotesi dell’arrivo di una meteora sulla terra, ipotesi che è stata cavalcata dalla filmografia catastrofista (basti pensare ad Armageddon).

 

Per quanto ne so – basandomi sulla “Storia della Terra” di McDougall – un’evento del genere è qualcosa che necessariamente prima o poi riaccade, per via delle leggi della probabilità. Qui non mi interessa quando e se accadrà qualcosa del genere, bensì prendere questo esempio come la “madre” di tutte le catastrofi annunciate.

Supponiamo che un’organizzazione spaziale tipo la NASA avverta la popolazione che fra un mese si abbatterà sulla Terra un’asteroide di dimensioni sufficientemente grandi da spazzare via metà della popolazione mondiale e che farebbe collassare l’intero network finanziario-commerciale su cui si basa la vita umana. Qualcosa come migliaia e migliaia di volte la potenza della più potente bomba atomica che sia capace di produrre, per esempio, il bravo Kim jong-un.

Supponiamo che tutti gli enti governativi decidano che l’allerta è reale e avvertano la popolazione. Che cosa accadrebbe?

Nel film sopra citato gli esperti di turno valutano che l’unica chance per l’umanità è spaccare in due la meteora in modo da deviarla. La responsabilità nel film finisce per ricadere su quel gruppetto di astronauti che si incaricherà della missione.

Supponiamo che però non si possa far esplodere la meteora perchè è già troppo tardi… La popolazione viene avvisata che l’impatto è certo. La mente delle persone subito capisce e anticipa (la mente ha funzione di “anticipare”; si veda il post) che “sarà la catastrofe”. A una parte dell’umanità toccherebbe la sorte peggiore, senza che si possa sapere a chi… Ci troveremmo ad affrontare tutti insieme, senza distinzioni di razze e privilegi sociali, lo stesso pericolo.

Le persone come reagiranno? Panico totale o collaborazione?

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La mente come si comporterà? Come un cavallo imbizzarrito o sarà sufficientemente calma per affrontare la situazione? In questi momenti sarebbe meglio aver coltivato la “consapevolezza” come un buddista o la frenesia come un’occidentale?

Può essere che dopo un periodo iniziale di panico si cominci a cercare insieme delle soluzioni. La soluzione migliore che viene trovata è di calcolare il momento esatto in cui vi sarà l’impatto così da capire in che luogo avverrà e dunque… evacuare l’intera popolazione mondiale nel punto opposto della Terra! (ribadisco che questa “ipotesi” non ha alcun valore reale; è solo a titolo di esperimento mentale). In tal modo forse sarà possibile salvarsi quasi tutti.

La gente si arrende all’evidenza e comincia a entrare nell’ordine delle idee che non c’è alternativa. Ecco il punto che mi interessa: avviene un’immenso cambiamento per tutti e bisogna metterlo in atto. Bisogna trasferirsi dall’altra parte del globo e abbandonare tutto ciò che si aveva e faceva.

Improvvisamente non esiste più nessuna vita quotidiana con le sue piccole gioie e timori, con i suoi ritmi e regolarità, aspettative, responsabilità, progetti, ecc. Cambia l’intero campo dei valori individuali e collettivi. La mente viene invasa da immagini e pensieri nuovi che cacciano sullo sfondo la maggior parte di quelli che era solita rappresentarsi. Ora c’è un solo obiettivo: salvarsi e aiutare anche i propri familiari e tutto diviene funzionale a questo scopo. Paradossalmente per qualcuno la vita potrebbe anche riacquistare un “senso” – ha senso oggi la vita? – poichè ne risperimenta il valore (la mente anticipa che si potrebbe perdere la vita).

TORNIAMO ALLA “REALTA'”…

La nostra situazione attuale riguardo ai cambiamenti climatici, mi domando, è poi molto diversa? L’unica differenza è che i dati che abbiamo a riguardo non possono darci certezze su cosa accadrà. Ma continuando a spalmare le conseguenze più gravi di questo “evento” nei decenni a venire – come se non fossimo mai realmente nell’occhio del ciclone, ma sempre “Demain” lo saremo, come per il film omonimo francese – di fatto finiamo con non concretizzare mai alcun comportamento collettivo (ma nemmeno individuale) adeguato.

Il problema è che adesso c’è una vita concreta che devo mandare avanti, con tutti i suoi doveri, ed è assai difficile pensare che il futuro è adesso. “Che cosa dovremmo fare?” si chiedono in molti, con senso di impotenza. L’immenso problema è che la nostra stessa quotidianità è implicata nel problema. Non è che il Global Worming sia una fatalità che giunge all’umanità da un’altro pianeta, come una meteora appunto: siamo tutti noi a contribuire alla quotidiana immissione di gas serra con i nostri comportamenti.

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Il sistema, dicono alcuni, è lock-in: è bloccato. Operare dei cambiamenti nel sistema è incredibilmente arduo, poichè bisogna modificare le “regole del gioco”, quelle strutture di retroazione che lo mantengono in essere. Cosa fare? Come farlo?

Ciò che non è abbastanza chiaro ai più è che ognuno di noi ha la sua parte di responsabilità in questa storia. Additiamo la responsabilità maggiore alle multinazionali, ai politici e al “sistema”. Non possiamo accettare di farne parte anche noi. Eppure, non siamo tutti “costretti” a giocare a questo gioco perverso guidato dalle corporations?

Ciò che intendevo evidenziare è come tutti gli equilibri e le dinamiche cambiano quando un pericolo è evidente. Non c’è più alcun “sistema lock-in” di fronte a mobilitazioni simili, di colpo tutta la forza coercitiva che sembrava imporci, quasi dall’esterno, di partecipare secondo le norme stabilite alla vita sociale – viene meno.

Il sistema è bloccato solo perchè noi lo vogliamo. E’ davvero ridicolo pensare che i politici faranno qualcosa.

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Non ci potrà essere nessun “cambiamento sistemico guidato dal risveglio morale” (R. Heinberg) fino a che continuiamo a fare le stesse cose e come le facciamo prima. Se non facciamo diventare il cambiamento climatico “il nostro lavoro” che cosa credete che cambierà? Qui sta il vero blocco e modificarlo significa diventare resilienti, cioè in grado di affrontare il cambiamento.

 

 

 

 

 

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