Occidente. Affrontare “il grande lutto”

Quando si parla di cambiamenti climatici, di estinzione delle specie animali e vegetali e di tutte i grandi problemi che abbiamo di fronte, di solito reagiamo con molta preoccupazione e tendiamo a chiudere la mente.
In fondo siamo increduli di fronte alle “notizie da fine del mondo”, quando vengono annunciate come troppo gravi. Quando poi si dice che è già “troppo tardi” per evitarli, la risposta, invece che essere di mobilitazione totale, è di chiusura totale.
Del resto se un problema è globale, cosa si può fare? Come può il singolo non sentirsi impotente?
Per molti la prima condizione per agire è che si attui un grande cambiamento sociale, una rivoluzione, affinchè ci si metta tutti insieme nella strada per la risoluzione dei problemi.
La strategia che si adopera è quella di informare: la speranza è che così facendo la consapevolezza si allarghi a macchia d’olio a coprire molte altre persone, che si raggiunga così una sorta di “quorum” che darà finalmente origine al cambiamento.

Questo ragionamento nasconde una difficoltà.
Innanzitutto si tratta della strategia che adotta ogni cittadino educato alla “partecipazione politica”. Ognuno crede profondamente nella sua capacità di informare e convincere il prossimo che le sue idee sono fondamentali per il benessere comune. Ovunque è pieno di movimenti e associazioni che puntano su una rivoluzione culturale. (Ironicamente si può chiedere: qual è quella giusta?)
In secondo luogo questo impuntarsi sulla necessità di informare tradisce un non sapere effettivamente cosa e come fare per cominciare questo cambiamento.
Ma l’idea stessa di cambiamento è scadente perché troppo inflazionata. E’ retorica! Generalmente esigiamo un cambiamento dal mondo e dagli altri che noi non siamo disposti ad attuare. Sono sempre gli altri che devono cambiare?

Ragioniamo dunque su cosa vi è in ballo nella questione dei cambiamenti climatici e della perdita di biodiversità.

La difficoltà nel ridurre i consumi

Come ormai tutti sanno, la questione dei cambiamenti climatici è profondamente legata al problema dei consumi. Consumiamo troppo. Da quando poi la Cina e l’India hanno cominciato lo “sviluppo”, anche un altro pezzo importante di mondo sta contribuendo alla catastrofe climatica.
Ora, se siamo ben consapevoli di questo problema, perché non riusciamo a diminuire i consumi sino a renderci in armonia con la capacità della Terra di sostentarci?
Il grande problema riguarda quelli che consideriamo i nostri bisogni.
Quali e quanti sono?
Che cosa e quanto costituisce una vita buona?

La risposta per molti è semplice. La nostra vita di tutti i giorni è già una vita buona.
Prendiamo il popolo americano. Sarebbero necessarie 5 terre se tutti consumassero ai loro ritmi. E il popolo italiano? Consumiamo 4 volte di più di quello che potremmo permetterci, in termini di ettari per persona.
Come reagiamo di fronte a questo?
La risposta di alcuni è che bisognerebbe mollare tutto, trasferirsi in un’eremo e fare una vita ascetica.
C’è una resistenza che il sistema oppone al cambiamento e nella pratica sembra troppo difficile e complicato abbandonare alcune cose senza dover abbandonare tutto (e viceversa, avere una cosa sola mi richiede di averne molte altre). Come mollare l’automobile? Come farei ad andare al lavoro e così a permettermi di pagare tutto quello che mi serve?

Si tratta dunque di un problema sistemico. Siamo coinvolti in un modo di vita che va preso come “pacchetto completo”.

Ne viene che è il nostro sistema di vita il più grande impedimento a quel “cambiamento” che esigiamo dal mondo.

Del resto pensiamoci, se anche avessimo raggiunto lo scopo di informare tutti (e sembra che già in molti lo siano!) ciò risolverebbe forse il problema del “che fare“?

