Non è che “stiamo” rovinando la Terra. E’ già distrutta (Repubblica: Sesta estinzione di massa -50% popolazioni animali)

Qui sotto il link dell’articolo di Repubblica:
http://www.repubblica.it/ambiente/2017/07/10/news/sesta_estinzione_globale_lo_studio_popolazione_animale_decimata_in_100_anni_-170484864/?ref=RHPPBT-VA-I0-C4-P10-S1.4-F4

I ritmi della 6a estinzione delle specie continuano a galoppare… le popolazioni si sono ridotte già del 50%. Il WWF dichiarava nel Living Report 2016 che entro il 2020 arriveremo al 70%.

“il calo demografico è estremamente alto, anche nelle specie considerate a basso rischio”

L’articolo conclude con una nota positiva sulle possibilità dell’uomo di uscire da questa situazione minimizzando il nostro impatto. Si, peccato che l’economia viva solo della crescita, e questo comporta che i TASSI di prelievi che facciamo dal pianeta debbano ogni anno aumentare. E’ una legge inesorabile dell’economia moderna, forse di ogni economia.

Così, se  vogliamo mangiare carne – ma questo vale per tutto il resto degli alimenti – dobbiamo sapere che ci vogliono 10 calorie di lavoro/energia per produrre 1 caloria di carne (secondo Masanobu Fukuoka) e dunque che dobbiamo consumare più di quanto possiamo permetterci (in rosso nella foto).

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Perché non riusciamo a fare la Transizione: stagnazione o collasso economico? (conclusione)

(Pubblicato anche su Effetto Risorse di Ugo Bardi – http://ugobardi.blogspot.it/2017/05/perche-non-riusciamo-fare-la.html)

Nella seconda parte avevo detto che avviene uno spostamento della ricchezza dalla parte dei produttori poichè la creazione di profitto avviene come “differenza fra l’eccedenza del valore realizzato dalla produzione sul consumo” (cit., L. Gallino). Deve diminuire costantemente la frazione di capitale investita in forza lavoro affinchè si generi profitto da reinvestire per l’aumento della produzione. Questo processo di spostamento avviene sia “microscopicamente” all’interno dei paesi ricchi, sia “macroscopicamente” a livello globale fra paesi ricchi e paesi poveri. I ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. In tutti e due i casi, sebbene aumenti lentamente il benessere procapite, la quantità di ricchezza complessiva che finisce nelle tasche del ricco aumenta progressivamente, inesorabilmente.

Nella quarta parte si diceva che è la risorsa petrolio ad alimentare il feedback dello sviluppo economico. Esso genera economia in quanto una risorsa produce nuove possibilità di lavoro poichè l’energia che se ne ricava mette in moto le attività umane. L’energia (Joule) genera lavoro (“exergia”; vedi Ugo Bardi). Ciò che sostengo è che nel momento in cui lo sfruttamento della risorsa avviene entro un sistema di tipo capitalistico, il tipo di feedback positivo che sorge impedisce che intervengano feedback negativi che mantengano il sistema in equilibrio poichè l’economia che si sviluppa ha una struttura intrinsecamente inegualitaria.

Il mercato della domanda e dell’offerta corrisponde alla divisione dei capitali, ovvero alla divisione sociale fra possessori di profitti e lavoratori. Sarebbe possibile in linea di principio redistribuire la ricchezza (tassa sul capitale) ma questo diviene contradditorio in una società aperta e globalizzata fondata sulla libera iniziativa economica. Chi infatti porrà un tetto ai monopoli se non lo Stato? E’ proprio questo sovraorganismo che però viene a mancare in una società come la nostra, poichè pone limiti alla circolazione dei capitali.

E’ in voga l’idea che ci aspetta una “stagnazione secolare” ma può essere che le analisi economiche non abbiano considerato adeguatamente il ruolo di una risorsa così determinante come il petrolio, perché si rifiutano di vedere l’economia come qualcosa di vincolato dall’ecosistema.

Immagine ridisegnata; di Herman Daly, https://www.csbsju.edu/Documents/Clemens%20Lecture/lecture/Book99.pdf

Tuttavia, anche qualora entro un’economia ecologica e circolare l’ambiente non costituisse più un’esternalità del processo economico e i costi non fossero più addossati alla collettività, come impedire che il sistema si scinda nuovamente in produttori e consumatori, dato che è questa la modalità che permette la creazione del valore monetario?

Stagnazione secolare o collasso?

Most people assume that oil prices, and for that matter other energy prices, will rise as we reach limits. This isn’t really the way the system works; oil prices can be expected to fall too low, as we reach limits.

(La maggior parte della gente assume che i prezzi del petrolio, e di conseguenza quelli delle altre forme di energia, si alzeranno man mano che ci avviciniamo ai limiti. Questo non è però il modo in cui funziona il sistema; possiamo aspettarci che i prezzi crolleranno, quando raggiungiamo i limiti)

Gail Tverberg, Our Finite World, https://ourfiniteworld.com/2017/05/05/why-we-should-be-concerned-about-low-oil-prices/

Ci si aspetta che il sistema verrà affetto da grave recessione (definitiva?) nel momento in cui i costi della produzione del petrolio saranno troppo alti in rapporto al suo prezzo di vendita (non si sa quale sia il costo reale di un barile di petrolio per l’economia). E’ quello che sta accadendo, ci dice Gail Tverberg, alle industrie petrolifere, sebbene non stia avvenendo quel rialzo dei prezzi che ci si aspettava. Piuttosto la bassa domanda di energia sta provocando fallimenti a catena e tagli agli investimenti allo scopo di mantenere ancora una profittabilità (secondo i dati di Bloomberg e Alix partners gli investimenti dell’industria petrolifera sono aumentati del 13% dal 2010 al 2013 ma sono diminuiti del 19% dal 2014 al 2016; cit. in Globalizzazione addio?, a cura di Mario Deaglio, 2016 ).

