PROGETTO AGRICOLO “LA MADONNETTA”

Sorgente: PROGETTO AGRICOLO “LA MADONNETTA”

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Agricoltura e cambiamenti climatici!

(Ho fatto copia e incolla da questo sito http://curiosity2017.blogspot.it/2017/03/fantastico-il-contadino-che-dichiara-di.html per condividere questo articolo veramente importante per chi fa agricoltura oggi. L’ho trovato rivelatorio, sebbene già avessi avuto notizie di pratiche simili, qui mi sembrano radicalizzate e utili a darci una pratica concreta per adattarci ai cambiamenti climatici)

 

Fantastico – Il contadino che dichiara di essere ignorante e autodidatta, ma che rivoluziona l’agricoltura: ecco come coltiva pomodori e ortaggi senza acqua né pesticidi, con un antico metodo che sta affascinando i biologi.

Pomodori senz’acqua ne pesticidi:
questo metodo affascina i biologi
I metodi di Pascal Poot, lontani dall’agricoltura moderna, sono oltreché iperproduttivi anche naturali e poco costosi. Gli scienziati pensano di trovare delle risposte ai cambiamenti climatici.
Qui il terreno è così sassoso e il clima così arido che le querce vecchie di 50 anni sono più piccole di un uomo. All’entrata della fattoria di Pascal Poot, sulle alture di Lodève (Hérault) troneggia un vecchio cartello in cartone: “conservatoria di pomodori”
Ogni estate, i pomodori gialli a pera e altri Neri di Crimea crescono qui in una pazza abbondanza.
Senza irrigazione malgrado la siccità, senza tutore, senza cure e alcun pesticida ne concimi, le sue migliaia di piante producono fino a 25 kg di pomodori ciascuna.Il suo segreto? E’ nei semi che Pascal Poot semina davanti a me, con dei gesti che mischiano pazienza e nonchalance. L’inverno sta per terminare nella regione, è venuto il tempo per Lui di affidare i suoi semi alla terra. Sono le prime semine dell’anno
L’uomo ha 52 anni ma sembra senza età.Questo figlio di agricoltori che ha lasciato la scuola a 7 anni si dichiara completamente autodidatta.Ha allevato pecore e coltivato castagneti prima di specializzarsi nelle sementi. Oggi semina su del terriccio, dentro una serra, quindi mette i vasetti su un enorme mucchio di letame fresco, per cui la temperatura nei giorni successivi arriverà a 70 gradi, riscaldando la serra e permettendo la germinazione dei semi.
La tecnica del letto caldo è molto antica. Questo permetteva agli orticoltori del XIX secolo di raccogliere meloni in città dalla fine della primavera. E questo permette a Pascal Poot di far germinare ogni anno migliaia di piante di pomodori, zucchini, peperoni, poi li pianta in piena terra e non se ne occupa più fino alla raccolta.
Mentre semina, Pascal mi spiega i dettagli del suo metodo:
“La maggior parte delle piante che oggi chiamiamo “erbacce” erano piante che si mangiavano nel Medioevo, come l’amaranto o il dente di cane.
Mi son sempre detto che se loro sono così resistenti è perché nessuno se ne è più occupato da generazioni .
Tutti cercano di coltivare gli ortaggi proteggendoli il più possibile, io invece
cerco di incoraggiarli a difendersi da soli.
Ho cominciato a piantare pomodori su un terreno pieno di sassi vent’anni fa, e all’epoca non c’era una goccia d’acqua. Tutti pensano che facendo così le piante muoiono, ma questo non è vero in effetti tutte le piante sopravvivono. All’inizio abbiamo pomodori piccoli, ridicoli. Bisogna raccogliere i semi dei frutti e seminarli l’anno seguente. Allora si cominciano a vedere veri pomodori, possiamo raccoglierne 1 o 2 kg per pianta.
Meglio ancora se aspettiamo un anno o due. All’inizio mi hanno preso per matto ma alla fine, i vicini hanno visto che io avevo più pomodori di loro e senza peronospora, allora la gente ha cominciato a parlarne e dei ricercatori sono venuti a vedere.”
“Alla fine degli anni 90, durante la lotta contro gli OGM, ci siamo detti che bisognava lavorare anche sulle alternative, ed abbiamo cominciato a fare l’inventario degli agricoltori che si facevano le proprie sementi. Ne abbiamo trovati tra 100 e 150 in Francia. Ma il caso di Pascal Poot era unico. Il minimo che si può dire è che lui ha una grande indipendenza di spirito, segue le sue regole, e per mia conoscenza nessuno fa come lui.
Lui seleziona le sue sementi in un contesto molto difficile e di stress per le piante e ciò le rende estremamente tolleranti, migliora le loro qualità gustative e fa si che i nutrienti sono più concentrati. Oltre ciò lui coltiva diverse centinaia di varietà differenti, pochi agricoltori hanno una conoscenza così vasta”
I ricercatori cominciano solo ora a capire
i meccanismi biologici che spiegano il successo del metodo di Pascal Poot
…assicura Véronique Chable, specialista in materia a l’INRA-Sad de Rennes che ha realizzato delle ricerche sulle selezioni di Pascal Poot dopo il 2004
“Il principio base è di mettere le piante nelle condizioni in cui vogliamo che crescano. L’abbiamo dimenticato ma da molto tempo fa parte del buon senso contadino, oggi si chiama ereditarietà dei caratteri acquisiti in altre parole c’è una trasmissione dello stress e dei caratteri positivi delle piante per più generazioni.
Bisogna comprendere che il DNA è un supporto di memorizzazione plastico , non è solo la mutazione genetica che causa il cambiamento , c’è anche l’adattamento , con geni che sono dormienti , ma che possono  risvegliarsi . La pianta produce dei semi dopo aver vissuto il suo ciclo, e conserva memoria di alcuni aspetti acquisiti
Pascal Poot gestisce bene questo, le sue piante non sono molto differenti dalle altre a livello genetico ma hanno una capacità di adattamento impressionante.”Questa capacità di adattamento ha un valore commerciale. Durante la mia visita, molti hanno chiamato Pascal per ordinare delle sementi. L’agricoltore vende i suoi semi a molte aziende bio, come Germinance. Kevin Sperandio, artigiano sementiere di Germinance, ci spiega:
“Il fatto che le sementi di Pascal Poot si siano adattate a un territorio difficile fa si che hanno una capacità di adattamento enorme, valida per tutte le regioni e per tutti i climi. Non non abbiamo i mezzi di fare questo genere di test ma sono sicura che se facessimo un confronto tra una varietà ibrida, quella di Pascal Poot e un seme bio classico sarebbero quelle del conservatore dei pomodori che otterrebbero i migliori risultati”
Una parte dei semi sono venduti illegalmente,perchè non sono iscritti nel catalogo ufficialedelle specie e varietà vegetali del GNIS(raggruppamento nazionale interprofessionale delle sementi e delle piante)
“Una delle mie migliori varietà è la Gregori Altaï.Ma non è iscritta nel catalogo, forse perché non è abbastanza regolare. Molte varietà sono come questa. L’autunno scorso, la sementiera  Sementi del Paese a un controllo di repressione frodi ha trovato 90 infrazioni nel loro catalogo, il principio stabilisce che siamo autorizzati a vendere i semi che danno frutti tutti uguali e danno gli stessi risultati in ogni luogo. Per me questo è il contrario della vita, che riposa sull’adattamento permanente.
Questo porta a produrre dei cloni ma vediamo sempre più che questi cloni sono come zombi…”
Alla domanda su questi controlli, un rappresentante di GNIS spiega:
“Il nostro obiettivo è quello di fornire una protezione per l’utente e il consumatore. Il settore francese delle sementi è molto importante, ma ha bisogno di un’organizzazione e di un sistema di certificazione”.
Tuttavia la standardizzazione della frutta e dei semi si fa spesso a scapito del gusto e delle qualità nutrizionali . E potrebbe , in futuro , danneggiare gli agricoltori , dice Veronique Chable
“Il lavoro di selezione dei semi dimostra che siamo in grado di far crescere la pianta in condizioni molto particolari . Ma l’agricoltura moderna ha perso di vista che tutto questo si basa sulla capacità di adattamento. In un contesto di rapidi cambiamenti climatici e ambientali il mondo agricolo avrà bisogno di questo . Dovremo preservare non solo i semi , ma anche la conoscenza degli agricoltori , le due cose vanno insieme”.Per condividere questa conoscenza , ho chiesto a Pascal di spiegare come si selezionano e raccolgono i suoi semi. Ecco i suoi consigli:
“Bisogna raccogliere il frutto più tardi possibile, appena prima del primo gelo così avrà vissuto non solo la siccità estiva , ma anche le piogge autunnali.
Il pomodoro è molto speciale . Quando si apre un pomodoro , i semi sono in una specie di gelatina, come un bianco d’uovo . Questa gelatina impedisce ai semi da germogliare all’interno del frutto , che è caldo e umido.
I semi non germoglieranno fino a quando la gelatina non sarà marcita e fermentata.
È necessario dunque far fermentare i semi .Per questo bisogna aprire il pomodoro , togliere i semi e lasciarli per alcune ore nel loro succo , per esempio in una ciotola e ci sarà poi una fermentazione lattica.
Dobbiamo monitorare la fermentazione come il latte sul fuoco , può durare tra 6 e 24 ore , ma non deve formarsi  della muffa. Poi se prendendo un seme col dito si stacca bene dalla gelatina allora è pronto.
Si mette il tutto in un colino da tè ,si lava con l’acqua e si mette ad asciugare. così si ottiene una percentuale di germinazione tra il 98 % e il 100 %
Il peperone è diverso , basta lavare i semi , asciugarli su un setaccio fine e conservare. Per il peperoncino è lo stesso ma occorre fare attenzione perché i semi sono molto piccanti , e questo passa anche attraverso i guanti . Una volta che ho raccolto i semi di peperoncini Espelette senza guanti , ho dovuto passare la notte con le mani in acqua ghiacciata !”
Fonte: https://pantagruel2020.wordpress.com/2016/05/18/pascal-poot-un-francese-che-coltiva-ortaggi-senzacqua/