Di fatto, abbiamo una sola soluzione possibile ai problemi del mondo e se non saremo noi ad occuparci di questo, ci penserà la Terra.
(Secondo “l’ipotesi Gaia” (James Lovelock) la Terra costituisce un super-organismo che autoregola i parametri geofisici allo scopo di mantenere le condizioni per la vita. Ora, il fatto di bruciare i combustibili fossili va contro la naturale “intelligenza” del pianeta. Ne viene che essa in qualche modo dovrà rimediare al surriscaldamento dell’atmosfera, così come è già accaduto molte volte tramite glaciazioni, eruzioni vulcaniche, ecc).

L’unica soluzione che abbiamo è ovviamente ridurre drasticamente i consumi e i prelievi.
La difficoltà nel mettere in atto questo si scontra con un problema a monte molto più serio. La nostra economia infatti richiede che noi consumiamo sempre di più. Questo è ciò che è implicito nel concetto di crescita economica, piaccia o meno.

(La frase ricorrente “bisogna rilanciare i consumi” non è detta senza assenza di fondamento. I consumi rappresentano la chiusura del circuito economico. Da una parte c’è la “produzione” a fare da input del circuito; dall’altra c’è bisogno di qualcuno in funzione di output che compri i prodotti)

Ne viene una grave impasse. Non possiamo ridurre i consumi perché significherebbe distruggere le basi stesse della nostra società. Ecco, appunto, le basi della nostra società! Bisognerà pur un giorno o l’altro cominciare una seria critica del sistema economico. Non per riformarlo o renderlo più giusto – cosa che non si può fare – ma per uscirne, come ha suggerito Serge Latouche, dando origine al famoso movimento della Decrescita Felice.

L’idea di uscire dall’economia viene rifiutata dalla mente umana perché per noi essa costituisce la nostra vita e non ci sentiamo disposti a “disturbare” questo meccanismo ben articolato.
Non vediamo nemmeno come sarebbe possibile qualcosa di diverso dagli scambi monetari.

Per fortuna Latouche ha avuto un certo successo e ciò dimostra che almeno una fetta di popolazione non si identifica con la monetizzazione della vita.

D’altra parte il movimento sembra aver perso molto della carica sovversiva del suo iniziatore. Come spesso accade in questi casi, si accoglie solamente una parte del pensiero originario e si lascia cadere il resto. Il fine ultimo era di progettare una società che avesse come scopo quello di sostituire il sistema economico con qualcos’altro. Egli parlava spesso di economia del dono per contrapporsi all’anonimato degli scambi monetari.

Latouche è importante perché è l’unico pensatore mainstream che abbia parlato di un’esigenza di questo tipo. Cosa di più fenomenale che criticare il nostro intero sistema di vita, le sue fondamenta?

Ciò tarda ad attecchire. Vi è un motivo per questo. In fondo lo stesso Latouche ammetteva che non sapeva bene che forma poteva assumere una tale società..

Egli riteneva – plausibilmente – che non fosse possibile uscire tutto d’un tratto dall’economia. Ciò sarebbe risultato utopico e nessuno sarebbe stato disposto a seguirlo. Auspicava dunque una graduale mobilitazione che portasse la società verso una costituzione in bioregioni e verso una rinascita del locale.
Non si può che essere d’accordo con una simile visione.

Oggi il movimento si occupa di corsi di autoproduzione, di downshifting e laboratori di attività pratiche. La difficoltà sta nel far avanzare il processo di “uscita”.
Si tratta anche di una difficoltà teorica perché costituire delle bioregioni significa andare del tutto controcorrente rispetto alle tendenze attuali. L’esistenza stessa dell’Europa si basa su di una sempre più spinta liberalizzazione delle frontiere per facilitare gli scambi fra le grandi imprese.
Un simile progetto appare populista oggi, retrogrado. Tornare agli Stati nazione, anzi peggio: alle regioni, ai comuni!

Da una parte dunque vediamo l’Europa e il mondo che spingono verso l’unificazione e una globalizzazione sempre più spinta; dall’altra vi è l’esigenza di invertire la rotta per ridurre i consumi e salvare il pianeta, anzi noi stessi. Come se ne esce?