L’aumento della capacità produttiva (economie di scala) è possibile se la produzione viene meccanizzata/automatizzata. Ciò comporta aumento della disoccupazione. Ora, se il sistema viene affetto da un’aumento dei costi all’origine le aziende si trovano a non poter generare quei surplus di profitto che solo consente di ripagare la forza lavoro. Si genera dunque una situazione di totale squilibrio per cui  la componente lavorativa della popolazione (l’output del sistema) non è più in grado di star dietro alla produzione con adeguati consumi (PIL) poichè i bassi redditi non glielo consentono. I bassi consumi provocano un’ulteriore effetto “anti-sistemico” nel settore produttivo sotto forma di riduzione del personale, licenziamenti, ecc.

Conclusione

La questione dell’energia per l’economia, per via dell’altissima connessione e interdipendenza delle diverse economie, riguarda il mondo nella sua totalità. Non vi sono “molte” economie bensì un sistema globalizzato. Ora, la situazione di crescita attuale è retta dall’economia cinese, sebbene tende a diminuire rispetto ai ritmi pre-2007. La Cina è il vero motore dell’economia mondiale, nonostante un PIL ancora inferiore a quello USA. Anche altre economie stanno “emergendo”, come l’India, ma la loro funzione è importante in questa fase più a livello di “motore dei consumi” che di produzione industriale.Risultati immagini per world energy consumption by nations

Immagine da Gail Tverberg – Our Finite World

Così, l’economia può essere in crisi in un’area (paesi dell’OCSE) ma la situazione restare equilibrata a livello mondiale per via della crescita delle produzioni e dei consumi nei paesi non-OCSE, che stanno “prendendo la staffa” ai primi. (La situazione nel suo complesso deve essere sempre necessariamente una situazione di crescita dei consumi, correlativamente a quella della produzione).

La questione del carbone è più importante di quello che sembra (si veda Gail Tverberg – An analysis of China coal supply and its impact on China’s future economic growth), poichè è il grande motore della crescita cinese (oltre il secondo combustile mondiale). I grafici seguenti sono presi dall’articolo di Gail Tverberg “China: Is peak coal part of its problems?” – Our Finite World.Figure 2. China's energy consumption by fuel, based on BP 2016 SRWE.

Immagine da Gail Tverberg – Our Finite World

Anche questa risorsa è soggetta ad un picco di produzione come le altre e sembra averlo raggiunto nel 2014.Figure 9. Areas where coal production has peaked, based on BP 2016 SRWE.

Non si tratta forse tanto di attendere il momento esatto in cui l’offerta di idrocarburi non potrà più star dietro alla domanda globale, poichè gli indicatori macroeconomici segnalano già una situazione di rischio sistemico. Gail Tverberg ritiene che l’economia mondiale potrebbe già nel 2017-2018 (2017-the-year-when-the-world-economy-starts-coming-apart – Our Finite World) trovarsi a non saper più come affrontare i problemi sistemici dovuti alla bassa domanda di energia e ai bassi salari, poichè i mezzi dei governi e delle banche centrali (soprattutto Quantitative Easing e abbassare i tassi di interesse) non possono sopperire a lungo a una situazione di criticità strutturale. In particolare è il problema del debito pubblico nell’Eurozona a preoccupare e l’Italia si trova nell’occhio del ciclone (al centro nella figura a inizio articolo, in rosso).

Perché non riusciamo a fare la Transizione? Il problema dell’economia (quarta parte)

Secondo Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma, era assurdo rifiutare in sè il concetto di crescita. Il problema è però se può esistere una crescita armoniosa e, ciò che ci interessa qui, se questo obiettivo sia raggiungibile entro il sistema economico. In questo articolo ritorno su come secondo Gail Tverberg (Our Finite World) il problema dei salari dei lavoratori (“non-elité workers“) influenza l’economia in veste di “output”.

Input e output del sistema economico

Nella seconda parte avevo sostenuto che l’input del sistema economico è costituito dai produttori, l’output dai consumatori, la forza-lavoro e che dalle dinamiche generate dal loro incontro emerge il sistema economico come lo conosciamo.

La divisione sociale fra possessori dei mezzi di produzione e forza-lavoro rimane valida poichè non è segnata in modo arbitrario all’interno del vasto campo economico. Si tratta dell’evidenza per cui è unicamente la categoria dei produttori-imprenditori a ricavare profitti dall’attività produttiva.

Ma se i profitti rimangono esclusivi di tale categoria da dove provengono i soldi per pagare i salari dei lavoratori? Una parte dei profitti derivanti dalla produzione andranno a ripagare la forza-lavoro che ha prodotto il bene. Al tempo stesso il lavoratore oltre che forza-lavoro diviene forza-consumo poichè il salario ottenuto che gli serve per procurarsi i mezzi di sussistenza verrà speso in quelle merce che ha contribuito a produrre.

(Dell’intero valore prodotto nell’arco della giornata lavorativa al lavoratore ne viene solamente una parte; la restante viene trattenuta dal produttore ed è questo a generare plus-valore cioè profitto. Può sembrare riduttivo pensare che gli introiti di una grande azienda si ricavino in questo modo ma è proprio per questo che il produttore appena può non esita a ridurre il personale o a automatizzare la produzione. E’ anche per questo che al datore di lavoro non conviene avere lavoratori part-time se può ricavare lo stesso numero di ore di lavoro da un minor numero di lavoratori a tempo pieno)

Ne viene che la domanda dei beni/prodotti può essere generata solo da coloro che lavorano, se ci accordiamo di riservare questo termine solo a coloro che sono ottengono il loro stipendio da altri e non possono ricavare dei profitti dalla loro attività lavorativa. Sono i lavoratori però che “chiudono il cerchio” (output) in quanto forza-lavoro e forza-consumo senza la quale la produzione industriale non avrebbe alcuno sbocco.

Schema della crescita fisica dell’economia

Dobbiamo ora integrare la tematica dell’energia e delle risorse entro la cornice macroeconomica. E’ quello che ha fatto Gail Tveberg.