Agricoltura e sovrappopolamento

La rivoluzione neolitica

La sovrappopolazione è la piaga che affligge… la popolazione umana. Si ritiene che la grande spinta all’espansione umana sia stata data dall’agricoltura ma se si dovesse raccontare tutta la storia, secondo Jared Daimond (Armi, acciaio e malattie), l’umanità cacciatrice-raccoglitrice aveva già raggiunto dimensioni tali, pur nel suo peregrinare, da necessitare di nuovi modi per ottenere nutrimento. Non bastavano più i frutti delle piante spontanee e la caccia degli animali.

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La soluzione fu trovata, a quanto pare, quando egli intuì la possibilità di coltivare da sè alcune piante commestibili (e poi nell’addomesticamento degli animali più “docili”). E’ ciò che è noto come “rivoluzione neolitica”. A partire da quel momento non si sarebbe più stati in balia delle scorte di madre natura e del caso. O almeno non come prima… Scoprendo che le piante potevano essere “artificialmente” riprodotte, l’uomo non aveva più bisogno di spostarsi regolarmente per ricercare il proprio cibo.

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Ma tutto ciò non sarebbe stato un evento così positivo come la Storia canonica ci fa credere (l’umanità si racconta sempre delle “storie”, siano esse buone o cattive). Potrebbe essere infatti che l’umanità si sia dovuta ingegnare nel dover trovare delle nuove soluzioni di fronte ad una nuova minaccia di scarsità. O era la prima vera minaccia? Si trattava del primo spartiacque entropico?

Per chi ha letto quel famoso libro di Jeremy Rifkin (Entropia), l’umanità ha dovuto superare man mano certi ostacoli nel suo cammino, degli spartiacque, o ne è uscita sempre tramite l’invenzione di nuovi mezzi tecnici. Da qui il mito della tecnologia come mezzo di risoluzione dei problemi. Ma Rifkin ci racconta una storia opposta: la tecnologia interviene per superare ogni volta una grave situazione di stallo. Così la situazione è formalmente la medesima oggi, come lo era prima della rivoluzione industriale e come lo era per quei cacciatori-raccoglitori che si sono dovuti inventare una nuova straordinaria techne: l’agricoltura.

Secondo Claude e Lidia Bourgignon (Il suolo un patrimonio da salvare) però prima dell’agricoltura vera e propria bisogna menzionare una forma di protoagricoltura: la debbiatura. Si dava fuoco a un pezzo di foresta e il suolo rimaneva fertile per qualche stagione, il tempo che le erbe avventizie prendessero il sopravvento e ritrasformassero quell’ecosistema disturbato in foresta (successione ecologica). Si seminava sul suolo incenerito facendo un buco o un solco e ricoprendo. Questa era la prima forma di protoagricoltura.

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Cos’è cambiato con la rivoluzione neolitica? Non si è più avuto bisogno di continuare a spostarsi per bruciare nuovi pezzi di foresta. Così l’uomo diveniva stanziale e non doveva continuamente muoversi e portarsi dietro tutte le sue cose. La lotta contro le erbacce avveniva tramite nuove tecnologie come la zappa e l’aratro trainato dai buoi (le prime tracce pare che risalgono all’inizio dell’età del bronzo).

Enormi problemi

E’ risaputo che l’agricoltura è una dell’attività antropiche che contribuiscono maggiormente al riscaldamento globale in quanto necessita di enormi input di combustibili fossili. L’agricoltura è un processo industriale – non esiste più il contadino e una sua “cultura”; oggi si chiama conduttore agricolo – e ciò fa della produzione di cibo un processo meccanico e anonimo. Non si tratta solo di questo. Come già aveva scritto Ted Patzek (in un articolo del 2014 pubblicato su Effetto Risorse), “l’agricoltura industriale è il progetto più vasto al mondo come impatto sulla Terra”. Tuttavia se il processo di produzione del cibo richiede grandi apporti di petrolio, ciò non significa che in precedenza essa fosse in linea con i dettami dell’ecologia. Tutt’altro. Dobbiamo chiederci come mai la “mezzaluna fertile” – quella fascia di terra che va dall’Egitto al Golfo Persico disegnando una mezzaluna e che ha visto nascere le prime civiltà agricole – sia oggi completamente desertificata.

Fonte: Wikipedia. La zona in rosso nel Medio Oriente, ad alto rischio di desertificazione è proprio la cosiddetta “mezzaluna fertile”. Anche l’Iran era molto fertile ed è ad alto rischio.

Come mai una delle zone più fertili del mondo oggi si ritrova in questo stato e invece in Europa (per esempio la pianura padana) o altrove il rischio è minore? E’ molto semplice: è lì che lo sfruttamento del suolo è cominciato prima. Certamente fattori climatici possono aver contribuito ad accelerare il processo, ma fatto sta che l’uomo non è riuscito a creare un agricoltura durevole, cioè una maniera ecologica di sostentarsi.

Si potrà pensare che poteva essere difficile capire che – quando questa nuova soluzione era appena stata trovata – il suolo utilizzato tende a perdere la sua fertilità. Il problema è che nemmeno i nostri attuali conduttori agricoli sembrano esserne troppo al corrente. L’illusione dell’agroindustria e dell’agricoltura industriale è la stessa che è generata dal sistema economico: sembra che sia solo una questione di denaro o di energia e che ogni ostacolo potrà essere superato.

Il dramma dell’aratura

Se da un lato l’invenzione dell’aratura è stata una rivoluzione perché ha permesso di incrementare le rese, dall’altro lato ha amplificato e rilanciato l’annoso problema dell’umanità: il sovrappopolamento. Infatti l’aumento delle rese ha permesso un aumento del benessere e della popolazione, come ha spiegato Jared Daimond.

Per di più si tratta di una soluzione che non esiste in natura. Il capovolgimento degli strati superficiali del terreno genera un esplosione immediata di fertilità dovuta all’iperossigenazione (un processo assai simile a quello del picco glicemico e conseguente ipoglicemia che avviene nell’organismo umano, quando vi è un eccesso di zucchero nel sangue). L’effetto dura per qualche stagione, poi comincia a calare la produttività. Persino se si aumenta la quantità di materia organica con il compostaggio o le letamazioni, ciò non può impedire che si operi una lenta degenerazione del suolo, infatti ogni nuova aratura ammazza i vari tipi di fauna, spezza le reti di micelio e rende il suolo a prevalenza batterico, predisponendolo a malattie. A lungo andare si dovrà cambiare terreno o rassegnarsi a lasciarlo a riposo o a culture rigenerative per diverso tempo.