Il bisogno dei bisogni

Si tratta di questioni teoriche e di soluzioni politiche la risoluzione delle quali riguarda un altro genere di discussioni.
E’ bene invece tornare a parlare dei nostri bisogni, perché è qui che si gioca la partita.

Cambiamo per un attimo prospettiva.

Vi sono ancora alcune tribù in giro per il mondo che vivono sugli alberi.
La comunità ogni tanto si raduna e si dà da fare per aiutare una famiglia nella costruzione di una nuova casa sugli alberi. Sono lavori mastodontici, compiuti con l’ausilio di mezzi “barbari” e distanti anni luce dalle possibilità che disponiamo oggi.

La vita di questi piccoli popoli scorre come prima di tredicimila anni fa. Non hanno conosciuto una forma più evoluta di civiltà che non sia la tribù.

Se ne parliamo è per ricordare che l’uomo ha vissuto il 99% della sua vita (ovvero milioni di anni) senza avere praticamente niente di ciò che abbiamo ora.

Per cui è lecito domandarsi se sia vero che non possiamo vivere in altri modi che questo.
Purtroppo la maggior parte di noi pensa di sì.
E’ convinta che questo sia il frutto del progresso.

A partire dagli anni del boom economico è cambiato tutto. Da lì in poi il benessere crescente ha fatto credere che questa sia davvero la vita che ci meritiamo, che abbiamo raggiunto la fine della penuria e della miseria.
Perché tornare indietro? Per quale motivo dovremmo fare questo sacrificio? Inoltre: chi me lo farebbe fare di rinunciare se anche gli altri non sono disposti a farlo? Sarebbe un sacrificio inutile, si dice.

Non si può negare del resto che il “progresso” abbia portato molte cose buone. Ora, il problema in questo genere di discussioni sui pro e i contro della civiltà è che la si vede in bianco o nero. O la società – questa società – oppure la solitudine, l’abbandono, gli eremiti, le tribù, la povertà, ecc.

Il discorso che si vuole fare qui è un altro. Non è nè necessario rifiutare in blocco questa società, nè identificarsi con essa al 100%.
Non si vuole rifiutare il concetto di società. Si vuole porre l’interrogativo “Quale società?“.

Se siamo disposti a comprendere che consumiamo troppo, lo dovremmo essere anche per immaginare una società diversa. E’ possibile disgiungere questa società dai consumi? No, la sua definizione è di essere una società dei consumi.

Il fatto è che non ci sta bene che qualcuno ne critichi l’esistenza. Perché?
Perché in fondo vogliamo consumare e vogliamo spendere!

Individualismo e comunità

Non si può capire niente della situazione in cui ci troviamo se non la si colloca nel quadro più ampio dell’individualismo.
Il sistema economico crea individui e li isola gli uni dagli altri.
Gli scambi mediati dal denaro, lungi dal collegare meglio fra di loro le persone, le rendono più distanti e infelici.
Gli amici litigano quando devono lavorare insieme perché le faccende di denaro finiscono per diventare più importanti.
Mettiamo il denaro al primo posto perché è diventato il fine oltre che il mezzo per vivere.

Non esiste veramente comunità nel mondo in cui viviamo.
Questa bella parola indica fratellanza e comunione di intenti.
Questo può avvenire nel mondo economico se ognuno è vincolato come prima cosa a recuperare un minimo di capitale per poter vivere? E’ evidente che tutto il resto diverrà secondario e che la compassione e la carità diverranno marginali.
Ad ognuno è assegnato il compito di guadagnare. Se non lo fa sarà un emarginato sociale e verrà visto come un peso.

La più grande delle difficoltà che abbiamo è riuscire a cooperare.
L’economia non facilita la cooperazione. Il capitalismo si basa sull’iniziativa del singolo, dell’individuo o al limite del gruppo commerciale. Ma non ci si deve fare illudere dal termine gruppo o azienda o altro. E’ sempre in mano a pochi che finisce il capitale. I gruppi, se esistono, tendono a togliere ad altri fette di mercato sempre più grandi.