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Questo schema mostra in maniera semplificata quali sembra che siano le principali linee di flusso che generano crescita economica. Non ha importanza qui considerare la storia economica. Lo schema descrive quella fase della storia umana in cui i combustibili fossili vengono utilizzati come energia primaria per generare attività economica (l’Antropocene). La crescita economica da questo punto di vista è un gigantesco feedback positivo alimentato dalla disponibilità e capacità delle risorse fossili di generare energia a basso costo nella prima fase del loro sfruttamento (mi riferirò al petrolio per semplificare ulteriormente).

La fase di “vacche grasse” (cit. Ugo Bardi)

Fino a che i costi di produzione del petrolio rimangono bassi, le aziende produttrici possono permettersi di venderlo ottenendo surplus (profitti) considerevoli. I settori agricolo e industriale sono i primi beneficiari in quanto richiedono flussi costanti di energia. E’ un periodo di espansione. Il mercato può beneficiare di una grande offerta di beni ed è questo probabilmente a creare le condizioni per un’ampia domanda. In questa fase la società è stimolata ad acquistare e a consumare. Ciò che è essenziale è che in questa fase i profitti derivanti dalla produzione sono così grandi da permettere:

a) un aumento della scala produttiva e nuovi investimenti (input);

b) un pagamento dei salari ai lavoratori sufficiente a garantirgli una quantità di moneta e potere d’acquisto che possa venir speso in consumi (output):

Se l’inflazione aumenta, diminuisce il potere d’acquisto della forza-lavoro (il consumatore) che non può più permettersi di alimentare i consumi, il che fa contrarre il settore produttivo che ne dipende.

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E’ nella fase in cui il costo dell’energia per la società è basso che i consumatori possono permettersi spese extra (grosse auto, immobili, ecc) e fare ricorso al credito. La spirale produzione-consumo si autoalimenta e l’economia cresce. Non si vedono ostacoli al procedere in questo modo.

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La fase di “vacche magre”

Tuttavia con il passare del tempo i costi di estrazione e produzione aumentano (è ciò che avviene nel caso di ogni risorsa finita). Ciò comporta conseguenze per il sistema economico, un circolo vizioso difficile da controbilanciare, poichè l’intera attività economica è adattata su un’unico tipo di risorse e non c’è un’alternativa possibile in tempi brevi (bassa resilienza). Nel momento in cui il prezzo di una risorsa così importante comincia a crescere questo influenza non solo le aziende che lo producono ma l’intera economia, che entra in recessione, a cominciare da quei settori che dipendono direttamente da un determinato prezzo del petrolio, finendo con l’influenzare a cascata anche gli altri.

Come l’aumento del prezzo del petrolio influenza l’economia? Avviene un aumento dei prezzi dei prodotti industriali poichè questi incorporano il prezzo del petrolio.

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Ora, è il settore della produzione industriale che determina la crescita o la recessione di un economia e da sola consuma la metà dell’energia mondiale disponibile (Bayar, Cilic, Effects of Oil and Natural Gas Prices on Industrial Production in the Eurozone Countries). Si tratta di una catena di aumento dei costi di produzione all’origine che genera aumento dei costi di vendita delle merci finali nel mercato. I benefici netti cominciano a diminuire (curva di Tainter).

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L’economia necessita di crescere il che significa flussi di energia e materia in continuo aumento al fine di generare una produzione/offerta di merci che sostenga la domanda che viene dalla società. Col tempo però il lavoratore-consumatore diviene sempre meno in grado di partecipare alla domanda poiché il suo potere d’acquisto si erode parallelamente e in virtù dell’arricchimento dei produttori.

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La serie storica vede un andamento sinusoidale dei profitti aziendali (in rosso) fino al 2000 – diminuiscono ogni volta in corrispondenza delle crisi da sovrapproduzione? – dal 2000 avviene l’impennata, cui segue il crollo nel 2007-2008 e una nuova risalita. Nel frattempo i salari dei “non-elité workers” paragonati alla crescita dell’economia tendono costantemente verso il basso dagli anni ’60-’70.

(continua…)

Inoculo shiitake, hugelkultur, semina erbe spontanee, riproduzione microrganismi

di Rachele Sbabo
Domenica ci siamo trovati per la prima puntata del corso di permacultura, agricoltura sinergica e rigenerativa tenuto da Francesco Badalini.

I temi trattati e soprattutto svolti sono stati la costruzione di una Hügel Kultur, la semina di erbe spontanee e l’inoculo in ceppi di funghi shiitake.

Per riscaldarci in quest’uggiosa giornata che però ci ha risparmiato a metà dalla pioggia, abbiamo costruito una bella casetta per la riproduzione di microrganismi da inoculare poi nell’orto: foglie di sottobosco, qualche sacco nero è un po’ di spago e il gioco è fatto!

Foglie di sottobosco: ecco dove scovare i microrganismi!
Togliamo tutta l’aria dal sacco così i microrganismi dopo essersi riprodotti si addormentano e si risveglieranno quando, di nuovo a contatto con l’ossigeno, li spargeremo nell’orto
Casa hot per microrganismi

HUGELKULTUR

Hugelkultur primo strato: tronchi e rami di varie dimensioni

Spazio al divertimento: saltiamo sopra la hugelkultur per comprimere i tronchi
Sopra i tronchi mettiamo le zolle di terra rovesciate che avevamo tolto da sotto lo spazio per la hugelkultur
Il sandwich continua: sopra le zolle d’erba buttiamo la terra raccolta dallo scavo di 30 cm (per raccogliere l’acqua) sotto la hugelkultur

Ecco le nostre facce soddisfatte (unica cosa che emerge dalla trincea scavata dietro alla hugelkultur per trattenere l’acqua) alla fine dell’imponente opera architettonica!
scherzetto! In realtà siamo degli sfaticati:niente trincea! Solo un camminamento comunque leggermente più basso del livello del terreno per trattenere l’acqua.