La storia dell’agricoltura dunque non è cambiata di molto dalle prime debbiature ad oggi. L’uomo crea dei deserti (e la maggior parte della cosiddetta agricoltura biologica non è esente da tale critica) e poi li abbandona. L’illusione è che oggi nonostante tutto la situazione sia diversa e che siamo più consapevoli dei rischi che corriamo rispetto al passato.

Ma che ne sarà dell’agricoltura e della produzione del cibo quando non potremo più ricorrere al petrolio per produrre tutte le calorie di cui fabbisogna la popolazione mondiale? Si tratta di un problema di massima importanza e non a caso i movimenti di Transizione e Decrescita hanno cominciato proprio da questo la loro sfida al cambiamento.

Perché non riusciamo a fare la Transizione? Il problema dell’economia (parte terza)

La consunzione come processo economico

Vi sono molti aspetti connessi con la nostra difficoltà di trovare soluzioni ai cambiamenti climatici e al problema delle risorse. Come cerco di dimostrare in questa serie di articoli, ciò sembrerebbe essere causato dal fatto che il sistema economico impedisce uno sviluppo etico e sociale autentico.
Un aspetto decisivo riguarda la palese contraddizione che si genera nel momento in cui da una parte vi è l’esigenza etica di ridurre i consumi, dall’altra l’impossibilità pratica a farlo in quanto il “sistema” necessita del loro continuo incremento per continuare a sussistere.

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Se si pensa all’estensione che il consumo ha assunto nelle nostre pratiche è difficile non percepirlo come qualche cosa di “osceno”. La parola implica un esaurimento, una delapidazione di materia.

Effettivamente è proprio questo il significato che assume nelle nostre società. Esse vivono del consumo di qualcosa in maniera tale da impedirne il riutilizzo.  Una ri-sorsa è tale perché può rinnovarsi nel tempo. Ma bisogna prendere delle precauzioni affinchè possa continuare a generarsi.

Il processo economico in quanto tale vive della “fine” o morte di un oggetto, di una merce. Solo questa è la condizione affichè il processo produttivo possa poi ripartire (anche su questo Jean Baudrillard ha scritto pagine memorabili). Come sarebbe possibile il consumo altrimenti? Come sarebbe possibile il “consumismo” senza la consunzione dell’oggetto?

Solo così si comprende il fenomeno della “obsolescenza programmata”. Tutti hanno notato  che le auto si rompono più facilmente di una volta. Ciò avviene affinchè si possano produrre e infine comperare nuove automobili.  Dunque il sistema economico per definizione necessita dell’esaurirsi del “valore d’uso” di una merce affinchè sia possibile far ricominciare lo scambio.

(Che sia una “pulsione di morte” quella che ci spinge? Come spiegare questa coazione a ripetere propria di una società intera?)

Il circolo vizioso

Abbiamo ricordato che l’obiettivo degli “ecologisti” (per riunire in un’unica categoria tutti coloro che hanno sensibilità verso le sorti del pianeta e dell’uomo) è ridurre i consumi: la cosiddetta sostenibilità, lo sviluppo sostenibile.

Ora, c’è un signore, il già citato Serge Latouche, che ha capito che questo non è possibile. Lo sviluppo sostenibile è un ossimoro, diceva. Come sarebbe? Se questo non è possibile cosa ci resta da fare?

Ebbene, come possiamo ridurre i consumi se l’economia ha bisogno di “rilanciarli” per continuare a crescere?

Ovunque si sente parlare di “rilanciare i consumi”. E’ chiaro: senza vendite, senza spese, senza consumi l’economia non può andare avanti. Capite che per quanto un ambientalista voglia ridurli, non potrà farlo fino a che parteciperà al sistema economico. Non si è consapevoli che il sistema che ci fa vivere necessita di crescere.

L’economia vive di questo. Non può esistere se non vi è crescita.

Che cos’è la crescita? E’ l’aumento di denaro nel mondo, come si è visto nella prima parte. (Se il PIL è +, allora l’economia funziona). Ora, la crescita è possibile solo all’interno di un circuito, quello della domanda e dell’offerta, in cui ciò che è prodotto viene comperato.

Tanto più vi saranno consumi che alimenteranno produzioni e viceversa, tanto più vi sarà crescita, secondo le dinamiche che abbiamo imparato a conoscere nel XX secolo. Per questi motivi è del tutto assurdo richiedere al sistema di ridurre i consumi, quando il suo funzionamento interno è la loro crescita.

E’ una condizione fisiologica. E’ talmente semplice – come il meccanismo della creazione di denaro da parte delle banche tramite gli interessi – che è difficile spiegarlo! Che il PIL debba salire non è un requisito secondario, ma necessario all’esistere stesso del sistema economico.

Quanto può durare questo circolo?

La crescita non è possibile in un pianeta dalle risorse finite e oggi ci troviamo nella “age of limits”, l’età dei limiti. Lo “sviluppo” ha dei limiti, come ci ricordano Dennis e Donella Meadows dal 1972.

Facciamo dunque l’ultimo passo. La crescita implica che ogni anno si produca di più del precedente (per esempio: 2017 +1%= devo produrre la stessa quantità di materia del 2016 e l’1% in più!). E’ possibile una crescita illimitata? No, non è possibile in un pianeta finito. Le risorse sono limitate. Queste sono le condizioni della crescita: una fornitura continua e costante di energia. La crescita del PIL dipende in tutto e per tutto dal consumo di energia.

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Fonte: Gail Tverberg – Our finite world. Questo grafico illuminante mostra la correlazione fra il PIL mondiale (GDP) e il consumo di energia. Emerge una funzione lineare fra le due. La crescita economica è perfettamente correlata al consumo di energia.

E’ possibile creare/ottenere energia a piacimento? Supponiamo che sia possibile, per esempio con la “fusione nucleare”. Cosa ce ne facciamo? Il problema semplicemente si sposta dal lato della materia. Infatti, affinchè vi sia “produzione” vi deve essere “materia” da cui trarre le merci, i prodotti che andranno venduti. (L’economia necessita della produzione materiale per il processo di scambio)

Non è possibile creare materia dal nulla e una fonte di energia, per quanto infinita non può far nulla contro la dilapidazione delle risorse naturali, necessarie ad alimentare il processo produttivo. Riproponiamo qui una citazione di Serge Latouche:

L’intuizione dei limiti della crescita economica risale certamente a Malthus, ma trova il suo fondamento scientifico solo nella seconda legge della termodinamica di Sadi Carnot. […] L’economia ignora dunque il concetto di entropia, ovvero la non reversibilità delle trasformazioni dell’energia e della materia. […] L’ultimo legame con la natura è stato reciso attorno al 1880 quando la natura è stata eliminata dalle funzioni di produzione […] Si realizza così un incosciente spreco delle risorse non rinnovabili disponibili e un sotto-utilizzo del flusso abbondante di energia solare – Serge Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, 2007

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Fonte: google immagini

Come dice Serge Latouche: “L’economia è una menzogna”.

(continua…)

Perchè non riusciamo a fare la Transizione? Il problema dell’economia (seconda parte)

DISEGUAGLIANZE ECONOMICHE

Vi sono molti aspetti connessi con la nostra difficoltà di trovare soluzioni ai cambiamenti climatici e al problema delle risorse. Come cerco di dimostrare in questa serie di articoli, ciò sembrerebbe essere causato dal fatto che il sistema economico impedisce uno sviluppo etico e sociale autentico.
In questi ultimi anni si è fatto sempre più evidente il crescente divario dei redditi. Si tratta di una situazione generata dal funzionamento del sistema o è temporanea e risolvibile? In che modo va ad incidere questo sulla nostra capacità di trovare risposte pratiche ai problemi globali?