Se vivessimo davvero in una comunità ci si aspetterebbe molta più solidarietà. Non che questa manchi del tutto, ma non è sufficiente a chiamare il nostro mondo “comunità”, perchè questa implica la “messa in comune” delle cose. E’ solo l’iniziativa di alcune persone e di gruppi a portare nel mondo ancora un briciolo di legame comunitario.

Persino le cooperative non costituiscono autentiche comunità. Sono sì l’esempio che più ci si avvicina, ma sono anch’esse vincolate prima di tutto a generare profitto e alla concorrenza.
Anche nelle cooperative il tempo di lavoro “è denaro”. Le ore del lavoratore sono soggette ad una disciplina ferrea che è quella imposta dal macrosistema economico il quale impone le sue leggi di mercato. Suo malgrado la cooperativa deve adeguarsi ai prezzi in vigore delle merci i quali sono in gran misura influenzati da quei pochi oligopoli che si possono permettere enormi economie di scala abbassando i costi di produzione.

La vita, il lavoro, sono “monetizzati” e la funzione della gente è quella di rendersi adeguata – tramite la partecipazione ad un lungo curriculum scolastico – al mercato del lavoro.
In altre parole la vita diviene eterodiretta e noi siamo sempre meno parte attiva dei processi da cui dipende la nostra vita. Tutto ciò è paradossale per una cultura che si definisce “progredita”.

Come possono sorgere relazioni umane autentiche sulla base di una logica economica? Basta osservare i nostri luoghi di lavoro. Qui il manager di turno è quasi sempre uno che non si fa scrupoli a spremere il tempo di lavoro della persona. L’ora di lavoro diviene una misura entro la quale è possibile produrre sempre di più.

Che limite mettere alla quantità di lavoro per ora? Come stabilire il livello di affaticamento e quello della salute? Come stabilire la soglia biofisica dello stress?

(L’economia moderna è parte di una lunga storia occidentale di scienza e misurazione. Da quando l’uomo moderno si è voluto sostituire a Dio e ha creduto di poter conoscere il Cosmo non ha cessato di espandere gli strumenti scientifici, finendo con il ridurre ogni cosa a misura. La scienza nasce e si sviluppa come misura. La concezione quantitativa del mondo ha portato sino alla moderna misurazione del tempo)

Creare comunità

Se vogliamo creare comunità dobbiamo sforzarci di uscire dal paradigma economico.

Creare delle comunità costituisce il fine autentico della società umana.
Tutto il nostro compito in quanto specie risiede nella esigenza di cooperare ai fini della sopravvivenza. Crediamo di avere risolto questo problema una volta per tutte?

E’ del tutto falso che sia l’individuo ad essersi evoluto per selezione naturale soppiantando i più deboli.
Sono i gruppi le vere unità di sopravvivenza che si sono evolute per selezione naturale,
come ha mostrato Gregory Bateson. Il singolo da solo è nulla di fronte alle forze della natura e buona parte del tempo che i nostri antenati hanno trascorso sul pianeta se nè andato per difendersi dai grossi animali.
Solamente il gruppo poteva esercitare una forza sufficiente in grado di opporsi ad altre forze e così perpetuare quello slancio vitale di cui parlava Bergson.

Questa forza del gruppo l’abbiamo persa. Sembra che l’umanità abbia preso una strada evolutiva assai strana dando la precedenza ai motivi individuali. Il bisogno del gruppo rimane nel fondo dell’individuo, ma non emerge consapevolemente come coscienza del bisogno.
L’individualismo ci vorrebbe far credere di essere liberi e indipendenti, autonomi e capaci di “farci da sè” (self-made man).
Questa grossolana illusione invece nasconde una interdipendenza totale a livello sociale.

Molto più delle società del passato, noi siamo segretamente vincolati e dipendenti gli uni dagli altri in virtù del sistema economico.