Abbiamo poi sperimentato una tecnica ideata dal nostro insegnante Francesco: seminare erbe spontanee nell’orto! Abbiamo scelto erbe che sono commestibili, che si possono essiccare per preparare infusi e che con la loro fioritura non solo ci regalano un meraviglioso arcobaleno colorato, ma attirano anche molti insetti utili per l’impollinazione!

Abbiamo seminato queste erbe in alcune fasce su un lato della hugelkultur, le fasce restanti saranno dedicate al trapianto di ortaggi che speriamo vadano d’accordo con i loro vicini selvatici!

E come ultima rifinitura: una bella pacciamatura di foglie!

Hugelkultur ultimo strato: una bella pacciamatura di foglie!

Ecco qui il risultato: altro che piramidi d’Egitto!

SHIITAKE

Comincia ora il secondo atto del corso: impariamo a coltivare i miracolosi funghi shiitake!

Prima del corso Michele e Michele hanno preparato questi tronchi incidendo con la motosega delle fenditure

In una bacinella inumidiamo della paglia finché, stretta in un pugno, è umida ma non gocciola
Micelio di shiitake che andremo a mescolare alla paglia
Riempiamo le fenditure con il mix di paglia e micelio
Sopra il mix di paglia e micelio mettiamo uno strato di solo micelio e poi un filo di paglia per sigillare il tutto
Per sigillare ulteriormente, mettiamo del nastro adesivo di carta sopra le fenditure così che il contenuto non possa uscire…lo toglieremo fra 20 giorni e poi chissà! Vi aspettiamo per un risottino agli shiitake!
E anche se per i funghi bisogna aspettare, noi non esitiamo a festeggiare!

Grazie a tutti per la bella e intensissima giornata!
Ci vediamo domenica 14 con la seconda puntata del corso!

PROGETTO AGRICOLO “LA MADONNETTA”: acetosa, zucchine, trapiantatore salvaschiena

Inauguriamo la stagione dei trapianti!
Le baby zucchine sono pronte per uscire dalla calda serra incubatrice per affrontare le notti ancora fresche di questo imprevedibile aprile.

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E da bravi genitori-contadini, non manchiamo di rimboccare con una calda coperta di paglia questi giovani germogli cotiledonosi!

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E per far crescere al meglio le zucchine, abbiamo fornito loro degli ottimi amici: piselli e cipolle, buona consociazione per queste piccole cucurbitacee.
Le piantine sono state piantate in un’interfila tra piselli e cipolle, chissà che diventino buone compagne e si aiutino a vicenda!

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pacciamatura di paglia per le baby zucchine tra filari di cipolle e piselli (sono visibili i tutori)

 

Con tutto questo altruismo, non potreva mancare un po’ di sano egoismo: inauguriamo il trapiantatore salvaschiena che ci permette di trapiantare senza chinarsi! Si tratta di un tubo cavo con punta apribile. Si conficca nel terreno, si infila la piantina nel tubo, questa scende a terra, si apre la punta tirando una leva e si solleva l’attrezzo: et voilà! Un ultimo assestamento del terreno con il piede e il gioco è fatto. La schiena ringrazia.

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Le piantine provengono dal semenzaio autoprodotto con bancali, nonostante le gelate le piantine si sono trovate molto bene! Abbiamo mescolato compost e terriccio, non pressando troppo. Il risultato è ottimo: le piantine si estraggono facilmente, le radici non si sono attorcigliate e sono di un sanissimo colore bianco.

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Ma ecco l’innovazione delle innovazioni! Ce l’ha insegnata Francesco Badalini, che terrà fra poco un corso di permacultura, agricoltura sinergica e rigenerativa nel nostro campo ( https://www.facebook.com/events/199435893898165/): emina di erbe spontanee in campo tra gli ortaggi. Visitando con lui l’orto ci ha fatto notare che le fave cominciavano a essere infestate dagli afidi. Ci ha quindi consigliato la semina di piate trappola per questo insetto: acetosa e artemisia. Non essendoci però presi per tempo abbiamo provato un trapianto di acetosa. Non è stato facile perchè quest’erba ha una radice fittonante di 40 cm e abbiamo dovuto scavare molto in profondità per non danneggiarla. E per il trapianto abbiamo scavato altrettanto profondo…speriamo che le piante si adattino bene e si riprendano, vi aggiorneremo a proposito.

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acetosa
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acetosa accanto alle fave
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acetosa: trappola per gli afidi

ciao ciao! la vostra inviata: la locusta

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Perché non riusciamo a fare la Transizione? Il problema dell’economia (parte terza)

(Pubblicato anche su Effetto Risorse di Ugo Bardi, https://appelloperlaresilienza.wordpress.com/)

 

In questo articolo indago la relazione fra consumi e crescita economica. In particolare, dato che i consumi della popolazione richiedono “a monte” consumi di energia, non sembra possibile ridurre i consumi per il semplice motivo che questi sono la conditio sine qua non di qualsiasi economia.

 

La consunzione come processo economico

Se si pensa all’estensione che il consumo ha assunto nelle nostre attività quotidiane è difficile non percepirlo come qualche cosa di “osceno”. La parola implica un esaurimento, una delapidazione di materia. Effettivamente è proprio questo il significato che assume nelle nostre società. Esse vivono del consumo di qualcosa in maniera tale da impedire o rendere difficoltoso il riutilizzo. E’ molto interessante consultare la definizione che ne dà il vocabolario, per esempio il Treccani dice: “logorare, finire a poco a poco con l’uso” e “Ridurre al nulla un bene, un prodotto adoperandolo per particolari necessità, per il soddisfacimento di proprî bisogni, o in genere sfruttarlo per un uso determinato”.