Non può esistere economia senza crescita. Ciò significa che la quantità di denaro nel mondo deve continuamente aumentare. Ma come si distribuisce la ricchezza?

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fonte: http://www.lteconomy.it

Il tema della disuguaglianza è anche emerso nel corso degli incontri al World Economic Forum a Davos (19 gennaio 2015), quando, Winnie Byanyima, direttore esecutivo di Oxfam International, ha presentato i risultati di una delle ultime pubblicazioni di Oxfam sulla disuguaglianza, ‘Wealth: Having It All and Wanting More,’ evidenziando che la ricchezza aggregata dell’ 1 per cento più ricco della popolazione mondiale supererà quella del restante 99 per cento entro il 2016 [grassetto mio]

Abbiamo visto che il sistema economico si basa sulla crescita del capitale. Tutto ciò è noto sotto il nome di Capitalismo.
Vediamo un paio di grafici la cui idea è mettere in relazione la grandezza del continente, la % di popolazione e la % di ricchezza. Qui sotto la situazione nel 1990.

fonte: http://www.wordmapper.org

Vediamo di seguito invece come sia cambiata nell’arco di quasi 30 anni.
Il Sud del mondo si assottiglia ancora di più a favore del Nord, ma dopo 30 anni è l’oriente che sta crescendo, non l’occidente.

fonte: http://www.wordmapper.org. La situazione odierna, nel 2016.

Ma sappiamo bene che è all’interno dei singoli paesi che si manifestano la diseguaglianze. Non v’è una distribuzione egualitaria della ricchezza e questo, secondo Thomas Piketty (Il Capitale nel XXi secolo; Income inequality in the US, 1913-1998) e Gail Tverberg (Why we have a wage inequality problem – Our finite world ) è una componente fondamentale – se non primaria – dell’attuale crisi economica.

fonte: google immagini. L’immagine illustra il 99% del mondo schiacciato dall’1% composto, in ordine di potere esercitato, da banche, corporation e politici.

Vorrei soffermarmi sull’idea che vi sia un problema di fondo molto importante che riguarda le diseguaglianze economiche. L’Occidente è travagliato da questo problema. Lo dimostrano le lotte degli ultimi due secoli fra ricchi/poveri o capitalisti/comunisti.

E’ stato Marx, in un certo senso, a spaccare la società in due, mettendo da una parte i lavoratori-produttori-salariati e dall’altra i “possessori dei mezzi di produzione”. Ma ciò – anche se per ragioni ideologiche – risultava dalla considerazione del funzionamento del sistema capitalistico.
Sembra che il sistema sociale debba scindersi, per via delle condizioni necessarie alla creazione di capitale: chi stipendia e chi è stipendiato; chi possiede i mezzi per poter produrre e chi lavora; produttori e consumatori.
(E’ evidente che anche i “produttori” sono consumatori. Qui si allude a quella divisione dei redditi che avviene a monte del semplice atto di acquisto. Come produttori si intendono gli “imprenditori”. Ogni imprenditore è anche consumatore, in quanto vivente, e ogni consumatore contribuisce a produrre dei beni. Ciò non toglie che i capitali si spostino – come vedremo adesso – dalla parte di chi possiede i “mezzi di produzione”).

Come vedremo fra poco, è questa spaccatura la matrice di tutte le disuguaglianze sociali in quanto i profitti si spostano necessariamente dalla parte di chi possiede i mezzi di produzione.

Da chi viene prodotta la ricchezza e in quali tasche finisce? ai lavoratori o agli imprenditori? E’ stato notato uno spostamento graduale dei redditi proprio nella direzione di chi “possiede”.

Oxfam4

Oxfam Italia ha pubblicato un rapporto che riguarda nello specifico il nostro paese. I dati sulla distribuzione nazionale della ricchezza del 2015 mostrano come l’1 per cento degli italiani più ricchi abbiano il 23,4 per cento della ricchezza nazionale netta. L’aumento della ricchezza dal 2000 al 2015 non si è distribuito in modo equo: oltre la metà secondo Oxfam è andata al 10 per cento più ricco degli italiani

Al consumatore, ironicamente, viene lasciato il “potere d’acquisto” e l’illusione di poter partecipare attivamente alla vita economica mentre è del tutto eterodiretto dalle logiche commerciali globali (cosa può il piccolo agricoltore contro la FAO?).

Ma come avviene questo spostamento? Un illustre sociologo italiano, Luciano Gallino, ha ben chiarito la questione nel libro Il colpo di stato di banche e governi (Einaudi, 2015) (e in Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegata ai miei nipoti – Einaudi, 2015).

Dopo aver parlato delle origini strutturali della crisi attuale (2007-2008) – che hanno avuto origine negli anni ’80 quando è cominciato un predominio della finanza sull’economia reale come risposta alla crisi del regime di accumulazione – egli spiega che l’accumulazione è la:

crescita del capitale esistente mediante nuove dosi di altro capitale derivante da eccedenza del valore realizzato della produzione sul consumo in un determinato periodo. (grassetto mio)

E continua dicendo:

L’accumulazione accresce costantemente la frazione di capitale investita in mezzi di produzione mentre diminuisce proporzionalmente la frazione investita in forza lavoro. (grassetto mio)

Queste due citazioni difficili ci dicono che il capitale si accresce solo perché una parte sempre maggiore di profitto resta in mano all’imprenditore, mentre una sempre minore in mano al dipendente. E’ questo il processo che ha generato la grande disoccupazione di questi anni e la tendenza alla meccanizzazione/robotizzazione delle aziende: ridurre i costi di sussistenza dei lavoratori. I robot non hanno bisogno di stipendio!
Qui di seguito Gail Tverberg mostra il trend di discesa dei redditi dal 2000.

gail tverberg oil prices recession

Fonte: Gail Tverberg – Our Finite World. Il grafico mostra il rapporto fra i redditi (wage) e il PIL (GDP).

La maggior parte dei profitti generati dalla forza-lavoro finiscono all’imprenditore (e ai soci azionari). Si alimenta sempre più il divario fra una popolazione disoccupata e con sempre minor salario e degli imprenditori ultra-ricchi.

Abbiamo visto sopra come questa situazione sia omogenea su tutto il pianeta per via del mercato “unico”, la globalizzazione. Una sola è la legge che unifica il Nord ricco e il Sud povero. Ma è una situazione che può durare? Il capitalismo può continuare ad esistere in eterno?

Marx credeva che il capitalismo portasse in sé i germi del suo superamento e che ciò sarebbe avvenuto già a fine XIX secolo attraverso una socializzazione della produzione ad opera delle masse dei lavoratori. Ciò non è avvenuto e un secolo di lotte comuniste si è risolta infine in una netta vittoria del neo-liberismo. Oggi del comunismo resta solo uno spettro.

In definitiva il marxismo-comunismo restava solidale con la “colossale visione del mondo” del suo acerrimo nemico capitalista. Non viene mai meno l’esigenza produttivaecco perché il capitalismo si è dimostrato più potente nel portare avanti questa logica.
Come hanno mostrato per esempio Jean Baudrillard e Naomi Klein, esso utilizza ogni mezzo per fortificarsi, persino la critica che gli viene rivolta – le lotte rivoluzionarie; il pensiero critico – viene ri-prodotta dal sistema per autoalimentarsi.

(continua…)

Perché non riusciamo a fare la Transizione? Il problema dell’economia

Introduzione

Forse non abbiamo ancora compreso fin dove arriva il “problema umano” dietro a tutta questa faccenda delle risorse e del picco del petrolio .

In accordo con la nostra epoca scientifica, siamo convinti che per poter dare risposte alla “crisi” siano sufficienti i mezzi tecnici, mentre dovrebbe apparire evidente – dopo secoli di guerre e distruzione ambientale – che la tecnologia nelle mani dell’uomo può portare più danni dei benefici che crea.