Questo opera in maniera del tutto contraddittoria dal punto di vista dell’evoluzione perché da un lato isola l’individuo all’ottenimento del suo capitale individuale e dall’altro lo rende completamente dipendente dagli altri, perché man mano che il processo avanza – dalle prime epoche del commercio sino alla globalizzazione – ci si ritrova tutti a far parte del medesimo sistema.
Senza che ce ne siamo accorti, oggi siamo tutti legati al medesimo destino.

Anche le multinazionali sono del tutto dipendenti le une dalle altre mentre passano come autonome.

Piccolo mondo antico

Se vogliamo creare delle comunità dobbiamo il più possibile sforzarci di vivere in maniera da privilegiare le relazioni umane agli scambi economici.
Per fare questo dovremmo rinunciare in gran parte agli scambi monetari e restituire dignità al termine “autodeterminazione” e “autoproduzione”.

Se vogliamo veramente progredire dobbiamo “tornare indietro” su alcune cose.
Il mondo antico – in pratica tutto quel tempo che ha preceduto il boom economico – per quanto povero e difficile da vivere, conservava dei tratti molto più umani che dovremmo cercare di recuperare.

D’altra parte non si tratta nemmeno di idealizzare il passato. Entrambi sono estremi.

Vi è una questione delicata legata alla considerazione retrospettiva del nostro passato. Quando pensiamo ai nostri nonni vediamo miseria e ci pare che il progresso sia stata una benedizione. Si arriva persino a giustificare l’uso che è stato fatto dopo la seconda guerra mondiale (e si fa ancora) dei nitrati (usati per le bombe) come concimi a scopo agricolo.
E’ un grave malinteso che dimostra incomprensione delle dinamiche relative alle popolazioni e al loro uso delle risorse.
La benedizione degli idrocarburi sarebbe arrivata per togliere una parte di umanità dai guai della fame. Ma come non capire che il problema esisteva a monte?
Non abbiamo fatto altro che risolvere un problema per generarne molti altri. Abbiamo solo spostato il problema nel futuro… (Chi sfamerà la popolazione dopo la fine dei combustibili fossili dato che non avremo più la possibilità di ottenere tutto quell’energia & lavoro per ettaro?)

Come abbiamo oggi un grave problema di diseguaglianze economiche (l’1% della popolazione che possiede più del restante 99%), così nell’antichità il mondo è sempre stato travagliato dal problema del Potere.
Sono sempre state delle Elité che, tramite il possesso di mezzi militari, giuridici, ecc, si potevano permettere di controllare le risorse impedendone l’accesso a larghi strati di popolazione. Vogliamo dimenticare gli sfarzi delle monarchie di fronte a popolazioni ridotte in miseria? Esattamente come allora, oggi la ricchezza è tutta spostata da una parte.

La situazione è mutata solamente in quanto abbiamo reso maggiormente democratiche le nostre istituzioni, ma per farlo abbiamo dovuto esternalizzare la povertà ad altri paesi (il terzo mondo).
Per di più anche all’interno dei nostri paesi le diseguaglianze sono talmente accentuate che  rischiano ormai da sole di affossare l’intero sistema economico.
Il petrolio dunque ha costituito una “benedizione” perché a fronte di una popolazione molto cresciuta ha potuto generare dei flussi produttivi (agricoli soprattutto) in grado di sostentarne i bisogni, in maniera enormemente maggiore che in passato. Ciò ha creato i successivo boom economico e l’aumento delle natalità degli anni ’60.

Cosa abbiamo guadagnato?

Oggi i benefici netti dell’aumento della complessità (J. Tainter) si stanno riducendo e noi rischiamo di perdere molto di più di quello che avevamo guadagnato.

Il punto sta nel comprendere la logica e il senso con cui l’umanità ha fino ad ora approcciato il problema della ripartizione delle risorse. Forse Einstein si riferiva a questo parlando della “infinita stupidità umana”…
Coloro che si sono occupati dei crolli delle antiche civiltà, come Jared Daimond, hanno riscontrato una costante che avveniva anche in società molto diverse fra loro.
Ricordiamo che ogni società e civiltà del passato è crollata ed è stata sostituita da un altra. E’ sempre stato l’emergere di diseguaglianze interne alla società, il formarsi di una casta o elité a far degenerare il paese.
La cecità delle elitè al governo finiva col dimostrarsi del tutto egoistica e portava la società intera al collasso.