Una ri-sorsa è tale perché può rinnovarsi nel tempo. Ma bisogna prendere delle precauzioni affinchè possa continuare a generarsi. Il processo economico in quanto tale vive della “fine” o morte di un oggetto, di una merce. Questa è la condizione affichè il processo produttivo possa perpetuarsi (su questo Jean Baudrillard ha scritto pagine memorabili ne La società dei consumi). Come sarebbe possibile il consumo altrimenti? Come sarebbe possibile il “consumismo” senza la consunzione dell’oggetto? Il livello dei consumi può aumentare solo se vi è un ciclo incessante di ricreazione di oggetti (la sfida dell’economia circolare consiste nello sfruttare questa fatalità del processo economico. Sarà possibile trasformare il rifiuto in risorsa e generare addirittura maggiore valore tramite ulteriori cicli di trasformazione della risorsa? Ne parlerò nella quarta parte). Solo così si comprende il fenomeno della “obsolescenza programmata”. Tutti possono notare che le auto si rompono più facilmente di una volta. Ciò avviene affinchè se ne possano produrre e comperare regolarmente di nuove.

Dunque il sistema economico per definizione necessita dell’esaurirsi del “valore d’uso” di una merce affinchè sia possibile far ricominciare lo scambio. Economia è “circolazione”, cominciata storicamente con la circolazione delle merci ma oggi ridotta a scambio di denaro. La nota-di-cambio di una merce (banconota) da mezzo diventa fine (valore di scambio) (si vedano gli scritti di E. Severino e U.Galimberti).

Il circolo vizioso

Abbiamo ricordato che l’obiettivo degli “ecologisti” (per riunire in un’unica categoria tutti coloro che hanno sensibilità verso le sorti del pianeta e dell’uomo) è ridurre i consumi: la cosiddetta sostenibilità, lo sviluppo sostenibile (anche se secondo alcuni la sostenibilità non dovrebbe implicare una riduzione del consumo di materia ed energia, qui interessa solo comprendere il meccanismo interno dell’economia). Ora, c’è un signore, il già citato Serge Latouche, che ha capito che questo non è possibile. Lo sviluppo sostenibile è un ossimoro, diceva.

Ovunque si sente parlare di “rilanciare i consumi”. Ebbene, come possiamo ridurli se l’economia ha bisogno di “rilanciarli” per continuare a crescere? E’ chiaro: senza vendite, senza spese, senza consumi, l’economia non può andare avanti.

Forse non abbiamo compreso tutte le implicazioni della crescita, soprattutto a livello economico. L’economia non può sussistere senza crescita perché il sistema socio-economico è una CAS (Complex Adaptive System), è adattato alla crescita, come dice David Korowicz (c’è un tasso di crescita fisso, ignoto, al di sotto del quale l’economia collassa). Che cos’è la crescita? E’ l’aumento di denaro nel mondo (come si è visto nella prima parte) a tassi esponenziali.

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Fonte: Gail Tverberg – Our Finite World

Dal grafico qui sopra però si può notare come la vera e propria crescita delle nostre economie sia avvenuta durante il “boom economico”, dalla fine della seconda guerra mondiale alll’inizio degli anni ’70 (in corrispondenza della prima grande crisi petrolifera). Un trentennio, “i trenta gloriosi” sono chiamati in Francia. Tale crescita non è avvenuta solamente in maniera esponenziale, ma iperesponenziale, in quanto gli stessi tassi di crescita sono aumentati. Questo non significa che in seguito l’economia abbia smesso di espandersi, ma che non si sono più raggiunti quei tassi di crescita. La crescita implica che ogni anno si produca di più del precedente, non mi stanco di ripetere questo mantra (per esempio: se nel 2017 +1%= dovremo produrre la stessa quantità di merci del 2016 e l’1% in più!). Ora, la crescita economica (insieme all’aumento di popolazione, secondo Limits to growth, I nuovi limiti dello sviluppo, 2004) genera un anello di retroazione positivo che alimenta la crescita “secondaria” degli altri settori economici.

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Il tema di questo articolo è mostrare che l’economia genera questo meccanismo autocatalitico che impedisce per definizione una diminuzione dei consumi. Possiamo considerare, nella sua essenza, il sistema economico come un circuito INPUT-OUTPUT, quello della domanda e dell’offerta. Sebbene, come hanno fatto notare alcuni, non sembrano più valere le leggi classiche della domanda e dell’offerta, ciò non cambia in nulla il fatto che da un lato ci debba essere qualcuno che produce e vende qualcosa (input) e dall’altro qualcuno che lo deve comperare (output) (su questo anche seconda parte).

Perché dunque non è possibile ridurre i consumi? Perché solo il continuo aumento dei consumi può alimentare il continuo aumento della produzione, sebbene ciò non sia possibile a lungo termine per le ragioni legate alla finitezza degli stock di materia della Terra (situazione picco dei minerali segnalata da Ugo Bardi nel 2011). Ed è proprio questo a generare il problema. Il sogno degli economisti è una crescita illimitata disincarnata dalla fisica dell’energia e della materia (lo scenario 0 di LTG 2004, per intendersi). L’economia umana è una struttura dissipativa che per mantenersi richiede flussi continui e in aumento.

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Fonte: Gail Tverberg – Our Finite World

   

La materia (non) è energia!

La crescita del PIL dipende in tutto e per tutto dal consumo di energia e secondo Gail Tverberg vi è una correlazione lineare al 99,9% fra crescita mondiale del PIL (GDP Growth) e crescita mondiale del consumo di energia (Energy growth).

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Se l’economia si serve nell’Antropocene di una quantità enorme di energia primaria (corrispondente a 17 TW di potenza nel 2013, secondo Ugo Bardi), ciò è di ordini di grandezza molto inferiori a quanto sarebbe possibile attuare tramite i PV (celle solari). Solamente coprendo 1/5 del Sahara si potrebbero ottenere 50 TW.

La questione si sposta: come sopperire al problema dei flussi di materia? L’economia necessita della produzione materiale per il processo di scambio, non può vivere a lungo di scambi meramente virtuali (come fa dagli anni ’80: il 97% del denaro è virtuale, secondo David Korowicz). Nella quarta parte cercherò di chiarire se l’economia costituisce un “ostacolo” verso quella successiva rivoluzione metabolica che, come ha indicato Ugo Bardi, in un articolo straordinario,

“avvierebbe l’ecosfera verso un livello di trasduzione nuovo e maggiore di quello attuale

Se è così, siamo nei guai.