E’ importante ricordare l’avvertimento di quel grande pensatore che ha dato inizio allo studio del Sistema-Terra in maniera così innovativa, Dennis Meadows:

“Ci comportiamo come se il cambiamento tecnologico possa sostituire il cambiamento sociale”. (fonte: http://ugobardi.blogspot.it/2014/06/dennis-meadows-e-troppo-tardi-per-lo.html)

Bisognerebbe chiedersi dunque, che cosa blocca lo sviluppo sociale? Il che equivarrebbe a domandare: perché i nostri tentativi di operare dei cambiamenti concreti (la transizione alle rinnovabili) non riescono ad arrivare a buon fine? Perché la società è così lenta nel cercare di salvare sè stessa?

E qui troviamo un aspetto ancora del tutto incompreso che cercherò di chiarire, infatti: il problema è l’Economia. Non perché non abbiamo abbastanza denaro da mettere in campo – ora che siamo al termine della partita? – ma perché pretendiamo di risolvere il problema esattamente nel modo in cui l’abbiamo creato. Ricordiamo le parole di Einstein:

“Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo”

Infatti il problema non è il petrolio di per sé (o qualsiasi altra fonte energetica), bensì il fatto che ne abbiamo subordinato l’estrazione e l’utilizzo alle dinamiche economiche, le quali sviluppano un sistema e una logica che non dipende più dagli attori che vi partecipano, ma che li trascende (in un sistema il tutto è “maggiore” della somma delle parti).

Sebbene abbia generato una enorme “complessità” in termini di sviluppo scientifico e sociale, l’Economia è quella cosa che ci impedirà di giungere all’obiettivo di una “società solare” basata su energie rinnovabili (nel senso indicato per esempio da Ugo Bardi nel libro La Terra svuotata) – obiettivo che sarebbe degno di una specie umana compiuta.

In questi articoli cercherò di mostrare che Economia non è una così bella parola e non può aiutarci nel viaggio verso un futuro sostenibile – un futuro che sembra drammaticamente vicino in realtà, perché come ci ricorda sempre Dennis Meadows:

“è tardi per lo sviluppo sostenibile, dobbiamo mettere più enfasi sulla resilienza del sistema” (fonte: articolo sopra citato)

La domanda che si pone è dunque a) se è possibile può fare la transizione energetica all’interno del sistema economico, e b) se non lo è, che soluzioni ci rimangono?

Perché ci è così difficile pensare in termini diversi da quello che Serge Latouche chiamava “immaginario economico”?

Il cambio di paradigma che ci serve non riguarda il tipo di energia che dobbiamo utilizzare o quali tecnologie mettere in campo, bensì la necessità di uscire dalla legge del valore. La nostra cultura erige lo scambio monetario a valore imprescindibile, ma questo è basato su di un meccanismo che lo porta ad una accumulazione senza via d’uscita (la nota “crescita”).

Ovviamente, non si tratta di qualcosa di così semplice nè da comprendere nè da accettare, perché coinvolge l’intera cultura sopra la quale “prosperiamo”.

Crescita e sistema monetario

Dal 1820 al 2003 l’economia è cresciuta con un tasso medio del 2.25% l’anno (fonte: David Korowicz, Trade-off. Financial System Supply-chain Cross Contagion – a Study in Global Systemic Collapse, http://www.davidkorowicz.com).

Lo scopo primario di un’economia oltre alla produzione di merci, lo sappiamo tutti, è ottenere denaro. Ora, non c’è crescita senza aumento di denaro.
La produzione di merci è contrassegnata nel nostro sistema dal simbolo monetario, che utilizziamo per valutare (dar-valore) le merci.
Siamo abituati a considerare in termini monetari quasi ogni attività che facciamo.
Per questo il PIL (in inglese GDP) è considerato l’indicatore principale delle economie.
Ma al di là di questo vi sono questioni decisive connesse all’uso del denaro come mediatore delle attività economiche.

Esser parte del sistema economico significa condividerne implicitamente alcuni assunti.
Qualunque attività commerciale o azienda, pubblica o privata, per sussistere dovrà adeguarsi ad una regola fondamentale.

il capitale finale deve essere > del capitale iniziale

E’ evidente: se dalla mia attività non ho ricavato un surplus, o sono in pareggio o sono in rosso, entrambi risultati negativi. L’unico risultato possibile in economia è il profitto.
Ogni azienda, ogni attività che produce reddito ha questa esigenza.
Tutti devono “crescere”, ciò implica che:

la quantità di denaro pro capite deve aumentare progressivamente

fonte: J.Bradford DeLong (da wikipedia)

Anche una persona povera dovrà avere alla fine di più di quanto aveva all’inizio (in intervalli di tempo), altrimenti dovrà affidarsi ad altri o perirà.

Il passo seguente è comprendere le implicazioni di questo meccanismo a livello macroeconomico, infatti:

la quantità totale di denaro nel mondo deve aumentare progressivamente 

https://www.blia.it/debitopubblico/grafico2012.png
fonte:www.blia.it. A sinistra la percentuale debito/PIL in % visualizzata dalle colonne in blu. L’andamento del grafico illustra la serie storica per l’ITALIA dal 1861 al 2012. A destra è indicata la grandezza dell’economia in milioni di euro. L’andamento del PIL corrisponde alla linea nera; l’andamento del debito pubblico alla linea rossa. Cliccando su questo link si può ottenere inoltre il confronto tra PIL nominale e PIL reale, debito nominale e debito reale: https://www.blia.it/debitopubblico/

Il grafico mostra la tendenza alla crescita, macroscopica soprattutto nella parte destra in corrispondenza della fine della Seconda guerra mondiale e del boom economico.

Condizione della crescita oltre alla disponibilità di risorse naturali, è il “debito”.

Per far si che il denaro nel mondo possa aumentare continuamente vi deve essere un meccanismo che ne permette l’espansione. (Su questo Gail Tverberg: https://ourfiniteworld.com/2016/05/02/debt-the-key-factor-connecting-energy-and-the-economy/ la quale cita Kenneth Rogoff: http://voxeu.org/article/debt-supercycle-not-secular-stagnation ).
Come “produrre” denaro se tutti devono ottenere un aumento relativo del loro capitale?
Ciò è possibile solamente tramite lo scambio del denaro stesso.

Il denaro è debito.

Come si vede dal grafico, vi è una netta correlazione fra la crescita della moneta e la crescita del debito. Ciò non è un effetto casuale prodotto dal sistema ma è il funzionamento stesso della moneta, in quanto è necessario che lo scambio di denaro con merce produca un surplus del denaro iniziale, altrimenti non si potrebbe creare alcuna “circolazione” e non vi sarebbe crescita.
Tale meccanismo è possibile grazie all’ammontare di una quantità di denaro “fantasma” – il debito appunto – che funge da “pompa” (leva finanziaria) per la crescita.

Ebbene, i debiti non possono venire ripagati perché è il debito che fornisce al sistema la possibilità stessa dello scambio di denaro e dunque gli permette di crescere.

Scopriamo così che la struttura stessa della nostra economia si regge su di un meccanismo paradossale.

In quanto fornitrici di credito, gli istituti bancari sono i principali strumenti di leveraggio della nostra economia (nonchè dello Stato, che così si trova in posizione scomoda di sudditanza). E’ noto quale è stato il loro ruolo in numerose crisi finanziarie a causa dei fenomeni di “bank run”. Per ulteriori spiegazioni: Luciano Gallino, Il colpo di stato di banche e governi oppure Chris Martenson, Crash course visibile su https://www.youtube.com/watch?v=Ec85sWSn7iQ&list=PLB048101DAAD68046&index=10

(continua…)

Buddha, Gesù e le risorse naturali (parte seconda)

La paura della morte

Non riusciamo ad accettare la morte, perchè essa significa la nostra morte, la morte dell’Io. Questo è il principale e fondamentale fantasma che regola le nostre esistenze e si interpone fra noi e il mondo, fra noi e la nostra felicità.

La morte è per noi dolorosa. E’ sinonimo di dolore. Ma io credo che su questo ci sbagliamo di grosso. Noi temiamo il dolore della morte, cosicchè finiamo per proiettare nella morte le nostre paure, come se ci dovesse aspettare un surplus di dolore. E’ il dolore in vita che temiamo. Questo ci spinge a preoccuparci, soprattutto quando la comunità non si occupa di noi e noi non ci occupiamo di lei. Ne viene che temiamo questo evento, in quanto sancisce la fine delle nostre aspettative e speranze. Un Io che soffre è un Io che non gode della vita, di conseguenza teme la morte perché non riesce a vivere pienamente.