Così, la grande povertà del passato – che per alcune regioni di Italia risale ancora agli anni ’50 – è da attribuire alle diseguaglianze; a politiche cieche; a interessi di pochi; a mancanza di lungimiranza; al perpetuamento di vecchi problemi (come il ritardo del mezzogiorno causato dalla mafia).

E’ del tutto fuorviante dunque pensare che si sia risolta la “questione umana” e che oggi ci troviamo in un epoca di progresso, che la tecnologia ci ha salvato. Niente di più falso.

Come sempre nella storia – e oggi in maniera molto più grave per via della globalizzazione –  l’umanità è divisa in una parte super ricca e in una parte super povera.
Solo a patto di identificarsi con la parte ricca e non vedere i problemi dei restanti come i “propri” è possibile non accettare questo dato di fatto e convincersi che la globalizzazione abbia portato dei benefici.
Oppure si può vederla in un’altro modo. La globalizzazione potrebbe essere anche una cosa buona in se stessa nella misura in cui rappresenta una specie di tentativo da parte dell’umanità di costituire una grande famiglia.
E’ quello che sostengono in molti. Questo ragionamento però osserva il problema solo da un punto di vista; esclude quelle considerazioni sulla societù umana in rapporto al sistema-Terra che sono state inaugurate da Limits to growth (Dennis e Donella Meadows, J. Randers – 1972, 1992, 2004) e che studiano la dinamica dei sistemi.

Senza una prospettiva di questo tipo risulta del tutto astratto poter giudicare la globalizzazione. Le speculazioni etiche e politiche del pensiero umanistico risultano prive di una base concreta cui attingere.

Due strade per l’evoluzione

L’evoluzione umana ha preso la strada della Civiltà. Poteva prenderne altre?
Non era scontato che l’uomo scegliesse nè di far nascere delle civiltà nè che le perpetuasse.

La strada della Civiltà è stata irta di ostacoli. Come ha detto Freud  l’uomo civile ha dovuto barattare della felicità in cambio di un pò di sicurezza.
Scegliere la Civiltà ha voluto dire accentuare di molto la componente sociale nell’uomo e sacrificare altre parti della sua personalità.
Se la divisione del lavoro aumenta oltre una certa soglia, produce alienazione.
L’uomo ridotto a funzione e al suo ruolo – il fordismo; la taylorizzazione – genera mostri.

Ci si può chiedere quali siano le giuste dimensioni per una società.
Nelle società troppo grandi, come la nostra – ma già nel moderno e nel medioevo – l’uomo diviene un ingranaggio, una rotella del sistema.
Difficilmente egli potrà sentirsi parte della collettività. Da qui forse il bisogno di individualizzarsi per reagire alla spersonalizzazione.
Se si confronta questo con le società prive di comunicazione, nelle quali gli spostamenti principali avvenivano in un raggio di 30 km dal paese troviamo un’umanità in gran parte inconsapevole dei suoi vicini di casa.
Prima del commercio abbiamo una “babele” di popoli e di genti che si diffondeva per tutto il mondo. Non si conoscevano i confini, lo spazio era il regno dell’ignoto.
D’altra parte l’uomo, come nel cosmo aristotelico, viveva in una dimensione ridotta, più umana.
Senza con questo voler rigettare le conquiste scientifiche bisogna riconoscere che il nostro riduzionismo in campo scientifico, ha contribuito ampiamente a spersonalizzare l’uomo rendendolo funzione e riducendolo a semplice “individuo” facendogli dimenticare la dimensione del gruppo e collettiva.