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Mi piace questa immagine dei gironi infernali di Dante. Interpretandola in modo fantasioso per raffigurare la situazione odierna, si potrebbe leggere il cerchio in basso come la base di risorse sulla quale si è edificato il castello di complessità sul quale crediamo di prosperare. Una piramide rovesciata, un gigante coi piedi d’argilla. Come dice Serge Latouche: “L’economia è una menzogna”.

(continua…)

Agricoltura e cambiamenti climatici!

(Ho fatto copia e incolla da questo sito http://curiosity2017.blogspot.it/2017/03/fantastico-il-contadino-che-dichiara-di.html per condividere questo articolo veramente importante per chi fa agricoltura oggi. L’ho trovato rivelatorio, sebbene già avessi avuto notizie di pratiche simili, qui mi sembrano radicalizzate e utili a darci una pratica concreta per adattarci ai cambiamenti climatici)

 

Fantastico – Il contadino che dichiara di essere ignorante e autodidatta, ma che rivoluziona l’agricoltura: ecco come coltiva pomodori e ortaggi senza acqua né pesticidi, con un antico metodo che sta affascinando i biologi.

Pomodori senz’acqua ne pesticidi:
questo metodo affascina i biologi
I metodi di Pascal Poot, lontani dall’agricoltura moderna, sono oltreché iperproduttivi anche naturali e poco costosi. Gli scienziati pensano di trovare delle risposte ai cambiamenti climatici.
Qui il terreno è così sassoso e il clima così arido che le querce vecchie di 50 anni sono più piccole di un uomo. All’entrata della fattoria di Pascal Poot, sulle alture di Lodève (Hérault) troneggia un vecchio cartello in cartone: “conservatoria di pomodori”
Ogni estate, i pomodori gialli a pera e altri Neri di Crimea crescono qui in una pazza abbondanza.
Senza irrigazione malgrado la siccità, senza tutore, senza cure e alcun pesticida ne concimi, le sue migliaia di piante producono fino a 25 kg di pomodori ciascuna.Il suo segreto? E’ nei semi che Pascal Poot semina davanti a me, con dei gesti che mischiano pazienza e nonchalance. L’inverno sta per terminare nella regione, è venuto il tempo per Lui di affidare i suoi semi alla terra. Sono le prime semine dell’anno
L’uomo ha 52 anni ma sembra senza età.Questo figlio di agricoltori che ha lasciato la scuola a 7 anni si dichiara completamente autodidatta.Ha allevato pecore e coltivato castagneti prima di specializzarsi nelle sementi. Oggi semina su del terriccio, dentro una serra, quindi mette i vasetti su un enorme mucchio di letame fresco, per cui la temperatura nei giorni successivi arriverà a 70 gradi, riscaldando la serra e permettendo la germinazione dei semi.
La tecnica del letto caldo è molto antica. Questo permetteva agli orticoltori del XIX secolo di raccogliere meloni in città dalla fine della primavera. E questo permette a Pascal Poot di far germinare ogni anno migliaia di piante di pomodori, zucchini, peperoni, poi li pianta in piena terra e non se ne occupa più fino alla raccolta.
Mentre semina, Pascal mi spiega i dettagli del suo metodo:
“La maggior parte delle piante che oggi chiamiamo “erbacce” erano piante che si mangiavano nel Medioevo, come l’amaranto o il dente di cane.
Mi son sempre detto che se loro sono così resistenti è perché nessuno se ne è più occupato da generazioni .
Tutti cercano di coltivare gli ortaggi proteggendoli il più possibile, io invece
cerco di incoraggiarli a difendersi da soli.
Ho cominciato a piantare pomodori su un terreno pieno di sassi vent’anni fa, e all’epoca non c’era una goccia d’acqua. Tutti pensano che facendo così le piante muoiono, ma questo non è vero in effetti tutte le piante sopravvivono. All’inizio abbiamo pomodori piccoli, ridicoli. Bisogna raccogliere i semi dei frutti e seminarli l’anno seguente. Allora si cominciano a vedere veri pomodori, possiamo raccoglierne 1 o 2 kg per pianta.
Meglio ancora se aspettiamo un anno o due. All’inizio mi hanno preso per matto ma alla fine, i vicini hanno visto che io avevo più pomodori di loro e senza peronospora, allora la gente ha cominciato a parlarne e dei ricercatori sono venuti a vedere.”
“Alla fine degli anni 90, durante la lotta contro gli OGM, ci siamo detti che bisognava lavorare anche sulle alternative, ed abbiamo cominciato a fare l’inventario degli agricoltori che si facevano le proprie sementi. Ne abbiamo trovati tra 100 e 150 in Francia. Ma il caso di Pascal Poot era unico. Il minimo che si può dire è che lui ha una grande indipendenza di spirito, segue le sue regole, e per mia conoscenza nessuno fa come lui.
Lui seleziona le sue sementi in un contesto molto difficile e di stress per le piante e ciò le rende estremamente tolleranti, migliora le loro qualità gustative e fa si che i nutrienti sono più concentrati. Oltre ciò lui coltiva diverse centinaia di varietà differenti, pochi agricoltori hanno una conoscenza così vasta”
I ricercatori cominciano solo ora a capire
i meccanismi biologici che spiegano il successo del metodo di Pascal Poot
…assicura Véronique Chable, specialista in materia a l’INRA-Sad de Rennes che ha realizzato delle ricerche sulle selezioni di Pascal Poot dopo il 2004
“Il principio base è di mettere le piante nelle condizioni in cui vogliamo che crescano. L’abbiamo dimenticato ma da molto tempo fa parte del buon senso contadino, oggi si chiama ereditarietà dei caratteri acquisiti in altre parole c’è una trasmissione dello stress e dei caratteri positivi delle piante per più generazioni.
Bisogna comprendere che il DNA è un supporto di memorizzazione plastico , non è solo la mutazione genetica che causa il cambiamento , c’è anche l’adattamento , con geni che sono dormienti , ma che possono  risvegliarsi . La pianta produce dei semi dopo aver vissuto il suo ciclo, e conserva memoria di alcuni aspetti acquisiti
Pascal Poot gestisce bene questo, le sue piante non sono molto differenti dalle altre a livello genetico ma hanno una capacità di adattamento impressionante.”Questa capacità di adattamento ha un valore commerciale. Durante la mia visita, molti hanno chiamato Pascal per ordinare delle sementi. L’agricoltore vende i suoi semi a molte aziende bio, come Germinance. Kevin Sperandio, artigiano sementiere di Germinance, ci spiega:
“Il fatto che le sementi di Pascal Poot si siano adattate a un territorio difficile fa si che hanno una capacità di adattamento enorme, valida per tutte le regioni e per tutti i climi. Non non abbiamo i mezzi di fare questo genere di test ma sono sicura che se facessimo un confronto tra una varietà ibrida, quella di Pascal Poot e un seme bio classico sarebbero quelle del conservatore dei pomodori che otterrebbero i migliori risultati”
Una parte dei semi sono venduti illegalmente,perchè non sono iscritti nel catalogo ufficialedelle specie e varietà vegetali del GNIS(raggruppamento nazionale interprofessionale delle sementi e delle piante)
“Una delle mie migliori varietà è la Gregori Altaï.Ma non è iscritta nel catalogo, forse perché non è abbastanza regolare. Molte varietà sono come questa. L’autunno scorso, la sementiera  Sementi del Paese a un controllo di repressione frodi ha trovato 90 infrazioni nel loro catalogo, il principio stabilisce che siamo autorizzati a vendere i semi che danno frutti tutti uguali e danno gli stessi risultati in ogni luogo. Per me questo è il contrario della vita, che riposa sull’adattamento permanente.
Questo porta a produrre dei cloni ma vediamo sempre più che questi cloni sono come zombi…”
Alla domanda su questi controlli, un rappresentante di GNIS spiega:
“Il nostro obiettivo è quello di fornire una protezione per l’utente e il consumatore. Il settore francese delle sementi è molto importante, ma ha bisogno di un’organizzazione e di un sistema di certificazione”.
Tuttavia la standardizzazione della frutta e dei semi si fa spesso a scapito del gusto e delle qualità nutrizionali . E potrebbe , in futuro , danneggiare gli agricoltori , dice Veronique Chable
“Il lavoro di selezione dei semi dimostra che siamo in grado di far crescere la pianta in condizioni molto particolari . Ma l’agricoltura moderna ha perso di vista che tutto questo si basa sulla capacità di adattamento. In un contesto di rapidi cambiamenti climatici e ambientali il mondo agricolo avrà bisogno di questo . Dovremo preservare non solo i semi , ma anche la conoscenza degli agricoltori , le due cose vanno insieme”.Per condividere questa conoscenza , ho chiesto a Pascal di spiegare come si selezionano e raccolgono i suoi semi. Ecco i suoi consigli:
“Bisogna raccogliere il frutto più tardi possibile, appena prima del primo gelo così avrà vissuto non solo la siccità estiva , ma anche le piogge autunnali.
Il pomodoro è molto speciale . Quando si apre un pomodoro , i semi sono in una specie di gelatina, come un bianco d’uovo . Questa gelatina impedisce ai semi da germogliare all’interno del frutto , che è caldo e umido.
I semi non germoglieranno fino a quando la gelatina non sarà marcita e fermentata.
È necessario dunque far fermentare i semi .Per questo bisogna aprire il pomodoro , togliere i semi e lasciarli per alcune ore nel loro succo , per esempio in una ciotola e ci sarà poi una fermentazione lattica.
Dobbiamo monitorare la fermentazione come il latte sul fuoco , può durare tra 6 e 24 ore , ma non deve formarsi  della muffa. Poi se prendendo un seme col dito si stacca bene dalla gelatina allora è pronto.
Si mette il tutto in un colino da tè ,si lava con l’acqua e si mette ad asciugare. così si ottiene una percentuale di germinazione tra il 98 % e il 100 %
Il peperone è diverso , basta lavare i semi , asciugarli su un setaccio fine e conservare. Per il peperoncino è lo stesso ma occorre fare attenzione perché i semi sono molto piccanti , e questo passa anche attraverso i guanti . Una volta che ho raccolto i semi di peperoncini Espelette senza guanti , ho dovuto passare la notte con le mani in acqua ghiacciata !”
Fonte: https://pantagruel2020.wordpress.com/2016/05/18/pascal-poot-un-francese-che-coltiva-ortaggi-senzacqua/