Chi vive pienamente non teme la morte, o almeno non ne è ossessionato.

La morte viene sentita e vissuta come la fine dell’Io, ma ciò succede solo se la persona si è staccata e separata dal mondo. E’ quello che è successo quando le nostre società hanno scelto la strada dell’individualismo esasperato. Ognuno è costretto a preoccuparsi di se stesso e della propria vita – fino alla morte. 

La nostra vita contemporanea può essere definita come un “sistema della preoccupazione”. Tutte le nostre attività vivono di una continua tensione, che è quella della preoccupazione di dover controllare la propria vita per garantirne la continuità. Non accettando il corso delle cose – che implica l’accettazione del divenire, dell’impermanenza (per tornare a Buddha) e dell’accidentalità – dobbiamo imporre in tutti i modi un sistema artificiale che cerchi di impedirlo. Tuttavia, non potendolo, ciò genera il più grande dei dolori, ovvero la continua percezione dell’assurdità e del dolore dello spettacolo della morte altrui.

Ci appare insensato che una vita sia spezzata quando ancora giovane. Non dovrebbe essere così, non è nell’ordine delle cose. Ma è solo la nostra ragione che proietta nel mondo una razionalità che non gli appartiene.

Ecco perché dunque i grandi saggi del mondo – e Buddha e Gesù costituiscono due personalità decisive, in quanto hanno mutato profondamente il corso della storia – invitano a non opporsi al corso del mondo.

Certo, a parole è facile pensare di poter accettare tutti gli eventi della vita. Quando qualcosa ci separa da chi amiamo o quando qualcuno interrompe i nostri progetti, è lì che ci misuriamo e lì si decide che uomini siamo e possiamo diventare.
Nessuno può dire
prima come si comporterà in quei momenti. Così anche la vicenda dell’apostolo Pietro, costituisce la “pietra” (appunto, su cui si fonderà la Chiesa) di paragone di ciò che avviene nel momento decisivo: tradirai te stesso (in questo caso, la fedeltà che egli aveva riposto in Gesù, rinnegandolo poi per tre volte) o sarai fedele a te stesso, anche a costo di morire?

Cosa cerchiamo di salvare? La vita, la nostra vita come valore assoluto.

Tutta la storia del cristianesimo è un’interpretazione della vita e della morte. Che cos’è la vita? Che cos’è la morte? Per tutto il medioevo (e fino a non molto tempo fa) abbiamo creduto che bisognasse rifiutare la vita terrena per accedere alla vita eterna. Era questo il significato di “accedere al Regno di Dio” e di quell’altra frase di Gesù:

“ma chi perderà la vita per causa mia, la troverà.”

Dal Rinascimento è cominciato un periodo di rinascita dei “diritti della vita” se così si può dire. La modernità si è rifiutata di voler negare la vita. Così facendo però, là dove si era estremizzato solo un lato della medaglia, finiamo con estremizzare anche l’altro lato. La vita di oggi si spiega come la volontà di vivere al massimo in quanto la morte è reale, irreversibile. Dobbiamo così affrettarci a consumare tutto di questa vita, ogni lasciata è persa.

Come sempre, l’uomo occidentale non riesce a vivere se non per opposti, per estremi. Dove sta la verità? In un al di là irraggiungibile o nella vita immorale di chi è disposto a tutto, a ogni violenza pur di perpetuare la sua esistenza?

Interpretazione della vita

Il messaggio di Gesù è semplice, io credo. Quanto più ci si preoccupa di “volere la propria vita”, cioè di assicurarsi un posto nell’esistenza, quanto più si generano quei problemi che bloccano la vita e le sue espressioni.

(Il limite ultimo di questa tendenza è l’omicidio. Così possiamo comprendere quali abiezioni certi movimenti politici hanno commesso in nome della pace, della libertà, dell’uguaglianza. Persino la Rivoluzione francese non ha in fondo guadagnato la sua libertà se non a prezzo di una enorme scia di sangue e di morte. Così, il nostro benessere attuale (che però è entrato in una fase di declino) è stato possibile tramite la privazione delle risorse altrui. I nostri bellissimi Stati, di cui ci riempiamo la bocca, tutte le virtù e i pregi di cui sembriamo essere i portatori e che vogliamo insegnare al mondo, sono stati possibili privando gli altri dell’accesso alle risorse)

Il messaggio è che non possiamo decidere noi della vita degli altri, non possiamo decidere noi della nostra. Non possiamo nemmeno impedire che qualcuno ci porti via la vita.
Tutta l’impresa della Tecnica moderna è esattamente il contrario di questo insegnamento. Essa insegna e produce una visione del mondo per la quale esso è infinitamente plasmabile e organizzabile. Dall’uomo. L’uomo apice della creazione, ragione e misura di tutte le cose, a te è donata la scienza con la quale dominerai su tutte le creature e sul mondo.

Come dobbiamo dunque utilizzare quei “poteri” di libertà che ci sono donati senza ricadere nelle forme del Potere? Come possiamo continuare l’opera della vita senza bramarla e senza distruggerla? Come dobbiamo vivere in questa epoca apocalittica di “fine delle risorse”?

Saremo forse “domandati” per come ci siamo spartiti le risorse e la vita?

Non andiamo verso un culmine dei processi il cui esito sarà quello di riportarci l’uno di fronte alla miseria dell’altro?

Nota finale.
Questo non è un invito al pessimismo e alla morte, come se la morte dovesse essere scelta di per se stessa!
E’ un invito alla vita e a non distruggerla.
Siamo addormentati. Stiamo distruggendo il mondo.
E’ chi non vuole vedere ad essere pessimista nei confronti della vita perché vuole ad ogni costo perpetuare il suo modo di esistenza, anche se produce danni per gli altri.

Buddha, Gesù e le risorse naturali (prima parte)

Non faremo un solo passo in avanti nei problemi dell’uomo fino a che non smetteremo di preoccuparci dell’esistenza.
Ciò suona come un’assurdità: come possiamo non preoccuparci dati tutti i problemi che abbiamo di fronte ogni giorno? Significa forse che non dovremo più occuparci di nulla? Evidentemente no, ma piuttosto capire che pre-occuparsi è la madre di tutte le difficoltà umane e della nostra incapacità di vivere.

Il fatto è che è l’uomo che crea i suoi problemi. Quali sono oggi questi problemi? Quelli con cui ha a che fare da sempre. Sovrappopolazione. Gestione delle risorse naturali. Gestione della cosa pubblica. Eccetera, eccetera.

Nel mondo contemporaneo si possono sintetizzare con la formula: fine della crescita economica, “The Age of Limits”.

Un vecchio insegnamento

Cosa non abbiamo capito ancora? Qual è la massima fra le nostre incomprensioni?

Dobbiamo recuperare un insegnamento che è stato frainteso e dimenticato. Questo ce l’hanno fornito diversi grandi uomini. Farò il nome di due profeti fin troppo noti: Buddha e Gesù. Secondo me può essere sintetizzato nelle seguenti frasi:

A domani ci penserà il domani. (Gesù)

Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà. (Gesù)

Nessuno ci salva tranne che noi stessi. Nessuno ne è capace e nessuno potrebbe. Noi stessi dobbiamo prendere il cammino. (Buddha)

Ciascuno ha perso il proprio centro, ma se conosci te stesso, nessuno può scuotere questa conoscenza! (Buddha)

È più importante impedire ad un animale di soffrire o di morire, piuttosto che restare seduti a contemplare i mali dell’universo pregando in compagnia dei sacerdoti. (Buddha)

E’ bene sottolineare che si tratta di uomini per non alimentare ulteriormente il mito di una loro partecipazione a forme di divinità ultra-umane. Uomini in carne e ossa, la cui unica divinità è consistita nell’essere più uomini di altri. Di superare le loro miserie. Così facendo sono sembrati ai “piccoli uomini” del loro tempo come degli esseri irraggiungibili: divini.
Uomini successivi, come nel caso di San Paolo per Gesù e come la tradizione Mahayana per Buddha, si sono occupati di divinizzarli, sacralizzarli come dei salvatori e redentori dell’umanità, cui bisogna pregare per ottenere la grazia e la remissione dei peccati. Ponendoli su un piedistallo irraggiungibile gli uomini potevano così esimersi dal doverne imitare i comportamenti.