Ma il risultato è paradossale ancora una volta, perché l’uomo ridotto a funzione, l’individuo, si può credere tale solo a parole. A fatti egli può sussistere solo perché dietro di lui vi è un gigantesco apparato tecnico-economico che contribuisce a costruire nella stessa maniera con cui un’ape collabora inconsapevolmente alla costruzione dell’alveare (e non si può rendere facilmente un’ape “un’individuo”, dunque autosufficiente, indipendente, autonomo, ecc)

Così anche i maggiori pensatori di oggi non hanno dubbi nel scegliere sempre la Civiltà rispetto allo stato di natura.
Non avrebbero torto, se non fosse che questa civiltà non ha alcun valore. Si può salvare il concetto di civiltà senza salvare questa.
La questione diviene molto spinosa perché se non si intende salvarla bisognerà operare in maniera da creare delle alternative.

Autoproduzione e autostima

Il concetto di autoproduzione viene considerato come una risposta arcaica e una chiusura nel proprio mondo. Una fuga dalla civiltà.
Ma chi oggi rifiuta in toto questo concetto – dopo secoli di alienazione e di industrialismo –   si ostina ad identificarsi con la società della divisione del lavoro e limita se stesso a nuovi spazi di libertà.
Così, tutta l’enfasi che la nostra cultura pone nella partecipazione e nell’educazione politica nasconde una paura di creare alternative a questa società.
Due secoli di critica del capitalismo non hanno fatto retrocedere verso posizioni diverse dalla “Politica”. (Si veda su questo il prossimo articolo Per una critica della ragion politica)

L’autoproduzione individuale e collettiva apre invece spazi di libertà, forse gli unici che ci rimangono per dare una risposta ai problemi globali.
Non per risolverli ma per adeguarsi alla retroazione della Terra nei confronti dell’uomo.

Puntare sull’autoproduzione ha un significato anche più profondo. Significa riorientare la propria vita, significa dichiarare la propria volontà di decidere liberamente della propria vita, di fronte ad una crescente mancanza di libertà.

Tutto ciò ha a che fare con l’annoso problema dell’autostima, che ci afflige tutti.

Lungi dall’essere più contenti, con l’aver accumulato una ricchezza senza precedenti, siamo divenuti infelici e fragili. Le psicologie si armano di metodi e pratiche per porre rimedio ad una situazione senza però poter andare ad agire sulle cause. Si curano solo i sintomi.

Come raggiungere veramente la stima di sè all’interno di un sistema di cui occupo un’infima parte? L’uomo ridotto a funzione e ingranaggio come può davvero avere stima di sè e sviluppare sentimenti di fiducia e coraggio nella vita?
Come mai non riusciamo a capire questo? Come mai accettiamo così a testa bassa l’imposizione di un sistema industriale in cui solo in pochi ci guadagnano?

Siamo tutti dei Charlie Chaplin.

Spinoza chiedeva secoli fa: come mai l’uomo lotta così tenacemente per la sua schiavitù?
Socrate avrebbe potuto rispondere che lo fa perché, a causa di ignoranza, la scambia per ciò che gli sembra essere “il bene”.

L’unico spazio di libertà che si apre al singolo per recuperare un senso della propria vita è quello di svincolarsi il più possibile dall’economia rigettando il suo posto nel mercato del lavoro e pensare – almeno in parte – a far da sè per le proprie esigenze e bisogni di base.

(Come si è già detto altrove non si parla qui di un’uscita tout cour dall’economia, ma si cerca di porre la necessità di riservare maggiori spazi all’autoproduzione, meglio se in comunità)

 

La sfida dell’umanità

La più grande delle sfide oggi è rompere questa enorme corazza caratteriale che ci impedisce di “muoverci” liberamente nel mondo.

L’uomo ha ancora solo una vaga percezione dei pericoli che sta scatenando, di conseguenza non è nemmeno consapevole di quale sia la grande sfida che gli si pone.

Questo non va scambiato però come un invito a “cambiare il mondo”. La retorica rivoluzionaria fa parte forse proprio dei problemi dai quali dobbiamo uscire.