Agricoltura e sovrappopolamento

La rivoluzione neolitica

La sovrappopolazione è la piaga che affligge… la popolazione umana. Si ritiene che la grande spinta all’espansione umana sia stata data dall’agricoltura ma se si dovesse raccontare tutta la storia, secondo Jared Daimond (Armi, acciaio e malattie), l’umanità cacciatrice-raccoglitrice aveva già raggiunto dimensioni tali, pur nel suo peregrinare, da necessitare di nuovi modi per ottenere nutrimento. Non bastavano più i frutti delle piante spontanee e la caccia degli animali.

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La soluzione fu trovata, a quanto pare, quando egli intuì la possibilità di coltivare da sè alcune piante commestibili (e poi nell’addomesticamento degli animali più “docili”). E’ ciò che è noto come “rivoluzione neolitica”. A partire da quel momento non si sarebbe più stati in balia delle scorte di madre natura e del caso. O almeno non come prima… Scoprendo che le piante potevano essere “artificialmente” riprodotte, l’uomo non aveva più bisogno di spostarsi regolarmente per ricercare il proprio cibo.

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Ma tutto ciò non sarebbe stato un evento così positivo come la Storia canonica ci fa credere (l’umanità si racconta sempre delle “storie”, siano esse buone o cattive). Potrebbe essere infatti che l’umanità si sia dovuta ingegnare nel dover trovare delle nuove soluzioni di fronte ad una nuova minaccia di scarsità. O era la prima vera minaccia? Si trattava del primo spartiacque entropico?