In effetti usiamo con leggerezza il termine “essere umano”. Non tutti fra di noi sono pienamente umani. Alcuni per nulla. Essere-umani dovrebbe indicare un attributo che va raggiunto: l’umanità, ovvero il superamento della bestialità (non dell’animalità). L’umanità è l’attributo di quell’essere che è diventato buono o maggiormente buono rispetto alla condizione da cui è uscito.

La differenziazione dall’animale può avvenire solamente se l’animale-uomo sceglie di non esser più una bestia, ovvero un essere che ciecamente mette prima i suoi bisogni rispetto a quelli degli altri.

Bisogna però scusarsi in questo con le bestie: loro non lo fanno consapevolmente! Molto peggio di loro dunque certi “uomini” usurpano e distruggono gli altri uomini e il mondo con consapevolezza, con l’intenzione.

 

La più grande delle sfide

Recuperare questi insegnamenti è la cosa più difficile, la sfida di tutte le sfide.
Perché? Significa che si deve rinunciare a ogni pretesa di mettere davanti la propria vita rispetto a quella degli altri. Significa essere disposti a non far del
male ad alcun essere vivente per garantire la propria sopravvivenza.

Questi erano gli insegnamenti fondamentali di quei grandi uomini, che sono stati misconosciuti e deviati da lunghe tradizioni dopo di loro. Tradizioni introdotte da chi? Da uomini spesso incapaci di giungere al livello di umanità che gli veniva indicato e dunque non all’altezza di portare avanti il messaggio originale.

Bisogna dimenticare ogni sovrastruttura se li si vuole intendere. Nulla è più oscuro della tradizione di dogmi e discipline che si affollano sopra a queste figure. Fortunatamente il loro pensiero non è così irriconoscibile a quelli che mantengono ancora un po’ di umanità e di ricerca della verità.
Dietro le incrostazioni culturali riconosciamo un messaggio ancora attuale:
tu non sei padrone di nulla.

Non sei padrone di te stesso e non lo puoi – diceva Buddha – è meglio dunque che ti adoperi per adeguarti alle condizioni che ti impone la tua mente.

Non sei padrone del mondo e della vita – diceva Gesù – e non puoi decidere di opporti ad essa.

Non faremo un solo passo avanti nella faccenda delle risorse e della loro gestione, fino a che non comprenderemo che dietro a questa faccenda vi è sempre e soltanto un unico problema: la capacità umana di con(di)vivere e spartirsele.
Questa ha un nome: Etica.

Dietro cosa ci arrabattiamo tutti i giorni? La sicurezza. Ogni nostro tentativo cosciente di vivere ha come sfondo questo bisogno di accaparrarsi i mezzi per sopravvivere. Ancora – e a maggior ragione – nel XXI secolo non siamo al di là del vecchio problema della sopravvivenza e non l’abbiamo superato affatto (si veda La rivelazione del petrolio e dell’economia e La convergenza delle crisi ). E’ sempre questo che ossessiona le menti (inconsce) degli uomini, sebbene all’apparenza abbiamo creato una società dei consumi e dei servizi che sembra scongiurare ogni penuria e ogni miseria. La paura creata negli scorsi secoli per via della miseria generata dai nobili e dai potenti nei confronti della vita delle popolazioni, si è riversata nel secondo dopoguerra in una fiducia sfrenata nel progresso e nella scienza come capace di superare ogni difficoltà e traghettare l’uomo infine nel regno della felicità meritata.

Non c’è niente di più falso e illusorio di una visione di questo tipo, perché coglie l’uomo in colossale mancanza di etica. Che la nostra felicità si possa guadagnare con la tecnoscienza è l’ultimo colpo di coda della volontà di potenza dell’uomo occidentale – oramai diventato l’uomo planetario – che vorrebbe poter credere che si possano superare i limiti della Natura e di se stesso per mezzo di un continua e rinnovata innovazione tecnologica.
Come escono ogni mese od ogni anno nuovi Ephone, così si nutre l’illusione di una soluzione tecnica ai problemi dell’umanità.
Questi sono stati chiamati da un famoso etologo gli 8 peccati capitali dell’umanità.

Prendiamo per esempio la sovrappopolazione, che è forse la madre di tutti i problemi. E’ sufficiente per capire quale sia la radice dei problemi umani: la convivenza fra di noi. La Terra non può sostenerci già da un bel pezzo (si veda il concetto di “impronta ecologica”), non abbiamo risorse a sufficienza.

Ci sono quelli che lo riconoscono e quelli che lo negano. Tuttavia fra coloro che lo riconoscono è diffusa la “speranza tecnica”. Per la nostra cultura ogni problema è suscettibile di una soluzione e di una risoluzione positiva, e questa è disponibile grazie alla scienza. Ma per quanto fantastica, una scienza non potrà mai, per definizione, risolvere un problema che l’uomo non vuole vedere. Questo problema ha molti nomi, non è facile sintetizzarlo: precarietà della vita; problema della morte; problema del dolore.

E’ sempre il “problema umano”, il problema dell’esistenza che si nasconde dietro a tutti gli altri, infatti:

ognuno ambisce ad esistere e a perpetuare la propria esistenza

Da qui nascono tutti i conflitti.

Ancora non abbiamo capito di essere dei “pezzi” della natura, delle piccole parti, che non esistono se non in virtù di un decreto di esistere che esse non si sono date. Non siamo esseri autopoietici che hanno potuto decidere di venire al mondo. E’ la natura, lo slancio vitale, che opera in noi e siamo piuttosto dei timonieri in una nave i cui pezzi sono stati creati da altro… (Ci siamo forse autoassemblati? Il cervello forse preesisteva al corpo in maniera tale da poterlo progettare?)

 

open space AGRICOLTURA, PRODUZIONI LOCALI E AUTOPRODUZIONE

di Rachele Sbabo

E’ la prima volta che organizzo un evento del genere, anzi, un evento in generale!Che bello! Una domenica di sole!
Ma poi, quando le 10, orario di inizio giornata, sono già passate e si vedono a Ca’ dell’Agata solo poche anime penso che forse quel sole sarebbe stato meglio un po’ nuvoloso. Saranno tutti a farsi una passeggiata in montagna!

Quand’ecco che un rumore di passi sul ghiaino mi permette di tirare un respiro di sollievo: arriva qualcuno!
Facce note e mai viste: chi c’è è la persona giusta e, in questo caso, anche la più determinata: “Voglio proprio partecipare all’open space anche se c’è un sole fantastico!”

Dopo un breve discorso introduttivo di Michele sul motivo che ci ha spinti a organizzare un open space a tema “AGRICOLTURA, PRODUZIONI LOCALI E AUTOPRODUZIONI”, per scaldarci un po’ e conoscerci facciamo una mappatura sul livello di autoproduzione di ciascuno, riflettendo poi sui problemi di produttori e consumatori (od usufruitori?)


Entrando poi nella sala da pranzo dell’agriturismo, rinnovata con vivaci foto del lavoro dei campi di Gianni e Mariella, diamo avvio all’open space.


I temi di discussione proposti sono:
-Comunità etica e uguaglianza
-Moringa e adattamento
-Che bisogni hai veramente?
-Autoproduzione di cereali
-Dai fermentati alle conserve…scambisti di ricette
-Prezzo e valore sono sinonimi? Giusto prezzo
-Può avere senso pensare a una moneta locale?
-Conciliare lavoro/vita con autoproduzione
-Autoproduzione di comunità, circolo di scambio

Ecco qui le foto di cosa è emerso dalle discussioni:

E dopo il lauto pranzo condiviso, ecco il momento di Gianni che ci guida in una visita a Ca’ dell’Agata, dove si coltivano biodiversità di ortaggi e frutta ma soprattutto di relazioni.

Un ringraziamento di cuore a tutti i partecipanti per il loro contributo!
Spero che da queste discussioni nascano amicizie e progetti concreti.