Questo è un invito a prendersi la propria responsabilità, non per salvare il pianeta ma per sperare di tamponare la “rivincita” di Gaia sull’uomo.

Gli appelli a cambiare il mondo ci fanno sentire impotenti e ci fanno richiudere in noi stessi. Dopo il primo entusiasmo tutto torna come prima.

La sfida è prima di tutto individuale.
Non si può pretendere che il cambiamento venga “dagli altri”. D’altra parte sarà molto più facile farlo in gruppo.

Dobbiamo cercare di svincolarci dal sistema economico per costruire comunità resilienti.
Se lo si farà da soli ciò non creerà altro che delle “isole”, autonome ma infelici.
Solamente il gruppo può davvero decidere di rendersi resiliente perché una divisione del lavoro su scala umana non soggetta alle leggi economiche facilita davvero il lavoro dell’uomo e lo spinge avanti nell’evoluzione.

Dunque impariamo anche dal passato. I nostri nonni (o bisnonni) collaboravano molto di più fra di loro. Forse erano spinti solo dall’interesse?
Poco importa. Questa è la strada per uscire dai guai.

In un’altro articolo abbiamo proposto un modello di “permacultura di comunità”.
La permacultura è una scienza che da alcuni decenni è volta a promuovere una “cultura permanente” basata non sui flussi energetici fossili ma su quelli più intermittenti ma rigenerabili del Sole e delle risorse rinnovabili.

E’ verso questo genere di progetti che bisogna andare, concentrandosi sul locale e non più sulla dimensione “politica” globale.
Tutte le iniziative della “Transizione” funzionano per questo scopo, ma dovrebbero situarsi in un ottica più lungimirante di quella attuale.

Per rendersi davvero resilienti bisogna creare un sistema di vita non basato sui combustibili fossili.

Non basta far circolare più denaro nel locale di fronte al rischio di shock sistemico globale della finanza.
Bisogna restaurare quei circuiti antichi basati sulla forza animale e sulle forze della natura (mulini ad acqua, ecc) in modo da differenziare le infrastrutture sulle quali abbiamo adattato la nostra vita.
Dato che a breve non potremo più contare sui fossili, cosa ci resta?

La breve epoca dei combustibili fossili ha smarrito il suo scopo, che era quello di generare una complessità socio-economica le cui innovazioni avrebbero traghettato la popolazione verso un mondo totalmente “rinnovabile”.

Abbiamo inventato il pannello fotovoltaico e abbiamo imparato ad imitare straordinariamente la natura (biomimicry).
Questa invenzione però rischia di non poter essere fruibile nel futuro a lungo termine in quanto presuppone tutta una complessità sociale e tecnologica di divisione del lavoro per la sua costruzione.
L’umanità non ha compreso qual’era la sfida e ha scelto di “ubriacarsi” di petrolio. L’energia che esso genera in termini di capacità di lavoro doveva essere utilizzata per creare una società 100% solare. Una società che sarebbe stata completamente diversa dall’attuale per via di una popolazione molto inferiore e dei flussi energetici molto inferiori.

E’ inutile piangere sul latte versato perché vi sono ancora dei compiti per coloro che sanno leggere i tempi.

Possiamo ancora sforzarci di restaurare quelle tecnologie precedenti e instaurare sistemi che ci portino oltre il collasso del sistema economico in maniera, si spera, da riportare quel pezzo di umanità che si rivelerà resiliente, nell’incerto futuro che si apre.

Non illudiamoci però ancora una volta sul termine “futuro”. (Si veda l’articolo: Il futuro: guardiamolo bene in faccia)

Da molto tempo siamo abituati a spostare i nostri problemi nel futuro.

Le gravi soglie sistemiche tuttavia ci fanno pensare che i problemi siano molto più vicini di quanto non sembri. Siamo in pericolo già da oggi.

(Si veda l’articolo La rivelazione del petrolio e dell’economia)

Affrontiamo insieme il lutto della nostra società. Come consigliano gli psichiatri, prima ne accetteremo la morte, prima saremo pronti a reagire.

 

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