Per chi ha letto quel famoso libro di Jeremy Rifkin (Entropia), l’umanità ha dovuto superare man mano certi ostacoli nel suo cammino, degli spartiacque, o ne è uscita sempre tramite l’invenzione di nuovi mezzi tecnici. Da qui il mito della tecnologia come mezzo di risoluzione dei problemi. Ma Rifkin ci racconta una storia opposta: la tecnologia interviene per superare ogni volta una grave situazione di stallo. Così la situazione è formalmente la medesima oggi, come lo era prima della rivoluzione industriale e come lo era per quei cacciatori-raccoglitori che si sono dovuti inventare una nuova straordinaria techne: l’agricoltura.

Secondo Claude e Lidia Bourgignon (Il suolo un patrimonio da salvare) però prima dell’agricoltura vera e propria bisogna menzionare una forma di protoagricoltura: la debbiatura. Si dava fuoco a un pezzo di foresta e il suolo rimaneva fertile per qualche stagione, il tempo che le erbe avventizie prendessero il sopravvento e ritrasformassero quell’ecosistema disturbato in foresta (successione ecologica). Si seminava sul suolo incenerito facendo un buco o un solco e ricoprendo. Questa era la prima forma di protoagricoltura.

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Cos’è cambiato con la rivoluzione neolitica? Non si è più avuto bisogno di continuare a spostarsi per bruciare nuovi pezzi di foresta. Così l’uomo diveniva stanziale e non doveva continuamente muoversi e portarsi dietro tutte le sue cose. La lotta contro le erbacce avveniva tramite nuove tecnologie come la zappa e l’aratro trainato dai buoi (le prime tracce pare che risalgono all’inizio dell’età del bronzo).

Enormi problemi

E’ risaputo che l’agricoltura è una dell’attività antropiche che contribuiscono maggiormente al riscaldamento globale in quanto necessita di enormi input di combustibili fossili. L’agricoltura è un processo industriale – non esiste più il contadino e una sua “cultura”; oggi si chiama conduttore agricolo – e ciò fa della produzione di cibo un processo meccanico e anonimo. Non si tratta solo di questo. Come già aveva scritto Ted Patzek (in un articolo del 2014 pubblicato su Effetto Risorse), “l’agricoltura industriale è il progetto più vasto al mondo come impatto sulla Terra”. Tuttavia se il processo di produzione del cibo richiede grandi apporti di petrolio, ciò non significa che in precedenza essa fosse in linea con i dettami dell’ecologia. Tutt’altro. Dobbiamo chiederci come mai la “mezzaluna fertile” – quella fascia di terra che va dall’Egitto al Golfo Persico disegnando una mezzaluna e che ha visto nascere le prime civiltà agricole – sia oggi completamente desertificata.

Fonte: Wikipedia. La zona in rosso nel Medio Oriente, ad alto rischio di desertificazione è proprio la cosiddetta “mezzaluna fertile”. Anche l’Iran era molto fertile ed è ad alto rischio.

Come mai una delle zone più fertili del mondo oggi si ritrova in questo stato e invece in Europa (per esempio la pianura padana) o altrove il rischio è minore? E’ molto semplice: è lì che lo sfruttamento del suolo è cominciato prima. Certamente fattori climatici possono aver contribuito ad accelerare il processo, ma fatto sta che l’uomo non è riuscito a creare un agricoltura durevole, cioè una maniera ecologica di sostentarsi.

Si potrà pensare che poteva essere difficile capire che – quando questa nuova soluzione era appena stata trovata – il suolo utilizzato tende a perdere la sua fertilità. Il problema è che nemmeno i nostri attuali conduttori agricoli sembrano esserne troppo al corrente. L’illusione dell’agroindustria e dell’agricoltura industriale è la stessa che è generata dal sistema economico: sembra che sia solo una questione di denaro o di energia e che ogni ostacolo potrà essere superato.

Il dramma dell’aratura

Se da un lato l’invenzione dell’aratura è stata una rivoluzione perché ha permesso di incrementare le rese, dall’altro lato ha amplificato e rilanciato l’annoso problema dell’umanità: il sovrappopolamento. Infatti l’aumento delle rese ha permesso un aumento del benessere e della popolazione, come ha spiegato Jared Daimond.

Per di più si tratta di una soluzione che non esiste in natura. Il capovolgimento degli strati superficiali del terreno genera un esplosione immediata di fertilità dovuta all’iperossigenazione (un processo assai simile a quello del picco glicemico e conseguente ipoglicemia che avviene nell’organismo umano, quando vi è un eccesso di zucchero nel sangue). L’effetto dura per qualche stagione, poi comincia a calare la produttività. Persino se si aumenta la quantità di materia organica con il compostaggio o le letamazioni, ciò non può impedire che si operi una lenta degenerazione del suolo, infatti ogni nuova aratura ammazza i vari tipi di fauna, spezza le reti di micelio e rende il suolo a prevalenza batterico, predisponendolo a malattie. A lungo andare si dovrà cambiare terreno o rassegnarsi a lasciarlo a riposo o a culture rigenerative per diverso tempo.

La storia dell’agricoltura dunque non è cambiata di molto dalle prime debbiature ad oggi. L’uomo crea dei deserti (e la maggior parte della cosiddetta agricoltura biologica non è esente da tale critica) e poi li abbandona. L’illusione è che oggi nonostante tutto la situazione sia diversa e che siamo più consapevoli dei rischi che corriamo rispetto al passato.

Ma che ne sarà dell’agricoltura e della produzione del cibo quando non potremo più ricorrere al petrolio per produrre tutte le calorie di cui fabbisogna la popolazione mondiale? Si tratta di un problema di massima importanza e non a caso i movimenti di Transizione e Decrescita hanno cominciato proprio da questo la loro sfida al cambiamento.