Ci diamo appuntamento al 19 MARZO sempre a CA’ DELL’AGATA durante la giornata dello SCAMBIO DEI SEMI per approfondire i temi trattati oggi!

“La voragine dei derivati nei conti dello Stato Italiano” – La Repubblica.it

Pubblichiamo un’articolo di Walter Galbiati – http://www.repubblica.it/economia/2017/01/17/news/la_voragine_dei_derviati_nei_conti_dello_stato_italiano-155975253/?ref=HRLV-6 – uscito su Repubblica oggi, domenica 22.01.2017, a proposito della questione dei DERIVATI, che si collega all’analisi che abbiamo sviluppato in La rivelazione del petrolio e dell’economia. Perché?

La questione dei derivati è legata al problema del “debito”. Può un’economia sussistere senza generare debito? Sembra di no, dato che la moneta è debito di per se stessa.

La questione dei derivati è grave perché segnala una falla – una “voragine” appunto, dal libro di Luca Piana di cui si parla qui sotto – nel sistema. Il sistema non può sussistere senza continui incrementi di denaro e l’economia necessita di debito come una “pompa” (o leveraggio) che ne spinge la crescita. Ciò è riconosciuto negli ambienti economici.

Ciò che è meno riconosciuto, è che questo processo dovrà avere necessariamente un termine. Come potrebbe essere altrimenti? Come è possibile che il denaro possa ripagare se stesso?

Ciò getta un grave dubbio sull’organizzazione di tutto il sistema “occidentale”, e sembra che questa voragine sia intimamente legata al problema dei “limiti dello sviluppo”.

La voragine dei derivati nei conti dello Stato Italiano

Nel libro “La voragine” di Luca Piana, giornalista dell’Espresso ed edito da Mondadori la storia e i retroscena di come i governi che si sono succeduti dagli Anni ’80 ad oggi hanno creato una mina vagante di quasi 40 miliardi nel bilancio pubblico.

MILANO – È uno dei segreti meglio custoditi del bilancio pubblico italiano. Perché il Tesoro negli ultimi cinque anni è stato costretto a versare, in media, la bellezza di 4,7 miliardi di euro a un nucleo ristretto di grandi banche internazionali? È perché quasi certamente rischia di fare lo stesso per un periodo ancora lungo?

Le risposte a queste domande sono scritte nei contratti di alcuni strumenti finanziari chiamati derivati, molto complessi e estremamente rischiosi, che nessun altro Paese d’Europa ha sottoscritto in misura così massiccia come ha fatto l’Italia. Sono contratti segreti, perché il Tesoro si è sempre rifiutato di mostrarli a chi ne fatto richiesta, anche attraverso le procedure previste per l’accesso agli atti della pubblica amministrazione. Eppure, negli ultimi tempi, varie iniziative parlamentari e giudiziarie ha permesso di incrinare la riservatezza che li copre, rendendo accessibile una serie di documenti e di dati che, ora, vengono raccontati nel libro “La voragine”, scritto da Luca Piana, giornalista del settimanale “l’Espresso” (Mondadori).

Il titolo evoca la spirale negativa che il costo dei derivati ha generato in questi anni. Tra il 2011 e il 2015, quando si fermano gli ultimi numeri ufficiali, le perdite per lo Stato arrivano a 23,5 miliardi di euro, tra interessi netti pagati alle banche e altre operazioni connesse. Ma il peggio deve ancora venire. Le statistiche, infatti, dicono che alle attuali condizioni di mercato l’elevato numero di derivati ancora in vita rischia di costarci altri 37,8 miliardi di euro.

Di fronte a numeri così preoccupanti, il Tesoro si è sempre difeso dicendo che si tratta di perdite solo potenziali, perché i mercati cambiano ogni giorno e, con l’aiuto del tempo, la situazione potrebbe diventare meno catastrofica. Come racconta Luca Piana, però, questa lettura dei fatti è quanto meno riduttiva. Perché se è vero che le perdite future sono solo potenziali, lo è altrettanto il fatto che nei primissimi anni è molto elevata la probabilità che si traducano in costi reali. Per dire: nuove perdite miliardarie sono previste per il 2016 e il 2017 con un rischio superiore al 98 per cento, e per l’intero quinquennio che arriva al 2021 si arriva a un costo complessivo di 23 miliardi, con probabilità sempre superiori al 90 per cento.

Ma perché, allora, questi contratti sono stati sottoscritti? “La voragine” fa partire il racconto dalla notizia shock di inizio 2012, quando il governo di Mario Monti dovette sborsare in un’unica soluzione 3,1 miliardi di euro alla banca d’affari americana Morgan Stanley. Le indiscrezioni che all’epoca filtrarono sui media fecero emergere una situazione la cui gravità all’epoca si aspettavano in pochi. Da tempo, infatti, la rischiosità dei derivati era un fatto noto. Già nel 2002 Warren Buffett, uno dei più noti gestori di patrimoni del mondo, aveva definito questo genere di strumenti «armi finanziarie di distruzione di massa», mettendo in guardia dai rischi «potenzialmente letali» che potevano generare.

Al ministero dell’Economia, però, in quegli anni il monito di Buffett sembra passare inascoltato, come suggerisce uno dei contratti che fanno parte del “pacchetto” Morgan Stanley. Si tratta di un’opzione “swaption” che il Tesoro vende all’istituto nel 2004, incassando 47 milioni di euro. L’anno dopo Morgan Stanley esercita l’opzione, che le permette di sottoscrivere con il governo italiano un contratto “swap” a condizioni predefinite, molto vantaggiose per l’istituto. I motivi li spiega il libro più in dettaglio; qui basta dire che all’inizio del 2012, per chiudere quello “swap”, il Tesoro sarà costretto a sborsare alla banca americana 1,3 miliardi di euro.

Gli esponenti del governo hanno sempre detto che i derivati servivano per limitare i rischi legati a un aumento dei tassi d’interesse ufficiali. I corrispettivi che le banche d’affari hanno versato inizialmente sotto forma di commissioni hanno invogliato non solo il Tesoro ma anche Regioni, città, perfino piccoli comuni, ad aprire contratti che si sono poi rivelati capestro. A guidare la sottoscrizione dei derivati è stata dunque più la convenienza finanziaria che quella economica, perché i flussi di cassa in entrata nel breve termine, utili per aggiustare i buchi finanziari delle amministrazioni in carica, non hanno fatto prendere in considerazioni i rischi futuri, che sarebbero poi ricaduti su chi sarebbe arrivato al loro posto. La conferma arriva proprio da questi anni più recenti, nei quali la bolla sta esplodendo: il costo dei derivati del Tesoro ha raggiunto la cifra record di 6,7 miliardi di euro solo nel 2015, nonostante da anni non ne vengano fatti di nuovi.

Il libro ruota in gran parte attorno a due cardini. Il primo riguarda la legittimità dei contratti: una questione scottante, visto che la Corte dei Conti ha avviato un’indagine – attualmente in fase istruttoria – proprio sull’operazione Morgan Stanley, ipotizzando un danno di 3,8 miliardi di euro e chiamando a comparire non solo la banca ma anche due ex ministri come Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli, oltre al direttore generale del Tesoro, Vincenzo La Via, e alla responsabile della direzione debito pubblico, Maria Cannata. Il secondo cardine è invece il velo di riservatezza che i vari governi hanno voluto a ogni costo calare su questo genere di operazioni. Una questione cruciale, come rivela una testimonianza rilasciata dalla stessa Maria Cannata nel 2014, durante un’indagine della procura di Trani su un’altra vicenda. Raccontando del caso Morgan Stanley, la dirigente parla esplicitamente di «fuga di notizie» e dice che il Tesoro era fortemente preoccupato che l’esborso da 3,1 miliardi potessi venire alla luce. Il senso, raccontano i verbali riportati nel libro, era evitare che tra gli investitori si sapesse che una banca molto esposta sull’Italia volesse chiudere le posizioni, dando l’idea

di una fuga. A insaputa del Tesoro, però, i termini concordati costrinsero la banca a mettere una nota in bilancio, seppur molto criptica. Al ministero non la presero bene, al punto che, sostiene Cannata, Morgan Staley «da noi non ha più preso un mandato».